L'Editoriale

Riflessioni sulla seconda Conferenza Internazionale sulla MMT – Parte 2

Riflessioni sulla seconda Conferenza Internazionale sulla MMT – Parte 1

Adesso sono su un treno per tornare a Dublino da Galway per l’evento di questa sera. Questa è la seconda parte delle mie risposte alle conversazioni che ho avuto e alle presentazioni a cui ho assistito durante la seconda Conferenza Internazionale sulla MMT, tenutasi lo scorso fine settimana a New York City. Nella prima parte mi sono concentrato sull’importanza di avviare un programma per gli attivisti – che sia fondato rigorosamente sulla teoria e sulla pratica – che il gruppo storico della Teoria della Moneta Moderna (MMT) ha sviluppato negli ultimi venticinque anni circa. Via via che la MMT acquista visibilità pubblica e sembra offrire molto a coloro che auspicano politiche progressiste, c’è una tendenza ad adottare una sua versione stilizzata (una sorta di versione ridotta) e a trasformarla in slogan. Nella prima parte ho messo in guardia contro questa tendenza. Nella conclusione della prima parte ho introdotto anche l’idea che esiste un unico Job Guarantee e che molte della moltitudine di proposte per l’impiego garantito che sono spuntate fuori negli ultimi anni come erbacce dopo la pioggia non hanno i tratti progettuali essenziali capaci di renderle coerenti con la MMT. Continuo con questo tema in questo post.

Chiarire la distinzione valore-lente

Per cominciare, stanotte ho notato un commento che sembrava rispecchiare una perplessità su cosa intendo quando dico che non ha senso parlare delle prescrizioni della MMT perché la MMT è una lente e non un sistema di valori.

Innanzitutto, questo non significa che la MMT sia puramente descrittiva.

Spero che il post Capire cosa implica la T in MMT non lasci dubbi sul fatto che la letteratura che abbiamo prodotto per elaborare quella che chiamiamo MMT combini teoria comportamentale, storia, cultura, elementi descrittivi e strutture contabili.

Inoltre, quando dico che la MMT è una lente che permette di comprendere il sistema monetario e le potenzialità dello Stato che emette valuta al suo interno e di spiegare gli effetti dei cambiamenti in termini di comportamenti e di politiche, non sto usando questa comprensione per sviluppare politiche di intervento.

Mi sono sorpreso nel constatare che questo punto è ancora in qualche misura frainteso, là fuori.

Penso di avere un insieme molto coerente di politiche di intervento che considero una risposta progressista.

Nel mio libro del 2015 Eurozone Dystopia: Groupthink and Denial on a Grand Scale (pubblicato nel maggio 2015) e nel nostro recente libro Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World (Pluto Books, settembre 2017) c’è una forte enfasi sulle politiche.

Il primo riguarda politiche che permetterebbero a uno Stato membro dell’Eurozona di uscire con dignità e un danno minimo, il secondo fornisce una discussione più ampia su come possa essere progettata e attuata un’agenda progressista per contrastare la roccaforte neoliberista.

In entrambi i libri le discussioni sulle politiche e sulle applicazioni sono condizionate o alimentate dalla mia comprensione della MMT. Questa comprensione mi fornisce, credo, un solido fondamento per fare stime (qualitative e quantitative) sui possibili scenari.

Credo che tale comprensione mi permetta anche di confutare le affermazioni comuni che il tipo di politiche che auspico susciteranno negli economisti mainstream.

Per esempio, non credo che un’uscita unilaterale dall’Eurozona, ad esempio dell’Italia, porterebbe a conseguenze peggiori di quelle che sta già affrontando da Stato membro della moneta unica.

Il punto è che le politiche che auspico riflettono il mio sistema di valori, piuttosto che la mia comprensione della MMT. La MMT diventa per me uno strumento per comprendere quale sarebbe l’impatto dell’applicazione del mio sistema di valori alla politica.

Ad ogni modo, qualcuno con valori diametralmente opposti potrebbe avere esattamente la stessa comprensione della MMT e arrivare a prescrizioni politiche molto differenti.

Il punto che in merito a ciò ho evidenziato in passato è che la MMT solleva il velo ideologico che crea una cortina fumogena nel dibattito pubblico.

Così, nell’attuale ambiente neoliberista, una persona di destra può sostenere che lo Stato non sia in grado di impiegare tutta la forza lavoro latente perché non ha abbastanza soldi.

Questo risuona con le strutture dominanti che rinforzano il dominio neoliberista e quindi milita contro l’implementazione di politiche progressiste.

Ma se tutti comprendessero la MMT, allora quella persona di destra sarebbe portata allo scoperto e sarebbe costretta ad ammettere di volere disoccupazione di massa perché questo ha uno scopo funzionale a rafforzare l’egemonia delle élite, soffocando la crescita dei salari e creando un senso di disperazione e precarietà tra i lavoratori.

Questa sarebbe una posizione molto più difficile da sostenere nel dibattito pubblico ed è per questo che usano cortine fumogene per nascondere le loro vere motivazioni.

Spero che questo chiarisca il tema.

C’è un unico Job Guarantee – seconda parte

Durante la Conferenza è anche stato detto che la MMT non è “l’anima” del movimento per il “diritto al lavoro”. Il gruppo storico MMT non ha mai dichiarato altrimenti.

Come ho evidenziato nella prima parte, il concetto di “diritto al lavoro” risale al tredicesimo secolo e la destra vi si è sempre opposta e in vari momenti nella storia ha messo in campo varie astuzie per ostacolare la sua realizzazione.

Il gruppo storico MMT considera il concetto del “diritto al lavoro” in termini di uso efficiente delle risorse produttive e, in questo, è piuttosto lontano dai nostri atteggiamenti individuali rispetto agli aspetti morali e filosofici del concetto.

Mentre noi, tipicamente, adottiamo un concetto più ampio di efficienza (enfatizzando costi e benefici sociali), gli economisti mainstream tendono ad avere quello che io chiamo concetto “ristretto” di efficienza (basato su costi e benefici privati). La tendenza a questo obiettivo si basa sulla visione per cui quello spreco non è desiderabile.

Pertanto, da una prospettiva tecnica, la MMT è stata sviluppata per produrre una forma speciale di piena occupazione, attraverso la realizzazione di un piano per l’occupazione privo di condizioni, che offra un’occupazione ad un prezzo stabilito a chiunque desideri lavorare. Si tratta di una motivazione piuttosto diversa da un qualunque desiderio ad assicurare un “diritto al lavoro” fondato su un sistema di valori.

Anche se, ovviamente, portano allo stesso risultato (in buona sostanza).

In base a quanto stavo suggerendo ieri e coerentemente al titolo di questa sezione – C’è un unico Job Guarantee – dovrebbe essere chiaro che il gruppo storico MMT non ha mai affermato di aver coniato il termine “job guarantee”.

Questa terminologia risale a tempi passati.

Ma ciò che è incontestabile è che il lavoro del gruppo MMT originario è responsabile di aver portato il concetto e il termine Job Guarantee ai giorni nostri sotto forma di meccanismo buffer stock.

Questo è il nostro unico contributo.

L’espressione “l’unico Job Guarantee” è relativa al meccanismo buffer stock, che assicura che il Job Guarantee sia capace di assicurare stabilità macroeconomica prima di essere una semplice politica di creazione di posti di lavoro.

A sua volta, ciò significa che per essere efficace un [piano] Job Guarantee MMT deve rispettare requisiti specifici molto restrittivi, il che porta al cuore della letteratura che abbiamo sviluppato.

Pertanto, anche se non c’è critica verso le molteplici proposte di garanzia occupazionale che sono circolate nel dibattito pubblico nel corso degli ultimi anni, la maggior parte di esse non è fondata su un meccanismo “buffer stock”.

In questo senso, queste proposte non sono per niente correlate alla MMT, sebbene la tendenza a vedere la MMT come uno slogan promuova anche una tendenza ad allineare queste proposte con la MMT. Io questo lo rifiuto e desidero scoraggiarlo.

Che queste proposte abbiano o meno aspetti desiderabili va oltre il punto in questione. Se sono prive del meccanismo di riserva di lavoro, espongono l’approccio MMT a critiche immeritate.

Per esempio, alla Conferenza ho sentito persone dichiarare che all’interno del “job guarantee” avrebbero una struttura di salari.

Si noti il mio uso di iniziali minuscole, che indica una netta distinzione rispetto al Job Guarantee proposto dalla MMT.

Non ho problemi con le proposte che auspicano l’incremento dell’occupazione nel settore pubblico e offrono questi posti di lavoro con una struttura di salari basata sulle competenze.

Ma un piano del genere non sarebbe neanche lontanamente simile al Job Guarantee proposto dalla MMT.

Quest’ultimo è un meccanismo basato su una riserva di occupati che offre impiego incondizionatamente, ad un prezzo fisso, al fine di ridistribuire la forza lavoro da un settore soggetto a inflazione a un settore in cui è applicato un prezzo fisso, o da uno stato di offerta [di lavoro] nulla a uno stato di [offerta a] prezzo fisso.

Una struttura salariale vedrebbe lo Stato come acquirente di forza lavoro a prezzi di mercato, il che mina le caratteristiche di stabilizzazione dei prezzi intrinseche al Job Guarantee proposto dalla MMT.

È cruciale che gli attivisti che vogliono organizzarsi attorno alla scuola di pensiero MMT ne comprendano le profonde implicazioni.

Il Job Guarantee MMT è un concetto macroeconomico che rimpiazza la Curva di Philips convenzionale (e la discussione sui compromessi tra inflazione e disoccupazione) con la capacità di ottenere un livello di occupazione prossimo al pieno impiego accompagnato a tassi di inflazione stabili.

È anche sembrato, dalle discussioni cui ho partecipato o alle quali ho assistito durante la Conferenza, che molti pensano che qualsiasi iniziativa di impiego nel settore pubblico (come assumere ingegneri per progetti di infrastrutture pubbliche) possa essere chiamato facilmente “job guarantee”.

Questo mina il significato e la specificità del Job Guarantee proposto dalla MMT.

Persino l’uso del termine “job guarantee” introduce una carenza di precisione circa ciò di cui stiamo parlando.

A parte il linguaggio, questa pletora di proposte non può mai essere conforme al Job Guarantee proposto dalla MMT.

Questo punto non è stato compreso in maniera uniforme dai delegati presenti alla Conferenza, e [invece] deve esserlo.

Il gruppo MMT originario non vuole che la pletora di schemi non-MMT per la creazione di posti di lavoro sia attribuita al nostro lavoro.

E, per essere più specifici, non è neanche corretto pensare che il Job Guarantee proposto dalla MMT sia principalmente un progetto per la creazione di posti di lavoro. Si tratta di una struttura per la stabilità macroeconomica, e l’aspetto della creazione di posti di lavoro è solo una parte di questa struttura.

Creare posti di lavoro nel settore pubblico senza il meccanismo della riserva di occupazione buffer stock non è conforme ai meccanismi stabilizzatori intrinseci al Job Guarantee proposto dalla MMT.

 

Originale pubblicato il 4 ottobre 2018

Traduzione a cura di Luca Giancristofaro, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo e Andrea Sorrentino

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