Il Commento

Un esempio di riforme strutturali? Il New Deal. Come Mentana reinterpreta la storia

Il giornalista Enrico Mentana, in una nota su facebook, esprime i suoi auguri e il suo proposito per l’anno nuovo. Nell’auspicare che si possano creare condizioni più favorevoli d’impiego per i giovani e i disoccupati, sottolinea che

ci vuole una coraggiosa azione di riforme.

“Servono le riforme”, “le riforme le facciamo perché ci servono”, “servono riforme nazionali”, “non arretriamo, servono le riforme”, “ora servono subito le riforme”, “non allontanarsi dal cammino verso le riforme”, “servono riforme essenziali”, “le riforme di Renzi sono l’ultima occasione per la svolta in Italia”.

Nell’ordine: Draghi, Padoan, Katainen, Renzi, Letta, Merkel, Napolitano, Soros. Sono solo alcuni nomi di quelli che ripetono costantemente e in maniera incalzante la frase stereotipata della necessità delle riforme. Le tecnica è sempre quella amata dal gerarca Joseph Goebbels

se ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte diventerà una verità.

Accanto a questa, la propaganda utilizza un’altra astuta tecnica di comunicazione: associare la bugia ad eventi positivi, così da imprimere nelle persone l’idea che le riforme siano in ogni caso qualcosa di positivo. E così, il direttore del TG La7, dopo aver ribadito la “necessità” delle riforme, ha richiamato quello che secondo lui rappresenta un esempio di coraggio delle riforme: il New Deal di Roosevelt.

Quello che Enrico Mentana dimentica di dire, però, è che “le riforme” di Roosvelt, in risposta alla grande crisi del ‘29, si concretizzarono in piani d’investimento dove lo Stato interveniva più massicciamente nell’economia attraverso la spesa a deficit. Che è esattamente l’opposto delle “riforme” strutturali che invece vengono applicate oggi, dove si mira a limitare sempre di più l’intervento dello Stato in economia.

Ecco alcune delle più importanti riforme di Roosevelt: stanziò 500 milioni di dollari per impiegare i disoccupati in programmi di lavori pubblici. Creò la Works Progress Administration (WPA), con cui grandi enti statali assumevano milioni di disoccupati per costruire grandi opere pubbliche come strade, dighe e scuole. Aumentò la spesa pubblica (mentre oggi in Italia viene ridotta attraverso i tagli), con un deficit di bilancio che passò dal 4,7% al 5,6% (mentre i Paesi dell’euro zona non possono, secondo il parametro di Maastricht, superare il 3% di deficit in rapporto al PIL, che è esattamente la principale causa dell‘aumento della disoccupazione); venne istituita l’Emergency Banking Act (EBA), che stabiliva che nessuna banca avrebbe potuto operare negli Stati Uniti senza l’approvazione e la supervisione della Federal Reserve, la Banca Centrale. La EBA conteneva anche la legge Glass-Steagall Banking Act (abrogata da Bill Clinton nel 1999), con cui si sancì la separazione tra le banche commerciali (quelle che erogano prestiti) da quelle d’investimento (che fanno speculazione finanziaria), per impedire alle prime di operare nel settore finanziario a discapito dell’economia reale. Oggi, invece, grazie al sistema monetario europeo, le banche d’investimento sono proprio quelle che decidono le sorti dell’economia reale, grazie al fatto che gli Stati dell’eurozona, avendo perso la sovranità monetaria, sono costretti a finanziarsi sui mercati aperti, i quali condizionano pesantemente le politiche economiche degli Stati. Assieme alla Glass Steagall, venne varata anche la Securities and Exchange Act, con cui si istituì una commissione di controllo sulle operazioni di borsa. Insomma, se volessimo paragonare le riforme di Roosevelt con quelle di Renzi, potremmo dire che sono come il diavolo e l’acqua santa (1).

Per capire meglio, invece, le riforme che si stanno attuando oggi in Italia, dovremmo tenere a mente chi nel 2003 le spiegò candidamente sul Corriere della Sera, Tommaso Padoa Schioppa:

Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Ma quando in una mail privata a Mentana, ho cercato di spiegare la differenza tra il programma di Roosevelt e le “riforme”, la sua risposta è stata: vada dietro la lavagna.

È un vero peccato che un importante giornalista come lui, ascoltato da milioni di persone, presti il fianco a queste strategie comunicative che nulla hanno a che vedere con la realtà e con la storia.

In questi ultimi anni non mi sono limitata ad andare dietro la lavagna, ma l’ho usata per scrivere dati, fatti e numeri e metterli insieme per capire il corretto ordine tra cause ed effetti. Ci dovrebbero andare tutti dietro la lavagna, in particolare chi per mestiere informa gli altri ma in primis dovrebbe informarsi.

Solo analizzando seriamente i dati e studiando per davvero ci si può liberare dalle superstizioni economiche. E solo così si può smascherare chi vuol spacciare il New Deal con “le riforme”.

 

(1) Per un’analisi sul “New Deal” Rooseveltiano più approfondita di quella proposta da Mentana, è disponibile In defense of the New Deal: Yes we can, therefore I must act – a comparative history revisioning the revisionist economic historians (2011) del Prof. Alain Parguez


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