Approfondimento

La MMT risponde all’iperinflazione – Parte 2

La settimana scorsa abbiamo iniziato una serie di 3 parti sulle risposte della MMT ai critici che sostengono che un governo che segue i principi della MMT genererà necessariamente iperinflazione. Ho spiegato che la MMT dice che il governo spende “premendo dei tasti” e che questa è una descrizione, non una prescrizione. Se fossero nel giusto i critici che sostengono che il governo che spende “stampando moneta” necessariamente conduce all’iperinflazione, allora le nazioni più sviluppate dovrebbero essere in perenne iperinflazione. Perché tutti noi spendiamo “pigiando tasti”. E tutti i Governi che che emettono la propria valuta debbono spenderla prima che possa essere raccolta con la tassazione (o emissione di buoni) – nessun altro può crearla. Per cui, il governo spende sempre, essenzialmente, “stampando moneta” (creando elettronicamente accrediti su bilanci contabili) – nessun altro può creare la moneta che è usata per pagare le tasse o acquistare i buoni governativi. E, ancora, alta inflazione e iperinflazione sono eventi rari.

Io inoltre ho indirizzato l’attenzione sul fatto che ritornare alla “vera moneta” basata sull’oro sia fondato su un fraintendimento del reale funzionamento del gold standard. Le monete d’oro sono in realtà monete governative “fiat” in cui il IoTiDevo del governo è stampato su una moneta contenente alcuni metalli preziosi. Inoltre, i lingotti d’oro non sono stati realmente utilizzati come base per le monete internazionali, dal momento che prima della IIa G.M. il sistema di pagamenti internazionale era basato sulla sterlina, mentre il sistema di Bretton Woods era basato sul dollaro. In ogni caso, la nazione emittente la valuta di riserva internazionale (prima il pound poi il dollaro) fissava il prezzo dell’oro, e i pagamenti erano fatti in pound e dollari, rispettivamente.

Inoltre, lungi dal provvedere stabilità ai sistemi nazionali e internazionali, il gold standard operava più come gli odierni sistemi di cambio a tasso fisso basati sull’ancoraggio del tasso di cambio al dollaro o basati su una gestione a cura di un comitato valutario. Questi sistemi non solo soffrono di inflazione e a volte deflazione, ma inoltre sono esposti a crisi del tasso di cambio, che solitamente portano al punto di sganciare la valuta dal tasso fisso. Si è sviluppata una mitologia sorta sul gold standard decisamente distorta rispetto alla realtà. Entrambi i sistemi basati su dollaro e sterlina si sono incrinati quando l’emittente della valuta di riserva internazionale ha abbandonato il compito di fissare il gold-price. Mentre in teoria il gold standard potrebbe funzionare, in pratica non funziona – così come i regimi di cambio o altri sistemi a tasso fisso.

Infine, ho brevemente esaminato la popolare teoria monetarista dell’iperinflazione, sviluppata da Cagan. Friedman ha affermato che l’inflazione è “sempre e ovunque un fenomeno monetario“, con gli incrementi dei prezzi posti come strettamente correlati all’eccessiva crescita dell’offerta di moneta. Ad ogni modo, nell’iperinflazione i prezzi crescono veramente molto più velocemente della crescita della moneta – Cagan suppose che fosse così a causa del collasso della domanda di moneta (la velocità della moneta accelera) perché nessuno vuole detenere una moneta che si sta deprezzando rapidamente. Tale eccesso di moneta deve essere colpa di qualcuno; e siccome il governo apparentemente controlla l’offerta di moneta, dev’essere colpa del governo. Questa ipotesi è ulteriormente rafforzata dall’osservazione che in iperinflazione i deficit governativi tendono a salire.

La prossima settimana guarderemo alle prospettive di alta inflazione o addirittura iperinflazione negli USA (e di conseguenza in UK, Giappone, e altri Paesi con alto debito pubblico e tasso di cambio flottante). Questa settimana guardiamo agli esempi storici dei periodi di iperinflazione. Le iperinflazioni sono causate da circostanze abbastanza specifiche, sebbene ci sono alcuni caratteri comuni e condivisi di Paesi e regimi monetari che sperimentano iperinflazione. La semplice spiegazione Monetarista non fa chiarezza sulla realtà.

Prima di tutto, a ogni modo, è importante esaminare la relazione tra deficit di bilancio e alta inflazione o iperinflazione. Quando Luiz Carlos Bresser Pereira era ministro delle finanze in Brasile durante un periodo di elevata inflazione predispose un’acuta analisi alternativa. In senso rilevante, le tassazioni sono “tarate sul passato”, basate sulle performance economiche passate. Le tasse sul reddito, ad esempio, sono calcolate e riscosse su un intervallo temporale piuttosto lungo. Anche le tasse sulla vendita sono riscosse con un certo ritardo. Quando l’inflazione si attesta sul 2% annuo, il ritardo non ha molta importanza, ma se l’inflazione viaggia al 10% o 50% mensile, anche un piccolo ritardo fa una grossa differenza. La spesa del Governo è più strettamente sincronica – al crescere del livello dei prezzi, il Governo spende di più.

Senz’altro, questo effetto dipenderà dall’indicizzazione – quanto spesso gli incrementi di salari, prezzi e pagamenti vengono incrementati a seguito dell’incremento dei prezzi. In Paesi come il Brasile, con alta inflazione, il lasso di tempo connesso all’indicizzazione tende a crollare – così che la spesa governativa cresce rapidamente quanto l’inflazione. In combinazione con il fatto che la tassazione si adegua più lentamente, si crea il debito pubblico. Di certo, anche l’indicizzazione tende a sviluppare un’inflazione “inerziale” (la spirale salari-prezzi si crea con la crescita dei prezzi che scatena l’incremento dei salari che inducono le imprese ad aumentare i prezzi per coprire i costi). Bresser si rese conto che la strada per ridurre la crescita del deficit e tagliare l’inflazione fosse da ricercare nell’indicizzazione. Pur se doloroso, se il governo può posticipare l’incremento dei salari, sussidi welfare e prezzi [sui beni, NdT] pagati dal governo, può ridurre la pressione inflattiva e allo stesso tempo ridurre il deficit di bilancio.

Il punto importante da notare, a ogni modo, è che i deficit di bilancio sono da considerare un effetto, non una causa dell’inflazione. In aggiunta, è vero che se il governo riduce il suo deficit (eliminando l’indicizzazione, ad esempio), ridurrà la pressione inflattiva. Di sicuro, può ottenere lo stesso risultato attraverso aumenti draconiani della tassazione. Notate che anche questa raccomandazione di politica fiscale non è incompatibile con il punto di vista convenzionale che la austerità fiscale può ridurre l’alta inflazione. In effetti gli MMTer sono sempre stati d’accordo sull’idea che una strada per combattere l’alta inflazione è tagliare la spesa governativa o aumentare le tasse. Ciò che essi respingono è la credenza dei monetaristi che la causa dell’inflazione sia semplicemente una questione di “troppa moneta”.

C’è un legame tra alta (o iper) inflazione, deficit di bilancio, e offerta di moneta – sebbene non sia la semplice dinamica monetarista. Come discusso, il governo spende sempre “pigiando dei tasti” che accreditano conti, e tassa (o vende bond) mediante “pressioni di tasti in senso contrario”, che addebitano i conti correnti. I deficit significano che il governo ha accreditato i conti più di quanto li ha addebitati, così che gli IoTiDevo governativi sono stati creati sotto forma di “moneta ad alto potenziale” (HPM o riserve + cash) e buoni del tesoro (di lungo e breve termine). Come sopra discusso, in periodi di alta o iperinflazione, le tasse (addebiti sui conti) crescono più lentamente della spesa governativa (accrediti sui conti) così che ci aspettiamo un deficit risultante – che significa che gli IoTiDevo del governo in pendenza (HPM più Buoni del Tesoro) crescono.

Questa non è la semplice storia monetarista in cui il governo “stampa troppi soldi”, il che causa alta inflazione, ma piuttosto una più complessa sequenza casuale in cui l’alta inflazione agevola la creazione di deficit – che per identità contabile equivale al credito netto nel bilancio (dell’altro settore, NTD). Le cose peggiorano se la banca centrale persegue una politica di alti tassi di interesse. Questo perché il governo di solito vende un grosso ammontare di buoni al crescere del deficit (talvolta ,attualmente, questo è richiesto dalle procedure operative adottate, o dovuto a una politica monetaria che mira a fissare il tasso di interesse overnight al di sopra del tasso commerciale – negli USA questo potrebbe essere il caso in cui il target del tasso di sconto FED era superiore al tasso che paga sulle riserve in eccesso),e il pagamento degli interessi sui buoni si aggiunge alla spesa governativa. Se la banca centrale reagisce all’incremento del deficit con un rialzo dei tassi di interesse, questo aiuta ad alimentare lo sviluppo del deficit e inoltre aggiunge domanda come stimolo all’economia.

Bloccare l’inflazione (ad esempio eliminando l’indicizzazione della spesa pubblica) probabilmente ridurrà i deficit e la crescita della Moneta ad alto potenziale (HPM) e Buoni del tesoro in scadenza (cosa che ridurrà inoltre gli interessi pagati dal governo, rallentando la crescita dei redditi privati e deprimendo la domanda). In alternativa, spingere sulla tassazione potrebbe ottenere lo stesso scopo. Potrebbe essere d’aiuto anche diminuire il tasso d’interesse posto come obiettivo.

Torniamo agli episodi storici di iperinflazione. L’America ha avuto due ben note esperienze di questo tipo: i “Continentals” e la valuta Confederata (noi abbiamo ancora il detto “non vale un Continental“). Nel periodo pre-rivoluzionario, le colonie Americane vivevano un buon successo con le valute “fiat” cartacee. In qualche misura, questo fu un comportamento d’emergenza – alle colonie era proibito dalla Corona inglese coniare moneta. Alcuni analisti all’epoca – incluso Adamo Smith – evidenziarono che sebbene tali banconote non fossero convertibili in metalli preziosi, mantenevano il loro valore sufficientemente a lungo fino a che l’emissione non risultava eccessiva rispetto al volume totale di tassazione imposta. Come dicono gli MMTer, le tasse guidano la moneta – fino a che gli IoTiDevo governativi cartacei sono accettati in pagamento delle tasse, essi saranno anche accettati nei pagamenti tra privati. Ancora, il loro valore sarà determinato da “quanto difficili” sono da ottenere. Se la moneta crescesse sugli alberi (come dicevano le nostre mamme), varrebbe solo lo sforzo necessario per coglierla. Se i governi coloniali avessero speso eccessivamente rendendo semplice ottenere le banconote per pagare le tasse, allora le banconote avrebbero circolato con un valore deprezzato.

Entrambe le valute “Continentale” e “Confederata” condividevano difetti comuni. Punto primo, le esigenze legate alle condizioni di guerra (Bretagna contro colonie, Nord contro Sud) rendevano le valute eccessivamente abbondanti. Certamente questa non è una novità, al riguardo – le guerre generalmente vedono crescere l’inflazione man mano che la spesa governativa satura la domanda, causa vendite short, e spinge in alto i prezzi. Ad ogni modo, ciò era vero per la valuta emessa nell’Unione – che soffriva di inflazione molto elevata, ma neanche lontanamente paragonabile a quella esistente al Sud. La differenza furono le tasse – essenzialmente non c’erano tasse che sottostanti le valute “Continental” o “Confederate”. Nel primo caso, la disunita confederazione delle colonie non aveva sufficiente autorità per imporre e consolidare le tasse; nel secondo, i rappresentanti degli Stati confederati erano convinti che la popolazione stesse già soffrendo troppo a causa del perdurare della guerra di liberazione – così non volevano aggiungere il gravame della tassazione. Di contrasto, anche se il Nord accumulò grossi deficit, manteneva un sistema di tassazione per gestire la valuta e così evitò l’iperinflazione. Mentre si potrebbe pensare che la ben peggior sorte del Sud possa essere attribuita al pessimismo sulle prospettive di vittoria, questo non sembra essere il caso. Anche vicino alla fine della guerra, quando le prospettive erano più deprimenti, la Confederazione era ancora capace di spingere i bond a un tasso d’interesse relativamente basso. (per gli interessati riguardo questi casi, vedere Understanding Modern Money).

Oggi, i meglio conosciuti casi di iperinflazione sono accaduti durante la Repubblica di Weimar e più recentemente in Zimbabwe (meno conosciuta ma più spettacolare è stata l’iperinflazione ungherese). Le migliori analisi di questi casi che io abbia visto sono quelle fatte da William Mitchell (su billyblog: qui e qui), Rob ParenteauCullen Roche e su Rabble.ca. Cullen Roche ha analizzato 10 iperinflazioni moderne (dopo il 1900) e ha rilevato alcuni tratti comuni. Primo, la la maggior parte di queste dieci sono avvenute durante una guerra civile, in corrispondenza di un cambio di regime. La maggior parte inoltre è accaduta con un grosso debito denominato in valuta estera (questo scenario ha riguardato Austria, Ungheria, Weimar, Argentina, Zimbabwe). Non riproporrò per intero queste eccellenti analisi, ma lasciatemi tratteggiare un rapido sommario per punti chiave riguardo Weimar e Zimbabwe, per rassicurare i lettori sul fatto che questi non erano semplici casi di “eccessiva stampa di moneta” per finanziare il governo che stava “correva freneticamente”.

La tipica storia riguardo Weimar è che il governo iniziò a stampare liberamente una moneta fiat senza gold standard alle spalle, senza alcun riguardo per le conseguenze iperinflazionistiche. La realtà è più complessa. Primo, dobbiamo capire che anche nei primi anni del 20° Secolo, la maggior parte dei governi spendevano con l’emissione di “IoTiDevo” – sebbene molti fossero convertibili su richiesta in sterline o oro. La Germania aveva perso la 1a guerra mondiale e soffriva sotto il peso di risarcimenti di guerra insostenibilmente elevati, risarcimenti che dovevano essere fatti in oro. A peggiorare le cose, la maggior parte della sua capacità produttiva era stata distrutta o neutralizzata, e aveva ridotte riserve auree.

Si suppose che avrebbe esportato e guadagnato l’oro necessario per effettuare i pagamenti ai vincitori (Keynes scrisse il suo primo libro famoso a livello mondiale evidenziando che la Germania non avrebbe avuto capacità di pagare i debiti – notate che questi erano debiti esteri denominati essenzialmente in oro).

La capacità produttiva della nazione non era sufficiente a soddisfare la domanda interna, e ancor meno a esportare per pagare i danni di guerra. Il Governo sapeva che era non solo economicamente ma anche politicamente impossibile imporre tasse a un livello sufficiente per movimentare risorse verso il settore pubblico così che che gli export concretizzassero i pagamenti dei debiti di guerra. Così invece faceva affidamento sulla spesa. Questo significa che il governo competeva con la domanda interna per una limitata offerta di beni, spingendo i prezzi verso l’alto. Al tempo stesso i produttori interni della Germania dovevano indebitarsi sul mercato (in valuta estera) per comprare i beni d’importazione necessari. L’ascesa dei prezzi più l’indebitamento straniero causò una svalutazione della valuta nazionale, che incrementò le necessità di indebitamento (dal momento che l’importazione dall’estero costa di più se misurata in valuta nazionale) e al tempo stesso incrementò i costi delle riparazioni di guerra misurate in valuta nazionale.

Mentre si è spesso gridato che la banca centrale contribuì all’inflazione acquistando titoli del tesoro, effettivamente questo passaggio operava più che altro come avviene presso la Federal Reserve: comprava il debito governativo dalle banche, offrendo loro un tasso di rendimento superiore in cambio delle riserve. Per le ragioni sopra discusse, il deficit di bilancio risultava dall’alta/iper inflazione tali che la tassazione non riusciva a star dietro all’aumento dei prezzi.

Alla fine nel ’24 la Germania adottò una nuova valuta e anche se non aveva valore d’obbligo legale fu dichiarata utilizzabile per i pagamenti delle tasse. L’iperinflazione terminò.

Dire che Weimar è venuta fuori dalla “stampa di moneta” del governo è ovviamente troppo semplicistico. Torniamo allo Zimbabwe. Qui c’è un Paese che si muoveva tra tremende tensioni socio politiche, con disoccupazione dell’ 80% della forza lavoro e recessione del PIL pari al 40%. Questo seguì una controversa riforma fondiaria che aveva diviso le tenute agricole e condotto al collasso della produzione agroalimentare. Il Governo doveva fare affidamento sul cibo importato e prestiti del FMI – altro caso di debiti verso l’estero. In presenza di scarsità di cibo e con i settori governativo e privato in competizione per una offerta molto ridotta, i prezzi si impennarono. Questo fu, inoltre, un altro caso in cui il governo non poteva imporre tasse, per ragioni politiche e economiche. Di nuovo, etichettare questo come un semplice caso monetarista di “governo che stampa la moneta) davvero non aiuta a capire il problema dello Zimbabwe.

Il mio punto di vista non è quello di sostenere che vincoli più stretti sulla spesa pubblica (o maggior capacità di aumentare le tasse) avrebbero potuto non aver successo nel prevenire l’inflazione. A ogni modo, studiando casi specifici di iperinflazione ci si rende conto che non è una semplice storiella di un governo che decide di adottare la moneta fiat e inizia a stampare così tanto da finire in iperinflazione. Ci sono probabilmente molte vie per arrivare all’iperinflazione, ma ci sono alcuni problemi comuni: tensioni politico sociali, guerra civile, collasso della capacità produttiva (che può essere dovuto alla guerra), governo debole, debito estero denominato in valuta estera o oro. Si, dobbiamo osservare deficit di bilancio in crescita e (per identità) notevole crescita dei IoTiDevo del governo. Ma noi rileviamo anche che le banche creano moneta per finanziare la spesa privata che compete con il governo nello spingere i prezzi verso l’alto. E sì, una politica fiscale più restrittiva avrebbe aiutato a ridurre le pressioni inflazionistiche. Questo probabilmente non avrebbe ridotto complessivamente i disagi, dal momento che una causa comune di iperinflazione è un qualche tipo restrizione dell’offerta

La settimana prossima termineremo questa serie analizzando il potenziale di alta/iper inflazione in Stati Uniti, UK, Giappone.

 

Originale pubblicato il 31 agosto 2011

Traduzione a cura di Daniele Basciu

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