Il Commento

Compra e vinci!

Compra e vinci!

Senza dubbio il Presidente sa che, quando si va a fare spese, acquistare al prezzo più basso è l’emblema del vincitore, mentre pagare troppo è l’emblema del perdente. Eppure, quando si tratta di comprare legname dal Canada, automobili dalla Germania e, ora, acciaio e alluminio, il Presidente attacca senza pietà e ora mette in campo misure di ritorsione contro gli altri Paesi perché non ci fanno pagare abbastanza i loro prodotti!

E mentre tutti sanno che comprare al prezzo più basso è una cosa buona, non c’è alcuna seria opposizione da parte dei Democratici, dei Repubblicani del “libero scambio”, dei media, né di alcuno dei principali analisti mainstream. C’è evidentemente qualcosa di molto sbagliato nella logica mainstream sottostante, che porta a questo genere di costoso abbaglio presidenziale.

Sì, quando compriamo beni d’importazione si perdono posti di lavoro, proprio come si perdono posti di lavoro quando ai lavoratori sostituiamo le macchine, compresi i tosaerba, gli aspirapolvere e le idropulitrici. Eppure in qualche modo ancora sopravviviamo a tutto questo. Siamo passati dall’avere bisogno di mettere il 99% della popolazione a lavorare per produrre il nostro cibo, ad arrivare ad aver bisogno di meno dell’1% della popolazione per farlo, e l’occupazione nel settore manifatturiero è scesa al 7% della forza lavoro. Eppure il restante 90% di noi non è del tutto disoccupato, perché l’occupazione ha proliferato nel settore dei servizi, dove la maggior parte dei posti di lavoro sono oggi considerati migliori di quelli persi nei settori agricolo e manifatturiero. Né un deficit della bilancia commerciale ha avuto necessariamente come conseguenza un aumento della disoccupazione o una diminuzione del salario. Nel 1999, per esempio, abbiamo avuto un record di importazioni con un tasso di disoccupazione inferiore al 4% e un tasso di inflazione al di sotto del 2%, e gli studenti venivano assunti in posti di lavoro ben retribuiti ben prima del diploma.

Per sostenere elevati livelli di occupazione e di retribuzione, la risposta è la politica fiscale. Se per una qualunque ragione, compreso un aumento delle importazioni, una domanda interna debole sta mantenendo livelli di disoccupazione eccessivamente elevati o salari troppo ridotti, la risposta politica appropriata è un rilassamento fiscale – che sia una riduzione delle tasse o un aumento della spesa, anche se ciò incrementasse il debito pubblico – e non imporre tasse sulle importazioni o aumentarne il costo in altro modo. Sfortunatamente, però, la politica che consente a tutti noi di pagare il prezzo più basso per le importazioni e avere posti di lavoro ben retribuiti per rimpiazzare quelli persi per via delle importazioni, è stata spazzata via completamente dal tavolo [delle trattative], sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Di conseguenza, una cosa molto buona per l’America – importazioni a prezzi più bassi – è stata trasformata in una cosa molto negativa – la disoccupazione, e tutto a causa della falsa informazione sul debito pubblico sostenuta sia dai Repubblicani sia dai Democratici.

Il debito pubblico USA non è costituito da nient’altro che dai dollari spesi dal Governo federale che non sono stati ancora usati per pagare le tasse. Quei dollari spesi e non ancora tassati, oltre ai contanti in circolazione, si trovano in conti bancari presso la Federal Reserve Bank e sono detti “conti di riserva” e “conti titoli”. I titoli del Tesoro (T-bonds, T-notes e T-bills [1]) non sono nient’altro che dollari in conti titoli presso la Federal Reserve Bank, dal punto di vista funzionale identici ai dollari nei conti di risparmio o nei certificati di deposito presso le banche commerciali.

Pensate in questo modo: quando il Governo spende un dollaro, quel dollaro può essere usato per pagare le tasse, ed è quindi perso per l’economia, o non essere usato per pagare le tasse e [allora] resta nell’economia. La spesa in deficit si somma a quei dollari che sono stati spesi ma non ancora tassati, questo è detto debito pubblico. E “ripagare il debito” (come accade per decine di miliardi di titoli del Tesoro ogni mese) non significa altro che la Fed sposta dollari da conti titoli a conti di riserva – un semplice addebito e un accredito – tutto sui suoi libri mastri (non serve nessun contribuente né nipote…). La “capacità di spesa” c’è sempre – si tratta solo di un addebito e un accredito sui libri contabili della Federal Reserve Bank. La paura che gli USA finiscano i soldi o dei vincoli imposti dall’estero, semplicemente, non sono applicabili al sistema monetario attuale.

E se vi preoccupate dell’inflazione, la nostra proposta riduce i prezzi per tutti noi, mentre la politica diretta del Presidente prevede di aumentare i prezzi che paghiamo tutti.

E se la preoccupazione è quella della sicurezza nazionale, la risposta politica che serve al meglio l’interesse pubblico prevede di ordinare al Dipartimento della Difesa di richiedere la fornitura nazionale di ciò che è considerato strategicamente importante e lasciare che il resto di noi continui a fare acquisti ai prezzi più bassi possibili.

Il punto è che una volta che si è capito che 1) il debito pubblico non è niente di più che ciò che possiamo chiamare offerta netta di moneta, 2) non esiste alcun rischio di default, 3) non c’è alcuna dipendenza da prestatori, esteri o meno, 4) non si sta caricando nessun fardello sulle future generazioni, il Presidente sarà libero di renderci tutti vincitori facendosi nostro compratore capo e lavorando per far sì che beneficiamo dei prezzi più bassi possibili.

 

Note del Traduttore

1.^ T-bonds, T-notes e T-bills: differenti tipologie di titoli di Stato del Governo federale USA, per approfondimenti si legga per esempio Borsaitaliana.it

 

Originale pubblicato il 2 marzo 2018

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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