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Sharing economy. Ed è subito lavoretti

Sharing economy. Ed è subito lavoretti

Se l’avessero chiamata per quel che è, tutti avrebbero capito da subito le reali conseguenze. Invece hanno scelto il nome sharing economy, ovvero economia della condivisione, per creare una narrazione all’insegna dello scambio e del rispetto dell’ambiente.

Parliamo di quei lavori creati dalla tecnologia delle piattaforme web in cui i proprietari chiedono una commissione a chi svolge la prestazione. L’esempio più conosciuto è Uber, con il suo slogan “guadagna in base alla tua disponibilità”, dove proprietà e lavoratore condividono in realtà solo i rischi d’impresa. E mentre il proprietario della Uber vede aumentare la propria ricchezza, gli autisti sono costretti a dormire negli aeroporti per aggiudicarsi le corse.

Il libro “Lavoretti – Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” del giornalista Riccardo Staglianò descrive cosa si nasconde dietro la sharing economy: assenza di tutele, bassi salari, vite in bilico tra bisogni e aspirazioni. Il lato oscuro della tecnologia è davanti ai nostri occhi.

Abbiamo intervistato l’autore. Non sono tanti i giornalisti che smascherano la narrazione dei nostri tempi alzando il volume di un dibattito.

Perché è più corretto parlare di gig economy piuttosto che usare l’espressione sharing economy?

« Perché “condivisione” è il termine ricattatorio inventato dalle migliori menti del marketing della Silicon Valley per convincerci della bontà del loro nuovo prodotto. Un po’ come negli anni ’50 i pubblicitari dell’industria cosmetica dicevano “non vendiamo rossetti, ma sogni”, oggi quelli incaricati di rendere desiderabili le piattaforme ci dicono che ciò che ci propongono è nientemeno che il volto umano del capitalismo, socialmente equo, economicamente efficiente e ambientalmente rispettoso. Peccato che, se possibile, questa versione del capitalismo è ancora più estrattiva di quella dei robe barrons dell’inizio del XX secolo. Qui i padroni delle piattaforme spostano sul lavoratore tutti i rischi d’impresa ed estraggono percentuali variabili ma sempre cospicue, dal 15% circa di Airbnb al 25% di Uber, dalla loro prestazione. Il tutto facendoti credere che ti stanno facendo un favore. »

La gig economy ha peggiorato il lavoro dei soli contingent workers o rischia di modificare in peggio anche il lavoro dei lavoratori tradizionali?

« La gig economy esiste solo perché è stata partorita dalla più grave crisi economica dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, ovvero la Grande Recessione del 2007-2008. Quegli eventi hanno sdoganato, togliendo loro lo stigma, il bisogno di arrotondare per un numero sempre maggiore di persone. Così come nel 2000, dopo lo “sboom” delle dot com, la rete aveva aggiornato il suo modello di business facendo produrre il contenuto agli utenti (un esempio per tutti, Facebook), ora non si limitano a monetizzare la nostra vita sociale nella sua dimensione di svago, ma offrono direttamente una soluzione al pensiero dominante di tanta gente: arrivare alla fine del mese. Come? Trasformando alcuni diffusi capitali, l’auto o la casa, in mezzi di produzione intermediati dalle piattaforme. Una spiacevole caratteristica delle società che gestiscono queste piattaforme, però, è quella di essere campionesse olimpioniche di elusione fiscale. Se questo modello si diffonderà, così come tutto lascia credere, mancheranno all’appello sostanziosi pezzi di fiscalità. Una situazione, quindi, che danneggerà tutti, non solo i protagonisti diretti della gig economy. »

Cosa possono fare le istituzioni per far fronte al fenomeno?

« Nonostante spesso le piaccia sostenere il contrario, la politica può fare molto per fronteggiare il fenomeno. Basti vedere quel che è successo nelle settimane scorse a Bologna, quando il Comune ha deciso di far sentire la sua voce a proposito e ha licenziato la prima Carta fondamentale dei diritti dei lavoratori digitali nel contesto urbano. Ovviamente un Comune non può cambiare lo statuto giuridico di un lavoratore, ma può fare, come ha fatto, del suo meglio per esercitare una moral suasion nei confronti delle aziende che usano le strade cittadine come luogo in cui si espletano i loro servizi. Quell’esempio ha fatto scuola ed è stato seguito dalla Regione Lazio. Per non dire quanto possano fare i tribunali, i sindacati e, da ultimo, i Governi. Il neo-ministro Luigi Di Maio ha convocato i riders e punta a far passare un Decreto di dignità che dovrebbe riscrivere il perimetro del lavoro subordinato facendoci rientrare anche i riders. Non penso che sia la soluzione più giusta (molti riders che conosco vogliono solo più diritti e più soldi, non necessariamente l’inquadramento da dipendente), ma di certo mette il turbo a una pluriennale assenza del centrosinistra da questa partita. »

L’analisi di Riccardo Staglianò pone il lettore davanti all’interrogativo sull’evoluzione (o meglio sull’involuzione) del lavoro. In un’economia in cui i lavoratori sono sostituiti dalla tecnologia e i disoccupati sono messi gli uni contro gli altri, c’è ancora spazio per una Repubblica fondata sul lavoro? Inoltre, l’unico rimedio alla disoccupazione è rappresentato dal reddito di base, come tanti propongono?

Noi pensiamo di no. Lo Stato può creare tutti i posti di lavoro che ritiene funzionali al proprio modello di sviluppo. Lo può fare direttamente, tramite i Piani di Lavoro Transitorio e il potenziamento dei servizi pubblici, e indirettamente tramite l’aumento del deficit. Può inoltre regolamentare il ricorso a forme di lavoro precarie tramite la legislazione e può orientare il tipo di sviluppo tramite la tassazione. Lo Stato è il soggetto che può ridefinire, se vuole, i contorni del mercato del lavoro. I “lavoretti” sono la prova di uno Stato che ha abdicato al suo dovere.

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