L'Editoriale

Letto per voi: “Gli oracoli della moneta”

Letto per voi: "Gli oracoli della moneta"

Pubblicato nel 2016, il libro “Gli oracoli della moneta” (edizioni il Mulino, Bologna) di Alberto Orioli ha un sottotitolo intrigante: “L’arte della parola nel linguaggio dei banchieri centrali”. Alberto Orioli, vicedirettore ed editorialista del Sole 24 ore, nel 2010 ha pubblicato in collaborazione con Carlo Azeglio Ciampi “Non è il paese che sognavo” [neanche noi, mi permetto di aggiungere] e nel 2014 “Figli di papà a chi? Storia del movimento che ha cambiato la Confindustria“.

C’è un motivo che rende utile la lettura del libro: capire che tipo di narrazione e di storytelling si vuole dare oggi del banchiere centrale.

Il libro ha l’ambizione di spiegare il ruolo della moneta nell’economia, ma soprattutto il ruolo di chi ne ha il governo, i banchieri delle banche centrali. Con l’intenzione di svelare alcuni “presunti” segreti, l’autore accompagna il lettore nei meandri dei palazzi del potere.

Il ruolo dei banchieri centrali nel libro è completamente segregato dalla realtà e collocato in una sorta di olimpo finanziario dove il valore di ognuno di loro è misurato dai vaticini. Non siamo distanti dal mondo dei miti, come il mito di Cassandra, profetessa mai ascoltata, o di Pizia, l’oracolo di Delfi.

L’evoluzione del ruolo dei banchieri centrali nella storia viene narrata partendo da un punto di vista ben preciso: la capacità di comunicare ciò che vorrebbero accadesse. Le loro parole devono essere capaci di innescare quei comportamenti virtuosi tali da orientare le politiche economiche verso i risultati da loro stessi indicati. Questo potere, nelle mani dei banchieri centrali, è chiamato speech act, cioè fare o far fare le cose tramite le parole. Il banchiere centrale non dice e non nasconde, ma suggerisce, utilizzando lo strumento linguistico della moral suasion, in modo che le aspettative si autodeterminino nell’illusione che si tratti di scelte libere e autonome in un mercato libero e autonomo.

Per dare una misura del potere dei banchieri centrali, Orioli ricorda le frasi di alcuni personaggi come Mayer Amschel Rothschild, fondatore dell’omonima dinastia di banchieri:

Datemi il controllo sulla moneta di una nazione e non mi preoccuperò di chi ne fa le leggi

oppure di Lloyd Blankfein, CEO di Goldman Sachs, che in un perverso mix di delirio di onnipotenza e mancanza di scrupoli affermava di fare “il lavoro di dio”.

Il libro intende confermare questa narrazione del banchiere centrale con una sola variante: alcuni banchieri centrali potrebbero non essere all’altezza del potere loro conferito dal ruolo.

Per l’autore, alcuni banchieri centrali sono eletti a figure nobili perché hanno saputo resistere alla pressione dei Governi mossi dalla ricerca del consenso popolare. La loro maestosità sarebbe data dalla capacità di guidare in modo indipendente le banche centrali, salvando le economie del mondo dal mostro dell’inflazione grazie alle loro decisioni. Tra tutte viene ricordata la figura di Paul Adolph Volcker, nominato presidente della Federal Reserve nell’agosto del 1979 dal Presidente Jimmy Carter, il quale per combattere l’inflazione attuò una politica monetaria contrattiva definita Volcker shock, che costò il secondo mandato allo stesso Carter. La stessa nobiltà è riconosciuta anche a Ben Bernanke, nonostante l'”imprevedibile” (ai suoi occhi) crisi economica mondiale, a causa dei mutui subprime. La nobiltà è tale da giustificare la disattenzione verso la crisi (che invece altri avevano previsto) e tale da discolparli per le conseguenze della loro disattenzione.

Per l’autore sono meno nobili invece quei banchieri centrali che hanno ceduto alla scorciatoia della svalutazione o addirittura all’inaccettabile spesa in deficit, come il caso del governatore della banca centrale russa Elvira Nabiullina, troppo dipendente dalle politiche di Putin secondo il dogma dell’indipendenza delle BC.

Il libro celebra innanzitutto la canonizzazione di Mario Draghi, capace di guidare la BCE e l’Europa fuori dalla crisi avendo contro la finanza tedesca!

Secondo questa narrazione, Mario Draghi è stato il miglior artefice di quella che alcuni chiamano austerità buona (come ama definirla Veronica De Romanis) in contrasto con la feroce austerità cattiva che i Tedeschi intendevano imporre a tutti fuorché a loro stessi. Come abbiamo già scritto in altri articoli, non esiste un’austerità buona. L’altro motivo che farebbe di Draghi un super banchiere centrale è la capacità di salvaguardare l’indipendenza della BCE nelle politiche monetarie. Poco importa se le politiche monetarie sono del tutto inefficaci per la ripartenza dell’economia e dell’occupazione.

Orioli invita Draghi a muoversi con la stessa decisione anche per la riforma del sistema bancario. Non poteva mancare un sincero augurio a Mario Draghi riguardo la possibilità di far creare un Ministero delle Finanze unico europeo in grado di liberarsi dai condizionamenti delle politiche nazionali. La finanza deve risiedere in un mondo a sé, regolato solo dalle sue infallibili leggi che falliscono solo nel momento in cui interviene la politica.

La narrazione del ruolo sacerdotale dei banchieri delle BC esercita un certo fascino per chi non sa come funziona la moneta moderna. Come esempio di “straordinario” speech act, il libro riporta la celebre frase “whatever it takes” (faremo tutto il possibile [per preservare l’euro]) che Mario Draghi rivolse ai mercati cinque anni fa.

Chi conosce il funzionamento della moneta moderna sa che Draghi non ha alcun potere straordinario. Quella frase ricordava ai mercati il ruolo del monopolista della valuta, il quale non può mai fallire e può sempre decidere il prezzo della sua valuta. Se il Presidente della BCE dicesse all’improvviso “la BCE garantirà il debito pubblico dell’Italia e garantirà tutta la spesa pubblica necessaria per la piena occupazione”, sarebbe la semplice dimostrazione del fatto che il monopolista della valuta può fare tutto ciò che è tecnicamente possibile fare. Non sarebbe un caso di formidabile speech act, ma un formidabile caso di democrazia. Infatti non lo dice, e ai narratori alla Orioli non resta che l’ingrato compito di innalzare le nebbie dell’inganno per non far conoscere la vera realtà.


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