L'Editoriale

Un’altra Torino è persa

Un'altra Torino è persa

Uno dei dati che può sintetizzare in maniera efficace l’andamento economico dell’Italia nell’ultimo decennio è il dato Istat, pubblicato a dicembre 2019, relativo alle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente anno 2018.

Dal 2008 al 2018 il numero di Italiani che si sono trasferiti all’estero è pari a 816˙000. Di questi, oltre il 73% ha più di 25 anni e i tre quarti hanno un livello di studio medio alto.

In termini di quantità stiamo parlando di una città come Torino, ovvero la quarta città italiana per numero di abitanti dopo Roma, Milano e Napoli. È come se l’intera popolazione di Torino, in 10 anni, avesse abbandonato il territorio italiano. Non solo.

Mentre Torino è una città composta di giovani, anziani e bambini, nel caso del dato Istat si tratta di una popolazione composta in stragrande maggioranza di persone in grado di lavorare.

Il nostro Stato si sta privando di un’intera città e della sua capacità di generare ricchezza reale e di contribuire al PIL. Una vera e propria follia.

Eppure le politiche economiche all’insegna dei numeri da far quadrare a tavolino hanno generato quello che è un reale e concreto disastro.

Se volessimo misurare in euro i beni ai quali l’Italia sta rinunciando, potremmo prendere come riferimento il PIL pro capite di un Italiano nel 2018 e moltiplicarlo per il numero di persone che hanno abbandonato l’Italia.

Il PIL pro capite in Italia è pari a 30˙500 euro a persona, per cui, in termini macroeconomici, stiamo rinunciando a circa 25 miliardi di euro da sommare al nostro PIL.

I 25 miliardi, come unità di conto, ci danno la misura di tutte le risorse reali di cui ci siamo privati, o meglio, di cui siamo stati privati dalle politiche di austerità.

Ovvero abbiamo deciso di non utilizzare professori, maestri, medici, chirurghi, ingegneri, cuochi, infermieri, assistenti per anziani, poliziotti, giardinieri, insomma un lungo elenco di professionalità. Un patrimonio di risorse reali che potenzialmente vengono erogati in una delle città delle dimensioni di Torino!

Per quale motivo rinunciamo a tutto questo?

Si tratta di una precisa scelta di politica economica portata avanti anno dopo anno dai Governi dell’austerità, scelte avvallate nei DEF, imposte dalle Commissioni europee e avvallate dai parlamenti. Portare avanti i soli interessi dei pochi e non della collettività.

Ogni anno lo Stato Italiano rinnova la decisione di avere una massa di disoccupati, economicamente e cinicamente uno “stock” di disoccupati, per salvaguardare multinazionali e gruppi finanziari dal rischio (loro) di un aumento incontrollato dell’inflazione, secondo la fede neoliberista che lega occupazione e inflazione in una relazione che nella realtà non esiste.

In un contesto in cui nessuno Stato riesce a far crescere l’inflazione oltre a valori di poco superiori all’1%, l’Italia rinuncia alla reale ricchezza creata dai cittadini e facendo in modo che siano altri Paesi a goderne.

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