Approfondimento

Abbiamo bisogno di leggere Karl Marx (seconda parte)

Abbiamo bisogno di leggere Karl Marx

Questo è stato un tema a cui ho dedicato molto tempo, sia in termini di riflessione sia di scrittura. L’abbiamo analizzato nel 2008 nel libro Full Employment abandoned [1].

Keynes si avvalse dell’incapacità degli economisti neoclassici di spiegare la realtà degli anni ’30 del 1900 per introdurre il concetto della disoccupazione involontaria. Comprendere il significato della disoccupazione involontaria richiede prima una comprensione del modo in cui fu introdotto nell’analisi il concetto di domanda effettiva. L’obiettivo era quello di negare la visione Classica secondo cui il risultato reale dell’economia è determinato dall’equilibrio di piena occupazione raggiunto nel mercato del lavoro. In altre parole, la domanda aggregata – o, più correttamente – la domanda effettiva è importante.

Per spiegare il principio della domanda effettiva, i Post-Keynesiani iniziano tipicamente con la Teoria Generale di Keynes (1936). Tuttavia, gli elementi essenziali a sostegno della critica a Say e la comprensione attuale della disoccupazione involontaria in un’economia monetaria capitalistica, si possono trovare in Marx, in particolare nelle Teorie sul Plusvalore (1863) [TPV].

In particolare, nel Capitolo 17 ci sono varie discussioni che riguardano la negazione Classica (Ricardiana) della possibilità di una sovrapproduzione generalizzata e di come l’errata concezione sia basata sull’idea che i prodotti vengano scambiati con [altri] prodotti. Questo è al cuore della neutralità Classica, che in ultima analisi costituisce la versione moderna dell’affermazione secondo cui la politica fiscale e quella monetaria non possono alterare in modo favorevole le condizioni reali nell’economia.

Nel Cap. XVII del Vol. II delle TPV (paragrafo 705) leggiamo:

La concezione (che appartiene in realtà a [James] Mill), che Ricardo riprende dal noioso Say (ed a cui torneremo quando discuteremo di quel miserabile individuo), che la sovrapproduzione sia impossibile o, almeno, che non sia possibile un eccesso del mercato a livello aggregato, si basa sull’asserzione che i prodotti vengono scambiati con [altri] prodotti, o, come affermava Mill, sul “metafisico equilibrio tra venditori e acquirenti”, e ciò portò [alla conclusione] che la domanda è determinata unicamente dalla produzione, o anche che domanda ed offerta sono identiche [si compensano]. La stessa proposizione esiste anche nella forma, che Ricardo apprezzava particolarmente, secondo cui in ogni Paese è possibile impiegare qualunque quantità di capitale in maniera produttiva.

Marx aggredì Say molto duramente. Questo paragrafo evidenzia anche il motivo per cui l’uso di esempi [fondati sulla] “economia di baratto” è profondamente errato. Un’economia monetaria è caratterizzata da dinamiche che non si colgono in un mondo basato sul baratto, in cui i prodotti vengono direttamente scambiati con [altri] prodotti.

Se ripercorressimo dall’attuale posizione (neo-liberale) conservatrice (e la maggior parte delle teorie economiche mainstream) a ritroso, fino alle asserzioni classiche che Marx stava attaccando, troveremmo una corrispondenza prossima al 100% in termini di concetti ed implicazioni.

Esse erano errate allora e, per estensione logica, sono errate [anche] oggi.

L’esistenza di un interruttore sotto forma di scorte di moneta inutilizzata (il che riconosce che la moneta è più di un mezzo di scambio, ma è anche una forma indipendente di bene) portò Marx a concludere che vi fosse la possibilità di stagnazione (definita come un conflitto tra acquisti e vendite) – (si vedano i par. 710-711, Cap. XVII, Vol. II delle TPV).
Curiosamente, nelle TPV (Vol. II, Cap. XVII, par. 712) Marx anticipò anche la moderna distinzione tra domanda nominale e domanda effettiva, che risiede nella comprensione del reale contributo di Keynes. Marx notò che, nel negare la possibilità di un eccesso a livello aggregato, Ricardo si appella ai bisogni illimitati di prodotti da parte dei consumatori ed al fatto che ogni particolare saturazione verrebbe rapidamente superata da un aumento della domanda di altri prodotti.

Chiese quindi, in modo retorico (TPV, Vol. II, Cap. XVII, par. 712), una spiegazione della relazione tra “sovrapproduzione” e “bisogni essenziali”, indicò quella produzione capitalistica e citò il diniego di Ricardo della “possibilità di un eccesso nel mercato a livello aggregato”:

Si potrebbe produrre una quantità eccessiva di un particolare bene, tale da saturare il mercato e non riuscire a ripagare il capitale investito; ma questo non potrebbe avvenire per tutti i beni; la domanda di granturco è limitata dalle bocche che se ne cibano, la domanda di scarpe e cappotti dalle persone che li indossano; ma sebbene una comunità, o parte di essa, potrebbe avere tanto granturco, e tanti cappelli e scarpe da riuscire a consumarli o a desiderare di farlo, lo stesso non si potrebbe dire per ogni bene prodotto dalla natura o dall’arte. Alcuni consumerebbero più vino, se fossero in grado di procurarlo. Altri, avendo vino a sufficienza, desidererebbero aumentare la quantità o migliorare la qualità dei propri accessori. Altri potrebbero desiderare di abbellire i propri terreni, o di ampliare le proprie abitazioni. Il desiderio di far tutto o parte di ciò è impiantato nel petto di ogni uomo; non servono nient’altro che i mezzi, e i mezzi non possono offrire nient’altro, se non un aumento della produzione…

Marx rispose:

Potrebbe esistere un’affermazione più infantile? Va in questo modo: un particolare bene potrebbe essere prodotto in quantità maggiore rispetto a quanta ne possa essere consumata; ma ciò non vale per tutti i beni contemporaneamente. Poiché i bisogni che i beni soddisfano non hanno limiti e tutti questi bisogni non sono soddisfatti allo stesso tempo. Al contrario. Il soddisfacimento di uno di questi bisogni ne rende un altro, per così dire, latente. Perciò non c’è bisogno di null’altro che mezzi per soddisfare questi desideri, e questi mezzi si possono fornire attraverso un aumento della produzione. Pertanto una sovrapproduzione generale [a livello aggregato] è possibile.

Qual è lo scopo di tutto ciò? Nei periodi di sovrapproduzione, un’ampia parte della Nazione (specialmente la classe lavoratrice) è meno che mai provvista di granturco, scarpe, ecc. per non parlare di vino e accessori. Se ci fosse sovrapproduzione solo nel momento in cui tutte le persone che vivono in un Paese hanno soddisfatto persino i loro bisogni più urgenti, non ci potrebbe mai, nella storia della società borghese fino ad ora, essere stato uno stato di sovrapproduzione generale o persino di sovrapproduzione parziale. Quando, per esempio, il mercato è saturo di scarpe, calicot, vini o prodotti coloniali, ciò significa forse che quattro sesti nella Nazione hanno più che soddisfatto i propri bisogni di scarpe, calicot, ecc.? Cos’ha a che vedere, dopotutto, la sovrapproduzione con i bisogni essenziali? Si tiene conto solo della domanda che ha la possibilità di pagare. Non si tratta di una questione di sovrapproduzione assoluta – la sovrapproduzione, in quanto tale, in relazione al bisogno essenziale o al desiderio di possedere beni. In tal senso, non esiste né una sovrapproduzione parziale né una generale; e l’una non è opposta all’altra.

Si noti il riferimento al mercato capitalistico che “si preoccupa unicamente dalla domanda che ha la possibilità di pagare. Non si tratta di una questione di sovrapproduzione assoluta – la sovrapproduzione, in quanto tale, è in relazione al bisogno assoluto o al desiderio di possedere beni”.

Vi sollecito a leggere l’intera sezione nelle Teorie del Plusvalore, perché la sua saggezza è alla base del problema moderno dell’alta disoccupazione e della crescita stagnante. Keynes non offrì molto più di quanto potete trovare in questo lavoro di Marx.

George Magnus afferma che il messaggio di Marx per la crisi corrente è che:

… i fautori della politica devono mettere i posti di lavoro in cima all’agenda economica, e considerare altre misure non ortodosse. La crisi non è temporanea, e certamente non sarà curata dall’ideologica passione per l’austerità dello Stato.

Elenca “cinque punti principali” da ripristinare:

  1. “Dobbiamo sostenere la domanda aggregata e la crescita del reddito” ed i Governi “devono fare della creazione di occupazione la cartina tornasole della politica”.
  2. “Alleggerire il fardello del debito delle famiglie”. Egli ritiene che i Governi dovrebbero assistere le famiglie a basso reddito per “ristrutturare i mutui, o scambiare qualche condono dei debiti con pagamenti futuri ai prestatori in caso di un apprezzamento dell’abitazione”. In questo blog del 2009 – When a country is wrecked by neo-liberalism [2] – delineai un’iniziativa politica desiderabile per aiutare i proprietari delle abitazioni che stavano affrontando lo sfratto dalle proprie case perché non avevano più la possibilità di onorare i propri debiti. È simile a quanto viene oggi raccomandato da George Magnus.
  3. Aiutare le banche “a far giungere nuovo credito, in particolare alle piccole aziende” attraverso il rilassamento delle regole di adeguatezza del capitale e una “spesa” pubblica diretta “o un finanziamento indiretto di investimenti nazionali o di programmi infrastrutturali”. L’esatta natura dell’intervento è discutibile, ma l’intento no. La soluzione deve vedere uno stimolo della domanda aggregata e, con una spesa privata stagnante, la responsabilità di stimolare la spesa spetta allo Stato.
  4. “Per alleviare il fardello del debito sovrano nell’eurozona, i creditori europei devono estendere i ridotti tassi d’interesse ed allungare i termini di pagamento recentemente proposti alla Grecia”. Anche se questo fornirebbe un sollievo temporaneo, non arriva al cuore della sostanza, che è l’errata (e non funzionale) impostazione del sistema monetario nel suo complesso. Tale “sollievo” non risolverebbe il problema intrinseco.
  5. “Per creare difese contro il rischio di cadere nella deflazione e nella stagnazione, le banche centrali dovrebbero guardare al di là dei programmi di acquisto di titoli e puntare invece ad un tasso di crescita della produzione economica nominale”. Io non appoggio [il ruolo assegnato al]le banche centrali come giocatori di primo piano nelle politiche di stabilizzazione. Scriverò a tale riguardo più in dettaglio in un altro momento.

Conclusione

Trovo interessante che una persona che dà consulenze ai mercati finanziari suggerisca che Karl Marx mantiene [una certa] importanza. È chiaro che il capitalismo ha raggiunto un punto di crisi dopo tre decenni di deregolamentazione, privatizzazione, tagli alla spesa sociale ecc. che si sostiene avrebbero ottimizzato le sue prestazioni. Era chiaro che tutto ciò che questa legislazione neoliberista avrebbe portato più potere al capitale, ridistribuito reddito reale lontano dai lavoratori, ridotto la capacità politica dei Governi di utilizzare la politica fiscale e la regolazione per mediare al conflitto di classe e sostenere la piena occupazione.

Al capitale non è mai piaciuta la piena occupazione. Marx lo sapeva. L’ultimo trentennio circa ha visto le conquiste fatte dai lavoratori e dai loro sindacati nel corso di un secolo erose dall’implacabile attacco ai loro diritti e alle loro condizioni.

Il conflitto di classe è vivo e domina questa crisi.

Dovrei aggiungere che oggi in Australia, sulla stampa di Murdoch, iniziano a comparire articoli che danno alle organizzazioni sindacali la colpa della crisi e sostengono che la decisione del Governo australiano di ritirare alcune delle peggiori leggi sulle relazioni industriali emanate dal precedente Governo conservatore – leggi che davano ai datori di lavoro un enorme potere – ha anch’essa provocato un rallentamento della nostra economia. Rimanete sintonizzati per questo genere di attacchi “di classe”.

Per oggi è abbastanza!

Diffondete il verbo…

 

Note del Traduttore

1.^ L’abbandono della piena occupazione

2.^ Quando un Paese è rovinato dal neoliberismo

 

Originale pubblicato il 30 agosto 2011

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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