La Teoria

Principio 3: La storia del debito pubblico

Quando due fondatori della MMT si incontrano per discutere del loro lavoro

Nel cercare di comprendere la questione dell’emissione di debito pubblico, notiamo che i fondi spesi dallo Stato nel settore non-governativo (per beni e servizi) o sono persi dall’economia quando vengono pagate le tasse o restano nell’economia come risparmi, fino a che vengono usati per pagare le tasse.

È solo una questione di contabilità.

I “risparmi” vengono accantonati come attività finanziarie e assumono diverse forme.

Trattandosi di una questione di contabilità tra i settori, un deficit fiscale dello Stato (spesa che non è compensata dal pagamento dalle tasse) aggiunge attività finanziarie nette a disposizione del settore non governativo (che si aggiungono ai risparmi del settore privato) e un avanzo di bilancio ha l’effetto opposto.

L’ultimo punto richiede ulteriori spiegazioni poiché è cruciale per comprendere le basi della MMT.

Considerata la posizione favorevole attuale (non necessaria) verso il pareggio del deficit fiscale (spesa pubblica maggiore dell’importo delle tasse riscosse), diciamo che quello che è comunemente chiamato “debito pubblico” è in realtà solamente la registrazione contabile dei risparmi – i fondi spesi dallo Stato che non sono ancora stati usati per pagare tasse.

A livello aggregato, non possono esserci risparmi netti di attività finanziarie del settore non –  governativo senza una spesa in deficit cumulativa dello Stato.

Lo Stato, come monopolista della valuta, è l’unica entità che può rifornire il settore privato di attività finanziarie nette (risparmi netti) e di conseguenza soddisfare ogni desiderio netto di risparmio (attività finanziarie) ed eliminare la disoccupazione di massa allo stesso tempo.

In termini contabili, il deficit dello Stato (surplus) è esattamente uguale in ogni momento al surplus del settore privato (deficit).

Tutto questo si collega alla nostra precedente discussione, consentendoci di vedere i limiti nella spesa pubblica.

È chiaro che la spesa dello Stato deve essere tale da consentire che siano pagate le tasse.

Inoltre è desiderabile che la spesa netta dello Stato soddisfi il desiderio del settore privato di risparmiare (di accumulare attività finanziarie nette).

È anche chiaro che se lo Stato non spende a sufficienza, in modo da consentire di coprire l’ammontare di tasse che deve essere pagato e il desiderio di risparmio del settore privato, allora la questa insufficienza si manifesterà sotto forma di disoccupazione.

Nella MMT, la base di questa insufficienza è sempre un livello di spesa netta dello Stato inadeguato, date le decisioni correnti di spesa (risparmio) del settore privato in un particolare momento.

Inoltre, il deficit fiscale nel settore non governativo è pari al valore attuale del saldo di cassa nelle banche e dei saldi attivi dei conti di riserva e dei conti titoli (di debito) che sono tenuti presso la banca centrale della nazione.

Tutte le banche commerciali detengono riserve presso la banca centrale come parte del “sistema di compensazione”, così che tutte le transazioni che avvengono su base giornaliera possano essere validate e concluse.

I conti di debito registrano il debito pubblico pendente nelle diverse forme (a breve termine e a lungo termine) che è stato emesso per pareggiare il deficit fiscale.

Se pensate al processo attraverso il quale la spesa netta dello Stato inizialmente crea un aumento nelle attività finanziarie nette nel settore non governativo, vi renderete conto che la spesa richiede effettivamente che lo Stato accrediti i conti bancari nel settore non governativo mentre la tassazione richiede che lo Stato riduca gli importi presenti nei conti correnti bancari.

Un deficit fiscale significa che in questi conti non c’è incremento netto. Inizialmente, dopo che tutte le transazioni tra Stato e settore non-governativo e all’interno del settore non-governativo sono concluse, tale incremento netto si manifesta attraverso incrementi nei conti di riserva presso la banca centrale.

Gli interessi su questi saldi di bilancio potrebbero essere pagati o meno.

Se il deficit è pareggiato dollaro per dollaro con emissione di debito, allora lo Stato addebita (segna una riduzione) nei saldi dei conti di riserva (delle banche che hanno partecipato agli acquisti del debito, direttamente o attraverso loro clienti) e accredita (segna un incremento in) un altro “conto” che possiamo chiamare “debito pubblico pendente”.

In altre parole, l’emissione di debito effettivamente ha come esito solo il fatto che fondi dei conti di riserva vengono trasferiti verso fondi in conti di “debito pubblico pendente”.

Quando componenti specifici di debito (titoli) maturano (ovvero, arriva il momento in cui lo Stato deve ripagarne la quota capitale), avviene l’operazione inversa.

Il conto di “debito pubblico pendente” viene addebitato (ridotto) e le riserve bancarie vengono accreditate (aumentate).

E se la banca centrale paga il tasso di interesse di mercato sui saldi delle riserve (come molte stano facendo attualmente) allora – dal punto di vista funzionale – non c’è alcuna differenza tra l’impatto derivante dal lasciare fondi nei conti di riserva rispetto a quello che consegue all’emissione di debito e trasferimento di fondi al “conto di debito pendente”.

Questo inoltre significa che le operazioni tradizionali di mercato aperto, in cui la banca centrale compra e vende debito pubblico al settore non-governativo per drenare o aggiungere riserve tali che ci sia un equilibrio appropriato che permetta di mantenere il tasso d’interesse al livellofissato come obiettivo, non sono necessarie.

Alcuni punti ulteriori.

Primo, l’emissione di debito non finanzia la spesa pubblica netta. Semplicemente offre al settore non governativo un’attività finanziaria alternativa su cui allocare il risparmio complessivo.

La spesa netta avviene senza che il debito sia emesso.

Secondo, i fondi usati dal settore non-governativo per acquistare il debito derivano dai deficit fiscali passati che non sono ancora stati tassato.

Terzo, se lo Stato fosse preoccupato del tasso di interesse (rendimento) pagato sul debito emesso, allora la banca centrale potrebbe sempre controllare tale rendimento attraverso acquisti appropriati di tale debito, [acquisti] che influenzano i prezzi delle attività sul mercato e quindi i rendimenti.
Questo modifica l’interesse pagato dallo Stato portandolo dal livello di rendimento di mercato del debito acquistato al livello del tasso pagato dalla banca centrale sui fondi di riserva.

Quarto, la banca centrale può sempre acquistare ogni [titolo di]debito che il settore privato sceglie di non acquistare nelle aste primarie. Ci potrebbero essere vincoli legali o regolativi da rispettare, ma sono comunque anch’essi creati dallo Stato.

Le ultime due osservazioni significano che non c’è mai una ragione per cui i rendimenti dei titoli di Stato aumentino oltre il livello considerato accettabile dallo Stato.

Il che significa che uno Stato che emette valuta (ed è il consolidamento tra Ministero del Tesoro e Banca centrale) può sempre assumere di propria iniziativa il ruolo di maggior prestatore e debitore verso se stesso, a proprio piacimento (soggetto alle leggi che lui stesso emana).

Quinto, gli Stati hanno sempre l’opzione di emettere solamente debito a breve termine, ad ogni modo.
C’è una distinzione tra gli interessi che lo Stato paga e i rendimenti dei titoli di Stato a più lungo termine, così lo Stato può scegliere di non vendere titoli a lungo termine se non intende pagare quei tassi. Ma potrebbe volere che i rendimenti dei titoli a lunga scadenza siano più bassi per altre ragioni, come il costo dei mutui per i debitori privati.

Ma anche in questa circostanza, lo Stato può utilizzare il sistema bancario per finanziarli a qualsiasi tasso decida di farlo.


Originale pubblicato il 13 dicembre 2018

Traduzione a cura di Daniele Basciu, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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