Approfondimento

L’ultima dei devoti dice: “l’austerità fa crescere”

L'ultima dei devoti dice: "l’austerità fa crescere"

Il libro di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere”, edito da Marsilio, è già un caso e persino i pochi teorici dell’austerità rimasti ne ammirano il coraggio. Il titolo evidenzia una lucidità economica pari a quella di Maria Antonietta, che, a chi le diceva che i contadini erano senza pane, rispondeva: « Se non hanno più pane, che mangino brioche ».

Ma in realtà il libro della docente della Luiss, come abbiamo già scritto non è un libro di economia, è altro. È un lavoro funzionale a difendere la cultura dell’estremismo neoliberista proprio ora che le fondamenta “tecniche” vengono smascherate, rivelandosi per quello che sono: menzogne.

La De Romanis si propone di minimizzare il bluff delle ricerche di Reinhart e Rogoff, e dunque di ridimensionare la portata culturale e politica della scoperta degli errori della teoria. Quello studio altro non era che una delle più grandi menzogne degli ultimi decenni.

A pagina 24, il lavoro dei due falsari Reinhart e Rogoff viene opportunamente definito non come un paper scientifico, come ci era stato venduto negli anni, ma come un studio con alcune “debolezze metodologiche” che, tra l’altro, non aveva ipotizzato alcuna relazione tra debito e crescita di un Paese, ma che, piuttosto, si era limitato ad una semplice correlazione.

Quello che è stato visto come faro delle politiche di austerità dalla Commissione europea diventa, nel libro della De Romanis, un semplice scritto che evidenzia alcune ipotesi di correlazioni tra debito e crescita dello Stato. Una menzogna è meglio negarla che ridicolizzarla.

Per quanto riguarda la regola criminale del 3% del rapporto deficit/PIL, Veronica De Romanis sceglie di ignorare i fatti, anche quando a descriverli sono gli stessi protagonisti. Definisce come una leggenda metropolitana, ad uso e consumo dei politici anti-austerità, il fatto che quella regola fu inventata in meno di un’ora da un funzionario del Ministero delle Finanze francese. Nega la realtà anche quando è lo stesso Guy Abeille ad ammetterla (pag. 110).

Per la De Romanis, il 3% deriva da un semplice calcolo numerico che consente ai Paesi membri della zona euro di « mantenere finanze pubbliche sostenibili e di convergere verso valori di bilancio comuni… ». Qualcuno dovrebbe farle sapere che “mantenere finanze pubbliche sostenibili” è il motivo per cui è la regola è stata inventata a tavolino, non la spiegazione scientifica della sua validità.

Ma non si ferma qui. Se austerità deve essere, austerità sia. Snocciola un rapido, quanto vago, conto macroeconomico senza alcuna base tecnica e analitica, per cui se la regola del 3% a suo parere poteva avere un senso negli anni ’90, non lo avrebbe ora, per cui andrebbe rivista. E tenuto conto che crescita e inflazione ora sono ridotti rispetto al 1990, andrebbe rivista al RIBASSO!

Sarebbe addirittura un lusso che gli Stati in crisi non possono permettersi!

La religione del neoliberismo ha bisogno di sacerdoti e sacerdotesse, che quotidianamente celebrino le divinità del deficit e del debito pubblico e che abbiano una devozione tale da immolarsi all’altare dell’ignoranza economica. Una devozione così sentita da difendere l’idolatria anche quando, ormai sempre più spesso, molti ex-devoti non la difendono più e ammettono che altro non fosse che una semplice statuina di legno.

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