La Teoria

MMP Blog #44: Piano di Lavoro Garantito e stabilità macroeconomica

MMP Blog #44: Piano di Lavoro Garantito e stabilità macroeconomica

I post sul PLG hanno generato un numero di commenti enorme qui, sul MMP. Ho focalizzato le mie risposte sui commenti relativi – più o meno direttamente – ai post effettivamente pubblicati. Posso capire l’impazienza: a molte domande non è stata data una risposta. In ogni caso, molte di queste domande e molti dei commenti riguardavano argomenti che saranno trattati a breve.

Discutiamo delle questioni di stabilità macroeconomica. Ho tenuto conferenze sul PLG in tutto il mondo e le due principali obiezioni sollevate riguardano sempre gli effetti [di questo] sull’inflazione e sul tasso di cambio. A me sembra che chi risponde con questi timori non abbia prestato attenzione all’impostazione del programma ed alle argomentazioni della MMT.

Questo post fornirà pertanto risposte piuttosto generali alle domande che riguardano la “stabilità macroeconomica”. Nel leggere quanto segue, occorre tenere a mente che stiamo parlando di un piano che garantisce – al netto di benefit – un salario fisso (ma periodicamente modificabile), che diventa il livello [salariale] minimo nell’economia. Lo Stato non compete mai con il settore privato nel rialzo sul salario. Ma coloro che perdono i posti di lavoro nel settore privato possono sempre trovare occupazione nel PLG e riceverne il salario.

Si noti anche che stiamo aggiungendo il piano nel sistema economico esistente. Tutti gli altri programmi e politiche di stabilizzazione economica sono ancora a disposizione. Nessuno sostiene che il PLG, da solo, stabilizzerà completamente livelli salariali, di prezzo e tassi di cambio, men che meno la domanda privata. Di per sé, non “addomesticherà” il ciclo economico. Wall Street continuerà con le sue folli scommesse e finirà periodicamente a gambe all’aria.

La nostra asserzione è che l’economia che adotti un PLG sarà più stabile rispetto a una che non lo adotti.

Infine, non crediamo che il PLG risolva tutti i problemi del “mercato del lavoro”. Ma offre un posto di lavoro ad un livello di salario minimo a chiunque ne voglia uno. Il che costituisce un miglioramento rispetto al sistema attuale.

Affrontiamo dunque le due questioni principali che riguardano la stabilizzazione: l’inflazione ed i tassi di cambio. Proseguiremo con i ragionamenti la settimana prossima.

Critiche al PLG/DLUI [Piano di Lavoro Garantito/del Datore di Lavoro di Ultima Istanza, NdT]. I critici sostengono che la garanzia occupazionale sarebbe inflazionistica, sulla base di una qualche versione dell’approccio della curva NAIRU/Phillips, secondo il quale ad un livello di disoccupazione più contenuto corrisponderebbe necessariamente un tasso di inflazione più elevata. Alcuni sostengono che il PLG/DLUI ridurrebbe l’incentivo a lavorare, accrescendo i costi del settore privato, a causa dell’aumento dell’ozio da parte dei lavoratori che non temerebbero più la perdita del posto di lavoro. I lavoratori potrebbero anche essere incoraggiati a chiedere aumenti salariali. Alcuni sostengono che la rilevanza del programma sarebbe tale da non essere gestibile; alcuni temono la corruzione; altri sostengono che sarebbe impossibile trovare cose utili da far fare ai lavoratori. Si è sostenuto che una garanzia occupazionale a livello nazionale sarebbe troppo costosa, che provocherebbe un aumento insostenibile del deficit di bilancio. Nelle prossime sezioni esamineremo alcune risposte a queste critiche.

Questioni di stabilità macroeconomica. Questa sottosezione affronterà le questioni relative alla stabilità macroeconomica, come l’inflazione di salari e prezzi ed i tassi di cambio. I blog seguenti affronteranno le questioni di sostenibilità [finanziaria] e di gestibilità (i lettori, a questo punto, dovrebbero saper risolvere abbastanza facilmente le questioni di sostenibilità [finanziaria]; quelle di gestibilità potrebbero essere più difficili).

Come si è discusso, il programma stabilirebbe un pacchetto retributivo di base fisso (ma modificato periodicamente). Questo assicura che il salario PLG/DLUI non spinga i livelli salariali del settore privato in una spirale competitiva. Tale salario fisserebbe solo il livello minimo al di sotto del quale i salari del settore privato non potrebbero scendere; funzionerebbe, quindi, come il livello minimo del prezzo delle materie prime agricole – che non provoca un aumento dei prezzi, ma ne previene solo il crollo.

Un PLG/DLUI progettato secondo queste linee, a dire il vero, può essere analizzato come un programma buffer stock, che funziona in maniera molto simile a come funzionava il programma australiano di stabilizzazione del prezzo della lana (un sostenitore australiano del PLG, William Mitchell ha – in realtà – sviluppato la sua proposta dopo aver riconosciuto che potrebbe funzionare in maniera simile al programma per la lana messo in atto dal suo governo). Lo Stato compra lana quando il prezzo di mercato scende al di sotto del livello del prezzo di supporto, e vende lana quando il prezzo di mercato sale al di sopra di quel livello. Per com’è stato progettato, il programma stabilizza i prezzi della lana così da stabilizzare il reddito delle aziende agricole e, di conseguenza, i consumi degli allevatori di pecore.

Se non vi piacciono le pecore, pensate al mais. Il problema con le pecore e con il mais è che nessuno, eccetto gli agricoltori, si cura del fatto che siano pienamente impiegati.

E perché non il lavoro, allora? Che dire di un programma buffer stock per esseri umani che vogliono lavorare? È questa la logica che ha spinto Bill Mitchell a pensare al PLG.

Nel PLG/DLUI, lo Stato offre un prezzo minimo per il lavoro, pagando ai partecipanti il salario previsto dal piano. Lo Stato “vende” forza lavoro alle imprese (e ai datori di lavoro pubblici non facenti parte del PLG/DLUI) a qualunque prezzo che sia superiore al salario PLG/DLUI. Proprio come nel caso del prezzo minimo della lana, un prezzo minimo per il lavoro non può generare direttamente pressioni inflazionistiche sul salario di mercato.

In realtà, finché il bacino di lavoratori del buffer stock è abbastanza ampio, aiuterà a mitigare le pressioni del mercato sui salari poiché lo Stato “vende” lavoro in una fase di espansione. Inoltre, siccome il lavoro è un input per tutta la produzione, nella misura in cui il piano stabilizza i salari anche i costi di produzione saranno più stabili.

Prima abbiamo notato che il reddito, e pertanto il consumo, dei fornitori di lana, è stabilizzato da un buffer stock di lana; il PLG/DLUI stabilizzerà direttamente il reddito ed i consumi dei lavoratori del programma e, se gli altri salari e redditi diventeranno più stabili per via del programma, la stabilità macroeconomica migliorerà ulteriormente.

I critici temono che l’esistenza del piano incoraggerà i lavoratori, portando a richieste salariali crescenti e all’inflazione. Tuttavia, ci sono due ragioni per dubitare che questo effetto sarà significativo. Primo, un efficiente buffer stock di lavoro tenderà a smorzare le richieste salariali perché i datori di lavoro hanno sempre la possibilità di assumere dal bacino, se le richieste salariali dei lavoratori non-PLG/DLUI sono troppo elevate. Le richieste in termini di prezzo dei fornitori di lana sono attenuate dal buffer stock di lana dello Stato; i fornitori di lana ostinati non possono aumentare i prezzi della lana molto al di sopra del livello di prezzo a cui la vende lo Stato.

La seconda ragione per dubitare del fatto che i lavoratori ostinati faranno richieste di livelli salariali crescenti è che più i loro salari crescono al di sopra del salario PLG/DLUI, più aumenta per loro il costo di perdere il proprio posto di lavoro più remunerativo. Se il salario PLG/DLUI è di 10$ l’ora, è molto plausibile che i lavoratori che non partecipano al piano e guadagnano 10,50$ l’ora, sarebbero incoraggiati a chiedere 10,75$, ma è improbabile che continuino a chiedere salari sempre più elevati negli anni successivi, semplicemente perché possono tornare a lavorare a 10$ l’ora nel PLG/DLUI (si consideri, per favore, che i numeri qui utilizzati hanno uno scopo puramente illustrativo. Non rappresentano una proposta di salario PLG, sia che i dollari siano austriaci, canadesi o americani). Il costo di perdere un lavoro da 15$ l’ora non è pari a quello di perderne uno da 10,50$ l’ora.

Riassumendo: è molto difficile individuare tutti i possibili effetti, ma è difficile vedere come il PLG favorisca più i lavoratori rispetto ai datori di lavoro – o viceversa.

Eppure, come ho detto la scorsa settimana, i “peggiori datori di lavoro d’America” che oggi pagano molto meno di un salario minimo potrebbero facilmente trovarsi a dover alzare i compensi o uscire dagli affari.

Non credo che questa sia una cosa malvagia.

E gli effetti sui tassi di cambio? Una questione correlata riguarda il tasso di cambio: se si creano posti di lavoro che consentono un reddito ai poveri, i consumi aumenteranno e con essi l’acquisto di importazioni. Questo aggraverà il deficit commerciale, deprezzerà la valuta ed è possibile che comporti un’accelerazione dell’inflazione attraverso l’effetto “pass-through” del tasso di cambio (il prezzo delle importazioni aumenta al deprezzarsi della valuta, contribuendo all’aumento dell’inflazione da aumento del livello dei prezzi del paniere del consumatore nazionale). In altre parole, disoccupazione e povertà sono viste come il costo del mantenimento non solo di una bassa inflazione, ma anche del valore della valuta.

Sono due i tipi di risposta che è possibile dare. La prima è etica. Un Paese dovrebbe cercare di preservare la stabilità macroeconomica tenendo parte della sua popolazione abbastanza povera da non potersi permettere di consumare? Più in generale, povertà e disoccupazione sono uno strumento politico accettabile al fine di preservare la stabilità della valuta? E, sono disponibili altri strumenti per perseguire questi fini? In caso contrario, i policymaker dovrebbero accettare un certo deprezzamento della valuta al fine di eliminare disoccupazione e povertà?

Esistono forti argomentazioni di tipo etico contrarie all’uso della povertà e della disoccupazione come strumenti politici primari per l’ottenimento della stabilità dei prezzi e dei tassi di cambio. E anche se la stabilità della valuta è fortemente auspicabile, c’è qualche dubbio che la si possa elevare allo status di diritto umano.

Comunque, possiamo mettere alla prova il concetto che il programma minacci effettivamente la stabilità dei prezzi e della valuta. Per essere chiari, non dovremmo sostenere che il programma non avrebbe nessun effetto su un particolare indice dei prezzi (come il CPI [Consumer Price Index, NdT]) o sul tasso di cambio. Sosteniamo invece che il programma PLG/DLUI offre un’ancora al valore della valuta in ambito nazionale ed estero e, pertanto, incrementa in realtà la stabilità macroeconomica.

Come detto sopra, il PLG/DLUI non provocherà un’inflazione nazionale, anche se può portare una tantum ad un aggiustamento al rialzo di salari e prezzi – al livello fissato di salario (e del pacchetto di benefit). Analogamente, se il PLG/DLUI una volta implementato accresce il reddito, può portare ad un aumento delle importazioni una tantum. Persino se il tasso di cambio cala di conseguenza (e persino nel caso di un po’ di inflazione pass-through), il salario stabile impedirà una spirale prezzi-salari. Se un Paese non è pronto a consentire che il suo deficit commerciale aumenti con un aumento dell’occupazione e del reddito con il PLG/DLUI, ha ancora a sua disposizione tutti gli [altri] strumenti politici, con la sola eccezione dell’obbligare i poveri ed i disoccupati a portare tutto il fardello. In altre parole, per minimizzare la pressione sui tassi di cambio nel caso in cui dovesse verificarsi, può ancora usare la politica commerciale, la sostituzione delle importazioni, le tasse sul lusso, i controlli sui capitali, la politica del tasso d’interesse, le imposte sugli affari e così via.

 

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Originale pubblicato l’1 aprile 2012

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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