L'Editoriale

Un giorno di ordinaria austerità (e propaganda)

Un giorno di ordinaria austerità (e propaganda)

Questa volta è toccato alla mia amica, che ieri ha passato buona parte della notte al pronto soccorso in compagnia della figlia, con il braccio fratturato. Dalle 20 alle 4 del mattino. La gente è tanta, i problemi ancora di più e i medici pochi. Il nervosismo sale. L’ortopedico non può ingessare il braccio della bimba e con rabbia dice che, per risparmiare e fare efficientamento, l’ospedale ha eliminato il turno notturno del radiologo, e lui non è in grado di capire in che punto è posizionata la frattura. La mia amica riesce comunque a far ingessare il braccio alla bimba, per calmarne il dolore; l’indomani tornerà in ospedale per cercare il radiologo.

Non è una storia drammatica né tantomeno grave, è una storia di ordinaria austerità, come tante altre ogni giorno. Come il figlio autistico di un’altra mia amica, che può avere l’insegnante di sostegno solo per poche ore a settimana perché aumentano gli alunni con difficoltà, ma non gli insegnanti. O come alla Procura di Torino, dove il Procuratore Armando Spataro denuncia una situazione al limite del tilt che potrebbe causare il blocco dei servizi destinati al pubblico, dato che da vent’anni non si fanno più concorsi.

Un lento e progressivo sgretolamento dei servizi pubblici, dei diritti e delle aspettative. Dobbiamo abituarci a vivere al di sotto delle nostre possibilità? Eppure abbiamo medici e infermieri, università dove preparare i giovani, riqualificare le professionalità, abbiamo persone in grado di fare gli insegnanti di sostegno o gli educatori, impiegati e specialisti per smaltire il lavoro delle Procure e operai per costruire pronti soccorso attrezzati. Il paradosso è che abbiamo bisogno di tutte le risorse… di cui già disponiamo. Ci serve solo la moneta per attivarle, che però non si può creare a causa del Trattato di Maastricht. Serve la moneta per investire, per formare, per spendere, per riqualificare, per assumere.

Eppure, a leggere i giornali di questi giorni sembra che il problema di cui soffre la Pubblica Amministrazione sia un altro: l’impossibilità di licenziare i dipendenti pubblici come nel privato.

Se si usa la logica (ma anche semplicemente l’intuizione), è facile capire che non c’è alcun tipo di legame tra il problema “mancano i medici” e la presunta soluzione “licenziare facilmente i medici”. Ma non per il liberismo, che arriva a sfidare le leggi della scienza per trovare dei nessi laddove non esistono. Un giorno di ordinaria propaganda: la sanità pubblica non è più universale (in Italia ci sono 11 milioni di persone che hanno dovuto rinunciare a curarsi), ma per i liberisti il problema della Pubblica Amministrazione è rappresentato dalle regole per i licenziamenti.

Cosa ci guadagna l’austerità dal bloccare il funzionamento dello Stato? Lo ha capito bene la mia amica, che dopo una notte al pronto soccorso con la bimba sofferente sa quanto sarebbe arrivata a pagare se, in quel momento, avesse trovato un pronto soccorso privato con un medico e un radiologo in grado di fare diagnosi e cura nel giro di un’ora.

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