Approfondimento

Costituzione e Trattati europei: il suicidio nei giorni di follia

Costituzione e Trattati europei: il suicidio nei giorni di follia

Le Costituzioni sono catene con cui gli uomini si legano nei loro giorni di saggezza per non commettere suicidio nei loro giorni di follia

[John Potter Stockton]

Un’affermazione senza dubbio avveduta, ma che rischia purtroppo di diventare solo un remoto riferimento a ciò che le Costituzioni furono e più non sono.

Cosa accade se nei giorni di follia si riescono a spezzare quelle catene che uomini più saggi avevano messo a nostra protezione? Questo è il rischio che si corre oggi nello stravolgere la Costituzione nata nel 1948.

Per la verità, qualche ora di follia c’è già stata negli anni precedenti. Per esempio, quando il pensiero mainstream riuscì nell’intento di diffondere l’idea del vincolo esterno, cioè l’idea che gli Italiani non siano in grado di autogovernarsi e che necessitino di una qualche entità sovranazionale che faccia il loro bene. In quelle ore di follia, gli uomini diedero vita ai Trattati europei.

Costituzione vs Trattati: due modelli di società diversi

Nei primi decenni dalla sua entrata in vigore, la Costituzione ha fatto da guida allo sviluppo dell’Italia, in campo non solo economico, ma anche culturale e sociale, grazie anche ad un sistema di welfare diffuso ed al quasi raggiungimento della piena occupazione.

Risultati non casuali, ma derivanti da un’idea di società che i Costituenti avevano tracciato nella Costituzione del 1948:

  • una forma di capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante
  • un’idea avanzata di “democrazia progressiva”, secondo cui la democrazia ha il compito di promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini (riflessa nello splendido Art. 3)
  • un dovere di solidarietà politica, economica e sociale richiesta per poter garantire a tutti i diritti inviolabili dell’uomo (Art. 2)
  • la centralità del lavoro e dell’obiettivo del pieno impiego, posta ad epigrafe dell’intera Carta, che si apre con il celebre “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, esplicitata poi nell’Art. 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) e ribadita in numerosi altri articoli.

A questo risponde, nell’architettura costituzionale, la sequenza che vede, dopo i principi fondamentali (contenuti negli articoli da 1 a 12), l’enunciazione di principi programmatici, ossia l’esplicitazione degli strumenti con cui dare realtà e concretezza a quei diritti (articoli da 35 a 47, dedicati ai rapporti economici). In tal modo, la “Costituzione economica” è organicamente connessa ai principi fondamentali, e qualsiasi legge adottata sul territorio italiano deve necessariamente ruotare intorno a questi principi, pena la palese incostituzionalità della stessa.

È invece semplice constatare come i Trattati europei sottendano un’idea di società totalmente differente da quella insita nella nostra Carta fondamentale.

Nel capitalismo da essi tracciato troviamo infatti:

  • una totale prevalenza del mercato e delle sue leggi, basate su una competitività sfrenata, che escludono categoricamente opzioni di solidarietà
  • un ruolo dello Stato minimale, che deve però intervenire in presenza dei “fallimenti dei mercati”
  • una preminenza della lotta all’inflazione
  • la necessità dell’indipendenza della Banca Centrale dai Governi
  • la subordinazione dello Stato ai mercati finanziari
  • la dipendenza della politica dall’economia, come ricorda la lettera inviata dalla BCE al Governo italiano nell’estate del 2011, che causò la caduta del governo Berlusconi e la sua sostituzione con successivi tre Presidenti del Consiglio graditi alla finanzia internazionale.

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non ha gambe per camminare

Con il recepimento dei Trattati si è quindi totalmente capovolto il modello costituzionale. I “nuovi” principi fondamentali, e cioè libera concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della banca centrale dai Governi, di fatto non sono scalfiti neppure dalla presenza, entro il corpus giuridico dell’Unione, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (peraltro molto meno avanzata della Costituzione italiana). Il Trattato sull’Unione europea (TUE), all’Art. 6, la riconosce con queste parole:

“L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.”

Ma subito aggiunge:

“Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione definite nei trattati.”

Anche qui la distanza dalla Costituzione italiana è abissale: il carattere programmatico di quest’ultima si esprime infatti nel far seguire, agli articoli contenenti i diritti fondamentali, gli articoli che contengono anche gli strumenti per realizzare quei diritti. Nella Costituzione, l’intero ordinamento giuridico è al servizio della realizzazione di quei diritti.

Nell’Unione europea, al contrario, l’adesione alla Carta dei diritti fondamentali è solo un orpello totalmente svincolato dagli strumenti con cui realizzare tali diritti, tant’è che quello che conta è scritto nei Trattati, non nella Carta dei diritti. E non a caso.

La Costituzione difende il lavoro, i Trattati la stabilità dei prezzi

Come abbiamo visto, stabilità dei prezzi e competitività sono principi totalmente assenti dalla nostra Costituzione. Anzi, sono palesemente incompatibili con essa. Un solo esempio al riguardo.

Non tutti sanno che l’Italia sarebbe passibile di sanzioni se il suo tasso di disoccupazione scendesse al di sotto del NAIRU, acronimo di Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment, cioè il tasso di disoccupazione che si ritiene necessario affinché l’inflazione risulti stabile. Per il pensiero mainstream, infatti, un basso tasso di disoccupazione è causa dell’aumento dei salari e a seguire dell’inflazione. Orbene, il NAIRU programmato dall’UE è diverso da Paese a Paese. Quello programmato per l’Italia è del 12%. Cioè l’Italia rischia sanzioni se la disoccupazione scendesse molto al di sotto del 12%. E sapete quant’è attualmente la disoccupazione in Italia? Circa il 12%. Rassegniamoci a conviverci a lungo.

La Costituzione parla di limitazioni di sovranità, non di cessioni

Com’è stata possibile questa inversione di 180° dei principi fondamentali della nostra Carta costituzionale? Principalmente attraverso due vie: una sostanziale, l’altra formale.

Quella sostanziale è consistita nello screditare lo Stato ed i suoi amministratori, nell’enfatizzare l’incompetenza e la corruzione della classe politica, nel demonizzare il debito pubblico, nel trasformare i diritti sociali in privilegi. L’opinione pubblica è stata manipolata, convinta della necessità di un cambiamento inevitabile e dell’assenza di alternative – There Is No Alternative (TINA).

La via formale è consistita in una raccapricciante interpretazione dell’Art. 11 della Costituzione:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Ora, non è necessario essere dei costituzionalisti per rendersi conto che:

  1. il tema fondamentale di tale articolo è che l’Italia ripudia la guerra e che farà di tutto per promuovere e mantenere la pace,
  2. a tale scopo è disposta ad accettare limitazioni (non cessioni) di sovranità a favore di un qualche organismo internazionale rivolto al mantenimento della pace,
  3. tale limitazione di sovranità deve avvenire in condizioni di parità con gli altri Stati.

Nient’altro. Va da sé che l’organismo che i costituenti avevano in mente erano l’ONU o, con qualche riserva, la NATO.

Niente quindi che potesse consentire la sottoscrizione dei Trattati europei, in quanto praticamente nessuno dei tre punti precedenti viene rispettato.

I Trattati europei hanno messo gli Stati dell’Eurozona uno contro l’altro, tanto che molti osservatori temono che prima o poi ciò possa sfociare in un vero e proprio conflitto armato. L’affermazione che sia stata l’Unione Europea a garantire 70 anni di pace in Europa è sostanzialmente falsa, in quanto ignora la divisione in blocchi scaturita dalla Seconda Guerra Mondiale oltre al ruolo della NATO.

In ogni caso, l’Art. 11 consente limitazioni di sovranità e non vere e proprie cessioni, come invece è successo con la sovranità monetaria. Con il Trattato di Maastricht, infatti, l’Italia ha ceduto la facoltà di creare moneta ad un organismo sovranazionale, la BCE, adottando a tutti gli effetti una moneta straniera. Con il Trattato di Lisbona ha pressoché ceduto la sovranità giudiziaria, in quanto le normative comunitarie sono ormai sovraordinate a quelle nazionali. Inoltre, è noto a tutti che la legge più importante di uno Stato, la legge finanziaria, deve essere approvata, prima ancora che dal Parlamento italiano, dalla Commissione UE a Bruxelles.

Infine, neanche le condizioni di parità tra Stati sono rispettate. Basti pensare alla Svezia, alla Danimarca o all’Ungheria, Stati a tutti gli effetti appartenenti all’UE, ma che non sono soggetti ai vincoli di Maastricht cui invece siamo soggetti noi Italiani.

La Corte Costituzionale ha gravi responsabilità nell’aver permesso la palese violazione dell’Art. 11 da parte dei Trattati. Un’interpretazione benevola è che la Corte non abbia voluto interferire con la volontà politica di dotarsi di un vincolo esterno. Ma, come da epigrafe, la Costituzione avrebbe dovuto impedire tale follia. E l’organo preposto ad impedirla è proprio la Corte Costituzionale, il cui ruolo non è quello di rispettare la volontà politica se questa è in contrasto, sostanzialmente e formalmente, con i principi della Carta.

È tutto perduto?

Tutto è perduto, quindi? Non ancora. Sia perché la Corte Costituzionale si è riservata l’ultima parola in caso di questioni di legittimità costituzionale riguardo a norme europee, sia perché lo stesso Parlamento potrebbe rigettare i Trattati grazie ad articoli previsti negli stessi Trattati (es. Art. 50 del Trattato di Lisbona), sia sulla base del diritto internazionale, che prevede il ritiro unilaterale con la clausola “rebus sic stantibus”, cioè, se le cose stanno così (ad esempio, sono intervenuti fatti che hanno modificato l’equilibrio dell’accordo a mio svantaggio) chiedo la risoluzione dell’accordo.

Ciò non è ovviamente automatico, ma deve formarsi un’opinione pubblica consapevole della dannosità dei Trattati europei e che ne chieda quindi una profonda revisione o, più facilmente, la risoluzione. Ma non stiamo andando in quella direzione, e ancora in troppi sono convinti che “più Europa” risolva i problemi causati dalla stessa Europa, allo stesso modo in cui un tossicodipendente chiede “più droga” per risolvere i problemi causati dalla stessa droga.

La recente proposta di riscrittura della Costituzione sembra essere tesa principalmente a conformare il sistema politico italiano a quello europeo (Parlamento eletto puramente decorativo, e tutto il potere all’esecutivo) e a preparare il terreno per ulteriori cessioni di sovranità ad autorità sovranazionali (riaccentramento delle competenze dalle Regioni allo Stato, in modo che non vi siano ostacoli alla cessione di tali competenze all’UE; si sa che il mercato di luce, acqua e gas fa gola alle multinazionali del settore…).

Dopo la modifica costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, la dissoluzione finale dello Stato italiano passa attraverso la revisione costituzionale del disegno Renzi-Boschi.

L’unica notizia positiva è che possiamo esprimerci il 4 dicembre con un deciso NO da barrare sulla scheda elettorale.


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