L'Editoriale

Il Green New Deal contraffatto

QUANDO SI VUOLE IMITARE LA FORMA SOTTRAENDOSI ALLA SOSTANZA

Il Green New Deal promosso da DiEM25 si propone di far cessare le politiche di austerità, ma senza mettere in discussione i trattati europei.

Ancora una volta la soluzione alla crisi economica e sociale, a cui si aggiunge in questo momento anche la crisi climatica, ci arriva da oltreoceano. Ispirandosi al New Deal di Roosevelt – un massiccio piano di investimenti pubblici promosso dal presidente americano in risposta alla grande depressione degli anni ’30 del ‘900, caratterizzato da importanti politiche keynesiane che vennero poi applicate anche in Europa – alcuni esponenti del Partito Democratico statunitense vicini a Bernie Sanders, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, stanno promuovendo il Green New Deal. Presentato come rimedio alle fallimentari politiche neoliberiste di questi ultimi decenni, segue esplicitamente i principi della Modern Money Theory.

Il piano si prefigge di riconvertire l’economia, abbandonando la dipendenza dai fossili e investendo sulle fonti rinnovabili. Oltre a creare un modello di sviluppo più sostenibile, si vuole eliminare la piaga della disoccupazione involontaria attraverso programmi di lavoro transitorio: i lavoratori transiterebbero dall’impiego pubblico a quello privato — e viceversa — offrendo la possibilità alle imprese di assumere personale sempre formato ed efficiente. A questo si aggiunge l’istituzione di un sistema sanitario nazionale gratuito, accessibile a tutti, e l’azzeramento del debito degli studenti americani.

E in Europa?

Il movimento paneuropeo Democracy in Europe Movement 2025 (DiEM25), lanciato da Yanis Varoufakis, insieme ad altre organizzazioni (tra cui Partito Europeo dei Verdi, New Economics Foundation, Fondazione Finanza Etica e ActionAid) ha elaborato il rapporto “Un Green New Deal per l’Europa” che negli intenti, come nel modello americano, vorrebbe azzerare le emissioni di gas per ridurre l’effetto serra. Inoltre si propone di far cessare le politiche di austerità, ma senza mettere in discussione i trattati europei.

E qui si manifesta un grande paradosso: per poter realizzare gli investimenti necessari è indispensabile aumentare la spesa in deficit, ma questo non viene permesso proprio da quei trattati europei che impongono severi limiti alla spesa.

Per aggirare il problema, il rapporto suggerisce di istituire un’agenzia democratica per i lavori pubblici — che coinvolga le autorità regionali e municipali — finanziata, nella misura del 5% del Pil europeo (circa 500 miliardi di euro), attraverso l’emissione di obbligazioni da parte della Banca Europea per gli Investimenti.

Quello europeo, insomma, suona più come un tentativo gattopardesco di continuare con le politiche di austerità, fingendo di combatterle e obbligando gli Stati a indebitarsi ulteriormente. Con l’intento, forse, di screditare agli occhi dell’opinione pubblica il vero Green New Deal?

 

Articolo pubblicato nel numero di settembre di Bergamo Economia

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