Approfondimento

Abbandonare una nave che affonda? Un piano per lasciare l’Euro

Come sanno i lettori abituali di questo blog, sono del parere che il collasso dell’Eurozona sarà foriero di un 1930 postmoderno. Mentre fui fortemente contrario alla creazione dell’Eurozona, in questo momento in cui essa è in crisi, sto portando avanti una campagna per salvarla. Naturalmente, come Alain Parguez ha giustamente scritto qui, è impossibile salvare qualcuno, o qualcosa, che non vuole essere salvato.

In questo post, pur non rinnegando il mio impegno personale nel continuare a cercare di salvare un’unione monetaria che è determinata all’auto-distruzione, vi espongo un’idea su come uno Stato membro della periferia [dell’Eurozona, ndt] potrebbe cercare di ridurre al minimo gli (enormi) costi socio-economici di un’uscita dall’eurozona, (uscita) imposta dalla costante disgregazione di quest’ultima.

Detto piano è stato ideato pensando al caso dell’Irlanda. I suoi autori sono Warren Mosler (investment manager e creatore del mortgage swap e dell’attuale contratto Eurofutures swap) e Philip Pilkington, giornalista e scrittore che vive a Dublino, in Irlanda. Il punto di partenza è una diagnosi (perfettamente azzeccata): i “programmi di austerità” sono

un abietto fallimento, eppure i funzionari europei continuano a considerarli come l’unica alternativa sulla piazza. Pertanto, a questo punto possiamo concludere che, dato che i funzionari europei sanno che i programmi di austerità non funzionano, li stanno perseguendo più per ragioni politiche che economiche.

Per ragioni che ho anche esposto più volte, a meno che non sia rovesciato, questo progetto politico porterà, forse involontariamente, al collasso dell’Eurozona. Un Paese come l’Irlanda dovrebbe aspettare fino alla fine o dovrebbe prepararsi per un’uscita, prima che l’ultimo chiodo sia stato piantato nella bara dell’euro? Mosler e Pilkington discutono per l’uscita. Ma come possono l’Irlanda, o del resto il Portogallo o la Grecia o l’Italia, uscire senza che cada loro in testa il cielo? Ecco quello che propongono. Per il testo completo cliccate qui:

  1. Subito dopo l’annuncio che il Paese sta lasciando l’Eurozona, il governo di quel Paese dovrebbe annunciare che effettuerà i pagamenti – per i dipendenti pubblici, ecc. – esclusivamente nella nuova valuta. Quindi il governo cesserebbe di utilizzare l’euro come mezzo di pagamento.
  2. Il governo dovrebbe annunciare anche che accetterà il pagamento delle tasse solamente in questa nuova valuta. Ciò garantirebbe che la valuta abbia un valore e che, almeno per un certo periodo, sia scarsa.

E questo è quanto. Il governo spende per approvvigionarsi [di forza lavoro, ndt] e immette così la nuova valuta nell’economia, mentre la nuova politica di tassazione nella nuova valuta assicura che essa sia ricercata dagli agenti economici e che, quindi, assuma valore. La spesa pubblica è quindi il rubinetto attraverso il quale il governo inietta nuova valuta nell’economia e la tassazione è il tubo di scarico che assicura che i cittadini vadano in cerca la nuova valuta.

L’idea è quella di adottare un approccio del tipo “di non intervento”. Se il governo di un determinato Paese dovesse annunciare l’uscita dall’Eurozona e poi congelare i conti bancari e forzarne la conversione, allora ci sarebbe il caos. I cittadini del Paese correrebbero agli sportelli delle banche e cercherebbero disperatamente di ritirare il maggior numero possibile di banconote in euro, in previsione del fatto che esse avranno più valore rispetto alla nuova moneta.

Secondo il piano di cui sopra, comunque, i conti bancari dei cittadini sarebbero lasciati così come sono. Starebbe a loro convertire gli euro dei loro conti nella nuova valuta ad un tasso di cambio fluttuante stabilito dal mercato. Dovrebbero, naturalmente, cercare la valuta ogni qualvolta dovessero pagare le tasse, e così dovrebbero vendere beni e servizi denominati nella nuova valuta. Questo “monetizza” l’economia nella nuova valuta, mentre – allo stesso tempo – contribuisce a stabilire il valore di mercato di detta valuta.

La mia reazione a questo piano è semplice: è un progetto per chiunque pensi che il sistema euro abbia superato il punto di non ritorno. Una volta che il punto sarà oltrepassato, è forse essenziale muoversi in questa direzione rapidamente. Comunque, non credo che – attualmente – l’Eurozona abbia, superato il punto di non ritorno. È ancora possibile salvare la moneta comune attraverso qualcosa di simile alla nostra “Modest Proposal”. Potrebbe richiedere un maggior intervento da parte della BCE rispetto a quanto la “Modest Proposal” prevede (dato che sta continuando sull’attuale percorso che è insostenibile, sarebbe una sua gentile concessione dovuta al terribile ritardo nell’attuazione di un piano razionale), ma quest’ultima è ancora, credo, fattibile.

Il motivo per cui io sono fermamente convinto che questo non sia ancora il tempo di abbandonare la nave, è l’enorme costo umano che conseguirebbe dal collasso dell’Eurozona. Si consideri per esempio che cosa accadrà, infatti, se noi adottassimo il piano di uscita sopra proposto.

  • Tutti i contratti pubblici stipulati con il settore privato (estero e nazionale) saranno rinegoziati nella nuova valuta, dopo la svalutazione iniziale di quest’ultima. In altre parole, i produttori nazionali dovranno affrontare immediatamente un grande perdita. Molti di loro dichiareranno bancarotta, con un’altra grande perdita istantanea di posti di lavoro.
  • Le banche rimarranno a corto [di liquidità, ndt] e non saranno mantenute attive dalla BCE. Il che significa che l’unico modo in cui l’Irlanda o la Grecia o chiunque adotti questo piano possono mantenere le proprie banche attive è che esse siano ricapitalizzate nella nuova valuta nazionale da parte della Banca Centrale. Ma questo significa che i depositi nei conti bancari, di fatto, saranno convertiti dall’euro nella nuova valuta; annullando così la misura benefica dell’assenza di conversioni obbligatorie dei depositi bancari nella nuova valuta (vedi sopra).
  • Gli autori sostengono che gli effetti negativi di cui sopra saranno mitigati dalla ritrovata indipendenza monetaria del governo, che gli consentirà di interrompere immediatamente i programmi di austerità e di adottare una politica fiscale anticiclica, come ha fatto l’Argentina dopo il suo default e la fine del cambio fisso pesos-dollaro. Questo può essere vero, ma tutti i confronti con l’Argentina devono essere presi con grande scetticismo. La ripresa dell’Argentina, con le politiche fiscali associate, fu dovuta al suo ritorno all’indipendenza solo marginalmente, e fu molto più legata ad un inaspettato aumento della domanda di semi di soia da parte della Cina.
  • Mentre è vero che la valuta più debole aumenterà le esportazioni, essa avrà anche un effetto devastante: la creazione di una nazione a due livelli. Una nazione che ha accesso agli euro accumulati e un’altra che non ne ha. La prima acquisirà un immenso potere socio-economico sulla seconda, forgiando così una nuova forma di disuguaglianza che inevitabilmente opererà a lungo come un freno per lo sviluppo – proprio come la disuguaglianza che crebbe nel periodo successivo agli anni 70 provocò danni enormi allo sviluppo reale dei nostri paesi (contrariamente ai numeri sulla crescita del PIL) nella fase del secondo dopoguerra.
  • In ultimo, ma certamente non per importanza, anche se un Paese uscisse dall’Eurozona in questo modo, l’Eurozona si sgretolerebbe entro 24 ore. Il Sistema Europeo delle Banche Centrali scoppierà subito, gli spread italiani raggiungeranno i livelli della Grecia, la Francia diventerà immediatamente un paese con rating AA o AB e, prima di poter fischiettare la Nona Sinfonia, la Germania avrà dichiarato la ricostituzione del marco tedesco. Una recessione di massa colpirà poi i Paesi che costituiranno la nuova zona del marco tedesco (Austria, Olanda, possibilmente Finlandia, Polonia e Slovacchia), mentre il resto dell’Eurozona precedente opererà in una condizione di significativa stagflazione. Le nuove guerre valutarie intra-europee sopprimeranno, in sintonia con la galoppante recessione/stagflazione, il commercio internazionale ed europeo e, di conseguenza, gli Stati Uniti crolleranno in una nuova Grande Recessione. Gli anni 30 post-moderni di cui continuo a parlare saranno una tragica realtà.

In sintesi, questo piano può finire per essere l’unica via d’uscita da una nave diretta contro le rocce. Dobbiamo tenerlo a mente, visto che l’ostinazione dei nostri leader europei ha messo, e mantiene, un intero continente su un sentiero angustiato dalle rocce. Ma non è ancora il momento di adottarlo [il piano, ndt]. Poiché sarà realizzato ad un incredibile costo umano; un costo che può ancora essere evitato (assumendo che io abbia ragione nel dire che il punto di non ritorno non è stato ancora raggiunto). Abbiamo ancora la possibilità di prendere d’assalto il ponte e cambiare rotta. Se questo fallisse, un piano come quello di Mosler e Pilkington può essere l’equivalente delle nostre scialuppe di salvataggio. Dovremmo, comunque, tenere sempre a mente che le nostre scialuppe di salvataggio saranno lanciate nei mari ghiacciati e, arenati su di essi, molti periranno.

 

Originale pubblicato il 27 novembre 2011

Traduzione a cura di Daniele Busi

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