L'Editoriale

Le scelte della politica sono dettate dal consenso? E meno male!

Il tecnocrate insegue un sogno che per lui è il traguardo della perfezione: ogni decisione economica deve essere libera dal condizionamento del consenso elettorale.

L’ultimo in ordine di tempo è Roberto Perotti professore (stranamente) della Bocconi che per sei mesi ha fatto parte dello staff del governo sulla spending review, termine introdotto nel 2006 da Tommaso Padoa Schioppa per rendere più soft il brutale tagli alla spesa pubblica. Perotti si è dimesso dall’incarico perché il governo non è intenzionato a dare attuazione al suo piano dei tagli alle detrazioni e ai bonus fiscali. La lamentela di Perotti è uguale a quella dei suoi predecessori accusando la politica di mettersi di traverso alle scelte impopolari dei tecnici.

I media rilanciano:

i politici prendono decisioni basandosi sul consenso che otterranno

non fanno le riforme perché hanno paura di perdere il consenso

Mi viene da dire: e ci mancherebbe! Anzi, la pressione del consenso popolare dovrebbe essere maggiore proprio per costringere i politici a non dar retta alle stupidaggini e agli interessi dei tecnici.

Il fatto che un politico prenda una decisione piuttosto che un’altra temendo i fischi o sperando invece negli applausi dell’elettorato è visto come un fatto negativo tanto quanto la corruzione, ma la pressione del consenso è parte integrante della democrazia. Prendere una decisione impopolare non è un atto di coraggio ma un atto di oltraggio, mirare al virtuosismo dei numeri e non al benessere collettivo è un’azione anti-popolare. È “sano” aver paura di prendere una decisione impopolare ed è una cosa giusta che la gente esprima i propri bisogni e che faccia capire al politico di turno che non sarà votato nell’eventualità di una scelta sbagliata. I politici sono eletti, i tecnici sono incaricati. Le scelte dei tecnici non sono svincolate dagli interessi, sono solo svincolate dagli interessi dei tanti e subordinate invece agli interessi dei pochi.

I tecnici hanno un approccio apertamente liberista e per questo danno valore alle scelte impopolari. Questo non significa che i politici oggi stiano facendo invece gli interessi della collettività. Renzi è infatti un social-liberista dall’approccio meno androide dei tecnici: complessivamente tutti si ritrovano con meno tutele e diritti ma con la sensazione di una sorta di equità per il fatto che tutti hanno meno.

Il primato della politica sui tecnici è ben altro: significa che deve essere la politica a decidere cosa è spreco o cosa è investimento e lo fa sulla base di un progetto di sviluppo per la collettività basato sugli interessi della collettività. La vera politica persegue lo scopo pubblico e fa correggere ai tecnici i teorici ed astratti vincoli di deficit e di spesa; se i vincoli impediscono l’azione di governo verso la piena occupazione, saranno i vincoli a cambiare non l’azione di governo.

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