L'Editoriale

Lo strabismo economico dell’OCSE

Lo strabismo economico dell'OCSE

Lo scorso primo aprile il Segretario Generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), José Ángel Gurría Treviño, ha presentato a Roma il rapporto annuale dell’OCSE sull’economia italiana alla presenza del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi.

L’OCSE nasce con l’obiettivo di realizzare i più alti livelli di crescita economica alla luce del concetto di sviluppo sostenibile, occupazione e tenore di vita favorendo gli investimenti e la competitività e garantendo la stabilità finanziaria.

Nel corso dell’incontro sono stati presentati i due elementi principali del country report biennale sull’Italia in base ai quali condannare le politiche economiche del Governo: il deficit al 2,5% dovuto al peggioramento delle stime del PIL (peggioramento di due punti decimali) e il rapporto Debito/PIL al 134%.

I numeri presentati dall’OCSE alimentano la ricca raccolta delle speculazioni riguardo i decimali e tralasciano un enorme e imponente problema reale. Si fanno speculazioni sui presunti decimali di un bilancio quando il problema dell’economia italiana è un folle e scientificamente inspiegabile vincolo fissato al 3% Deficit/PIL.

E che di follia si tratta, lo dimostra anche la dichiarazione di Gurría riguardo gli spazi della politica economica del Governo:

Non ci sono risorse sufficienti per realizzare tutto quello che si desidera fare

Questa affermazione, enunciata da chi dovrebbe presiedere allo sviluppo economico degli Stati, sintetizza il nodo del problema.

Non esistono limiti finanziari per uno Stato monopolista della valuta se ci sono lavoro e servizi da acquistare in quella valuta. Ciò che è possibile realmente lo è anche da un punto di vista finanziario. La frase andrebbe riscritta come: non ci sono risorse sufficienti per realizzare tutto quello che si desidera fare se ci si auto-vincola a un tetto prestabilito.

I sacerdoti dell’austerità continueranno a imporre tagli alla spesa pubblica prospettando ai politici tetti inesistenti al deficit con lo scopo di accaparrarsi terreni di conquista abbandonati dallo Stato: pensioni, sanità, scuole, infrastrutture, ecc.

L’austerità chiama austerità. Il deficit al 2,04%, concordato dal Governo con la Commissione europea, non è la cura per un Paese malato di austerità, ma solo un’altra dose di veleno che ci condurrà dritti senza difese né armi di fronte alla prossima recessione. Conosciamo già i fantasmi che verranno agitati e possono essere riassunti nella frase di Cottarelli rilasciata in un’intervista a Business Insider:

Non mi auguro una crisi e non credo a una manovra bis, perché i conti si faranno in autunno, ma se l’Europa entrasse in recessione saremmo i primi a pagarne le conseguenze. Il nuovo presidente della Bce potrebbe essere meno attento e far scontare all’Italia la responsabilità di non aver messo i conti in ordine quando i tassi erano bassi e l’economia cresceva. Peggio, se dovessimo chiamare la Troika, le pressioni per una patrimoniale o una ristrutturazione del debito sarebbero enormi. Come le loro conseguenze.

Come dire: “inietti autonomamente una dose di austerità o arriva la Troika?”.

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