L'Editoriale

L’insostenibile leggerezza del fisco

L’evasione fiscale non è la causa, ma la conseguenza di un fisco sempre più gravoso.

Le nostre imprese continuano ad essere tra le più tassate d’Europa e del mondo. Come emerge dall’ultimo rapporto Paying Taxes 2020 della Banca Mondiale, il carico fiscale e contributivo totale sulle imprese italiane è salito al 59,1%: 19 punti percentuali sopra la media mondiale e oltre 20 punti percentuali sopra quella europea.

L’aumento della pressione fiscale sarebbe imputabile interamente agli evasori? “Pagare tutti per pagare meno” è il mantra ripetuto dai mass media, ma la realtà è più complessa. Se tutti pagassero il dovuto al fisco, molte imprese chiuderebbero definitivamente, il Pil crollerebbe e si aggraverebbe lo scenario economico del Paese.

Dai dati OCSE, il carico fiscale in Italia ha subito una brusca impennata a partire dagli inizi degli anni ’80. In particolare con l’adesione allo SME (1979) e con il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro (1981), che furono i passaggi propedeutici all’introduzione della moneta unica. L’esplosione del debito pubblico di quegli anni ne è la conseguenza e prima di allora il peso delle tasse si aggirava intorno al 25% del Pil. Ad aggravare la situazione è stata l’attuazione del decentramento amministrativo, iniziata negli anni ’70 e culminata con la Legge Costituzionale 3/2001, che ha modificato il titolo V della Costituzione. Gli enti locali, da una parte hanno ricevuto maggiore autonomia finanziaria, ma dall’altra, con la riduzione dei trasferimenti statali, si sono visti costretti a introdurre nuovi tributi e a inasprire quelli esistenti.

Gli Italiani non sono diventati improvvisamente evasori. Sono altre le cause dell’aumento dei tributi e ravvisabili, più precisamente, nelle scelte politiche adottate in seguito all’adesione ai trattati europei, che hanno costretto gli Stati a ridurre il deficit statale.

Come abbiamo spiegato a più riprese in questa rubrica, le tasse non finanziano la spesa pubblica. Anzi, è attraverso la spesa pubblica che i cittadini possono ottenere i soldi per pagare i tributi, anche laddove questi gli venissero prestati dal sistema bancario. Per poter onorare i prestiti bancari è indispensabile entrare in possesso di nuova liquidità e ciò può avvenire solo attraverso la liquidità aggiuntiva che lo Stato può introdurre nel sistema con la spesa pubblica.

Il motivo che ha spinto la classe politica ad aumentare la pressione fiscale a partire dagli anni ’80 si ricollega al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Togliendo alla BC la prerogativa di stabilire il tasso d’interesse sui titoli di Stato – a vantaggio dei mercati finanziari – si è innescato un aumento vertiginoso dei tassi d’interesse, che si è tradotto in un aumento del debito pubblico (attenzione: non della spesa corrente, che iniziò a essere decurtata già in quegli anni, ma della spesa per interessi sul debito) e un conseguente aumento dei tributi finalizzato a ripagare i mercati finanziari. La situazione è poi ulteriormente degenerata con l’introduzione dell’euro.

La lotta all’evasione è dunque un cocktail vessatorio letale che non risolve il problema, ma miete altre vittime di un sistema perverso, pensato per avvantaggiare i rentiers del nuovo millennio.

 

Articolo pubblicato sul magazine Bergamo Economia nel numero di dicembre 2019

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