L'Editoriale

Non chiamatelo accordo. È ancora austerità

Non chiamatelo accordo. È ancora austerità

La notizia inizia a girare verso le 21 di ieri: l’accordo c’è. Si tratta di un accordo informale, ma che le fonti del Ministero non smentiscono. Il deficit rivisto al 2,04% sembra ricevere il via libera dalla Commissione europea. L’ennesima manovra finanziaria che rispetta il dogma dell’austerità è paradossalmente narrata come il risultato di un accordo tra le parti. Ma la parola accordo non può esprimere la vera natura dei rapporti di forza tra le istituzioni europee e l’Italia o, in generale, tra le istituzioni europee e i Governi dei Paesi del Sud Europa. L’accordo presuppone la reciprocità, la negoziazione, il punto di incontro. Quando si parla di Unione europea, l’accordo altro non è che la vittoria netta, senza se e senza ma, su chi si permette di mettere in discussione il dogma.

La storia di questi anni insegna: la lezione da dare agli aspiranti ribelli deve essere dura. La storia di questi anni avverte: senza piano B gli aspiranti ribelli si mettono nelle condizioni di subire lezioni dure e l’umiliazione agli occhi dell’opinione pubblica.

Un altro passo verso lo smantellamento di quel che resta della civiltà.

Avevamo già denunciato che il deficit al 2,4% non era in alcun modo una manovra espansiva. Ha vinto la linea del Tria %scrivemmo allora; il 2,04% di oggi condanna l’Italia a restare nella palude della crisi senza possibilità di salvezza.

Senza un Piano B non si ha potere negoziale. Ancora mancano il coraggio e la preparazione per farlo diventare il principale argomento del dibattito politico-economico del Paese.

Riproponiamo un intervento del 2016 di Warren Mosler al Forum delle Prospettive Economiche.

Quell’intervento faceva riferimento alle conseguenze della mancanza, da parte del Governo greco, di un piano B. La situazione dell’Italia, però, non è molto diversa.

Il tabù va infranto. Le cose vanno spiegate per come sono: non esiste un problema “coperture” in un regime di moneta fiat, il dibattito sullo spread è in realtà un dibattito sulla volontà politica della Banca Centrale, l’aumento del deficit è la chiave per la ripresa, la piena occupazione una scelta politica.

Non sarà la Commissione europea ad ammettere che ci ha condannati a una povertà innaturale e senza senso, non saranno i giornali delle grandi testate a rivelare che hanno nascosto un dibattito che avrebbe generato il dubbio, non saranno i tecnici che ammetteranno di aver sbagliato sapendo di sbagliare (ma di guadagnare).

L’accordo che oggi verrà raccontato come una svolta positiva sarà nella realtà l’ennesimo cappio al collo che ci ancorerà alla crisi, alla disoccupazione e all’arretratezza.

2 Commenti

  • Il piano B ha poco a che fare con questa finanziaria. L’accordo tra le due parti prevedeva la non uscita dall’euro e seppure le richieste della commissione erano puramente politiche non esistono al momento le condizioni per un piano alternativo. Attenzione sto dicendo ora. La questione poteva essere impostata meglio sul piano comunicativo dove si e’ mostrata invece, una gestione molto dilettantesca e a tratti surreale. Comunque mi meraviglio che nel vs editoriale non venga menzionato la questione maggioranza. Nel governo e in sede parlamentare non c’e’ una maggioranza favorevole all’uscita dall’euro. Un’organizzazione come la Vs. dovrebbe porsi queste questioni che sono basilari per qualsiasi strategia di tipo politico. Tutto questo richiede un piu’ forte coinvolgimento di organizzazione come la vostra a livello territoriale oltre che nei media. Non sto offrendo soluzioni ma un cordiale invito a continuare la battaglia con la consapevolezza che bisogna affinare sempre meglio le poche armi a nostra disposizione.

  • Buongiorno Roberto. Sappiamo che la sua riflessione è un invito a fare meglio e di più, e di questo la ringraziamo. È vero, come dice, che serve un’organizzazione maggiormente radicata e strutturata nel territorio. Ne siamo consapevoli e lavoriamo su questo punto da anni. Non è facile come lei stesso evidenzia: una battaglia sul lungo termine richiede tenacia e risorse, anche finanziarie. Per quanto riguarda il governo, di sicuro è emerso l’evidente disallineamento tra la comunicazione – la strategia – le maggioranze reali all’interno dei singoli partiti. Se mai c’è stata una sincera volontà di mettere in discussione le politiche di austerità, in quel caso bisognava andare con un Piano B e avviata una comunicazione pubblica sui temi (deficit, moneta fiat, politiche anticicliche, ecc). Diversamente, si ricevono solo “accordi” a senso unico.

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