L'Editoriale

La chiave dell’economia

La chiave dell'economia

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La chiave dell’analisi macroeconomica risiede nella comprensione di due concetti fondamentali, che troppo spesso sono dimenticati o ignorati nel dibattito pubblico. Il primo di questi è che, a livello macroeconomico, la spesa e il reddito sono due facce della stessa medaglia: esiste reddito solo a seguito di una spesa equivalente. Se consideriamo un sistema economico nel suo complesso, possiamo dire che il reddito totale sia esattamente equivalente alla spesa totale che è stata sostenuta in tale sistema. Per le imprese il reddito è generato dalla spesa dei clienti, per i lavoratori il reddito è generato dalla spesa del datore di lavoro, eccetera.

Nel momento in cui, per ragioni legate a variabili esterne (prezzo del petrolio, bolle finanziarie) o interne (eccessiva pressione fiscale), la spesa totale diminuisce, ecco che si ha una crisi, ovvero una diminuzione del reddito totale. Le imprese faticano a vendere poiché i clienti non spendono, i lavoratori vedono il proprio stipendio abbassarsi, o vengono licenziati. Aumenta così la disoccupazione e diminuiscono i profitti delle imprese: non ci guadagna nessuno.

La crisi non è quindi dovuta alla mancanza di soldi, ma alla mancanza di soldi spesi: fenomeno ben noto a John Maynard Keynes, che parlava a tal proposito di “paradosso del risparmio”. Se tutti domani mattina si mettessero a risparmiare tutto il proprio reddito, allora non vi sarebbe più alcuna spesa all’interno del sistema economico, si annullerebbero i redditi, le imprese chiuderebbero e tutti perderebbero il lavoro.

Ma facciamo un esempio. Immaginiamo che nell’anno 3201 la spesa e il reddito totali del pianeta siano pari 100 globi (la valuta globale). Se nel 3202 i cittadini della Terra volessero risparmiare 20 globi dei 100 guadagnati, allora ecco che ne verrebbero spesi solamente 80. Il reddito totale dell’anno 3202 scenderebbe quindi a soli 80 globi. Una catastrofe causata dal… risparmio. Tutto ciò suona molto innaturale, “paradossale”, appunto. Il risparmio è solitamente associato ad un momento florido di un’economia, non certo ad una crisi.

Ecco che è necessario, per non cadere in contraddizione con l’esperienza, introdurre il secondo concetto fondamentale: la valuta è un monopolio. La valuta, lo strumento su cui si basa l’esistenza stessa del mercato, è un oggetto che può essere creato e distrutto unicamente dal suo monopolista. Tale soggetto è lo Stato, che impone tramite la legge e con la tassazione l’utilizzo di una particolare valuta entro i propri confini. Lo Stato, spendendo a deficit, può soddisfare la volontà di risparmio del settore privato, evitando in questo modo una diminuzione della spesa totale e risolvendo il paradosso.

Nell’esempio precedente, lo Stato globale dovrebbe spendere a deficit 20 globi nell’anno 3202, quando il settore privato è disposto a spenderne solo 80, per mantenere il livello del reddito totale a 100 globi. Si noti che la spesa pubblica dello Stato, per avere effetto sul livello complessivo di spesa e reddito, deve essere effettuata in deficit, cioè non deve essere coperta da un’imposizione fiscale. Spendere 20 e tassare 20 sarebbe del tutto equivalente a non fare nulla, per quanto riguarda il reddito complessivo.

La spesa a deficit dello Stato deve quindi adattarsi alla volontà di risparmio del settore privato, espandendosi nei momenti in cui il settore privato tende a risparmiare di più, e riducendosi in caso contrario. Tale strumento è l’unico antidoto ad una crisi che, in assenza di stimolo esterno, non può che avvitarsi sempre più su se stessa: il settore privato tende per necessità a spendere meno del proprio reddito (cioè a risparmiare), mentre l’uscita dalla crisi può essere raggiunta solo in presenza di un soggetto che spenda più del proprio reddito e spinga l’economia. È evidente che l’unico soggetto in grado di permettersi tale comportamento sia il monopolista della valuta, che non risponde per natura a logiche di profitto.

Si tenga in considerazione un’ultima (non meno importante) precisazione: se lo Stato emette una propria valuta, esso non ha nessun vincolo di bilancio: la spesa a deficit, se necessaria, può essere sostenuta senza conseguenze negative, poiché lo Stato è esso stesso il creatore della valuta. Come un cinema non può finire i propri biglietti, così uno Stato sovrano non può “finire i soldi”, cioè non può fallire nella propria valuta. Il vincolo di bilancio si presenta solamente nel caso in cui lo Stato decida di utilizzare una valuta straniera, che esso non emette. È questo il triste caso dell’eurozona, in cui il monopolista dell’euro è la Banca Centrale Europea, istituita dagli Stati membri con il Trattato di Maastricht. La perdita della sovranità monetaria per gli Stati europei è solo uno dei molti vincoli che essi hanno deciso di auto-imporsi negli ultimi decenni, e che tuttavia conservano il potere di eliminare.

Se ciò che abbiamo scritto fino ad ora è vero (invitiamo tutti alla riflessione e alla critica), allora questa è la chiave dell’economia: una spesa pubblica a deficit che elasticamente si adatti alle necessità di risparmio del settore privato, stimolando la domanda di beni e servizi e mantenendo il livello di spesa e reddito al massimo delle potenzialità del sistema economico. Le conseguenze positive sarebbero molteplici, tra cui la crescita dei profitti per le imprese e il raggiungimento della piena occupazione. Gli investimenti in infrastrutture, ricerca ed educazione resi possibili dalla spesa a deficit potrebbero inoltre andare a generare quella tanto ricercata competitività sistemica che oggi manca all’economia italiana in particolare: non si tratterebbe di un’asfissiante competitività di prezzo, ma di una sana competitività sulla qualità e sull’innovazione. Liberando lo Stato da insensati e miopi vincoli di bilancio si potrebbe quindi tornare a guardare al futuro con fiducia, sfruttando al massimo la capacità produttiva a disposizione e valorizzando appieno il capitale umano di cui si compone la società. Si potrebbe finalmente tornare ad adoperarsi per soddisfare quella necessità intrinseca alla specie umana che stiamo lentamente abituandoci a dimenticare: il progresso.

 

Articolo già pubblicato sulla rivista Bergamo Economia

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