La Teoria

L’Africa coloniale: un esempio di valuta guidata dalle tasse

L'Africa coloniale: un esempio di valuta guidata dalle tasse

Gli storici esperti dell’esperienza coloniale africana hanno spesso sottolineato il modo in cui i colonizzatori europei sono riusciti a imporre nuove valute, a far sì che fossero generalmente accettate e a obbligare gli Africani a offrire beni e servizi per ottenerle in cambio.

Nel 1896 [in Malawi c’era] un’imposta annuale di 3 scellini sulle capanne dell’intera colonia, una cifra considerevole per le regioni settentrionali, un’imposta che senza dubbio contribuì alla migrazione della forza lavoro [in cerca di impiego retribuito in scellini]. Tuttavia nel Malawi meridionale gli Africani preferivano pagare le tasse [attraverso la vendita di prodotti]. Pertanto nel sud i coloni [europei] erano a corto di forza lavoro e premevano per aumentare ulteriormente le tasse. Di conseguenza nel 1901 la tassa venne portata a 6 scellini, con un abbuono di 3 scellini per coloro che potevano dimostrare di aver lavorato per un Europeo per almeno un mese. Questa “tassa sul lavoro” ebbe un effetto immediato: il mercato del lavoro nel sud fu sommerso… A quel punto, se d’ammontare abbastanza elevato, le tasse… potevano costringere gli uomini a guadagnarsi un salario. [Stichter 1985, 26-28]

Le economie africane furono monetizzate attraverso l’imposizione di tasse e dell’obbligo di pagarle in valuta europea. Quella delle tasse non era un’esperienza sconosciuta per l’Africa, l’elemento di novità era dato dall’obbligo di pagarle in valuta europea. Quest’obbligo di pagare le tasse in valuta europea ebbe un ruolo centrale nella monetizzazione delle economie africane e nella diffusione del lavoro salariato. [Ake 1981, 33-34]

Laddove la terra era ancora in mani africane, i governi coloniali obbligarono gli Africani a produrre colture destinate al mercato indipendentemente da quanto bassi fossero i prezzi. La tecnica preferita fu quella della tassazione: introdussero tasse da pagare in moneta su numerosi beni – bestiame, terra, abitazioni e sulle persone stesse. La moneta con cui pagare le tasse era ottenuta dalla vendita della produzione di colture destinate al commercio o dal lavoro in fattorie o miniere di proprietà europea. [Rodney, 1972, p. 165, enfasi originale]

Il metodo della tassazione costringeva le persone a lavorare ma non consentiva di distinguere tra le varie fonti di reperimento della valuta. La maggior parte degli Africani che ne avevano la possibilità vendeva prodotti agricoli o bestiame [agli Europei a prezzi calmierati] per poterle pagare ma, laddove gli Africani non disponevano di beni da vendere o si trovavano distanti dai mercati, la tassazione avrebbe potuto indurli a vendere il proprio lavoro. [Stichter 1985, 26]

Il caso dell’Africa coloniale mostra in che modo la tassazione può servire come mezzo per l’introduzione di una nuova valuta. Prima della colonizzazione le comunità africane erano dedite alla produzione di sussistenza e al commercio interno e pertanto la loro necessità di valuta europea era minima. Dopo la colonizzazione, per imporre il loro dominio sull’Africa gli Europei impiegarono un sistema basato sulla tassazione che attribuiva alle nuove valute un valore dato dal fatto che il governo coloniale, in cerca di beni e servizi reali (raccolto da destinare al mercato e lavoro salariato), impose alla popolazione una passività fiscale denominata in valuta europea. La tassazione costrinse i membri della comunità a vendere i loro beni e/o il loro lavoro ai coloni in cambio della valuta che avrebbe loro permesso di saldare i propri debiti con lo Stato. La tassazione si dimostrò un mezzo molto efficace per obbligare gli Africani a intraprendere la produzione di colture da reddito e ad offrire il proprio lavoro in cambio di una retribuzione.

In qualunque sistema, democratico o autoritario che sia, lo Stato può assicurare che una qualsiasi valuta abbia valore usando tre poteri fondamentali: il potere di imporre tasse, quello di dichiarare in che modo queste devono essere pagate e quello di emettere la valuta. Questi poteri rappresentano il fondamento che assicura alla valuta di Stato il suo potere d’acquisto. Contrariamente all’idea comune per cui la tassazione “finanzia la spesa pubblica”, in questo contesto la sua funzione principale è garantire che una particolare moneta – quella emessa dallo Stato – sia chiesta in cambio di qualsiasi altro bene e servizio reale e che, di conseguenza, questa domini il sistema monetario del Paese.

Lo Stato diventa il “monopolista della moneta” [1] attraverso l’esercizio di questi tre poteri. Proprio come i governi coloniali gli Stati moderni hanno bisogno di beni e servizi prodotti dal settore privato e per indurlo a venderglieli impongono alla popolazione tasse in valuta di loro esclusiva emissione. La popolazione, spinta dalla necessità di pagare quanto imposto per legge, vende allora allo Stato beni e servizi in cambio di valuta. La valuta può essere pertanto considerata come credito fiscale per la popolazione al fine di trasferire beni e servizi reali dal settore privato a quello pubblico. Ovviamente nel corso del tempo si sviluppano mercati secondari mediante i quali la valuta di Stato assume il ruolo di mezzo di pagamento, unità di conto e mezzo di scambio universale. Inoltre come vedremo anche più avanti gli Stati possono trasformare altre forme di moneta – come quella bancaria – in moneta di Stato dichiarandone l’accettabilità come mezzo di pagamento presso gli uffici pubblici sotto opportune condizioni. Ma questi sviluppi non modificano le forze che sottendono alla determinazione del valore della valuta.

Lo Stato è l’unica istituzione titolare del potere di imporre passività fiscali all’intera popolazione, di conseguenza può scegliere liberamente cosa accetterà per il pagamento di queste tasse. Va tuttavia evidenziata la necessità per lo Stato di assicurare che la passività fiscale sia denominata in un qualcosa di cui non si possa entrare in possesso per altre vie o, in alternativa, che l’ammontare delle tasse sia tale da indurre scarsità di tale cosa. Supponiamo che lo Stato decida di accettare qualsiasi cosa allo sportello di pagamento, il frumento per esempio. Il settore privato potrebbe ottenere frumento semplicemente coltivandolo e, poiché ha controllo su ciò che gli occorre per pagare le tasse, non vi è garanzia alcuna che lo Stato potrà acquistare da lui alcun bene o servizio. Se invece lo Stato decidesse di tassare più frumento di quanto i campi ne possano produrre in un dato anno, allora il settore privato assegnerebbe autonomamente ai propri beni e servizi un prezzo espresso in frumento che, in quanto scarso, desidererebbe ottenere vendendoli allo Stato. Le leggi di corso legale non sono sufficienti da sole a garantire allo Stato alcun potere di monopolio. È il potere dello Stato di determinare cosa accetterà per il pagamento delle tasse ad attribuirgli la posizione di “monopolista”.

 

Note dell’Autore

1.^ Qui il termine “monopolio” è usato in senso lato per indicare i poteri e i privilegi esclusivi di cui lo Stato dispone che gli consentono di creare quanto esige per il pagamento delle tasse. Non è stato usato per sottendere le motivazioni di massimizzazione del profitto tipiche dei monopolisti del settore privato.

 

Originale pubblicato nell’inverno 2002

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo


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