Approfondimento

Povertà: una situazione da dopoguerra (senza che la guerra sia finita)

Povertà: una situazione da dopoguerra (senza che la guerra sia finita)

Dobbiamo ammetterlo, ci stiamo abituando: ai giovani che, quando ve bene, lavorano per 700 euro al mese per 40 ore settimanali, a non avere più un po’ di risparmi messi da parte, a vedere intorno a noi una povertà che non regredisce. Ci stiamo abituando all’idea che la malattia è ormai cronica. Potremmo guarire di punto in bianco, ma ci stiamo abituando all’idea che, almeno, non stiamo morendo.

La consapevolezza si rende concreta tutto d’un colpo, però, di fronte ai dati nero su bianco, ad una tabella, ad un titolo. Come sui giornali di martedì: l’indigenza assoluta è più che raddoppiata nell’arco degli ultimi dieci anni.

La povertà è aumentata, dal 2005 ad oggi, del 141%. Lo dicono i dati della ricerca dell’associazione Openpolis in collaborazione con ActionAid.

4,6 milioni di italiani vivono nell’indigenza assoluta, quasi l’8% della popolazione, ma nel 2005 era il 3,3% del totale. Al Nord come al Sud. La ricerca evidenzia le tipologie dei nuovi poveri. Infatti, la triste novità della società dell’austerità permanente è rappresentata dai lavoratori poveri: bassi salari, contratti da precari, part-time, giovani costretti ad accettare il peggio che offre il mercato del lavoro.

Colpa della crisi? Certo, ma ancor più della scelta politica di mantenere il fuoco dell’austerità sempre accesso e vivo.

Cresce la povertà in Italia ma cresce ancora di più in Germania: la terra promessa indicata dai sostenitori dell’eurozona è, nella realtà, un Paese che fonda le proprie politiche economiche sulla povertà dei tanti, spesso cittadini provenienti da altri Paesi UE.

Cresce la povertà dei bambini sotto i 6 anni. Crescono in Italia i futuri adulti poveri, ma crescono maggiormente nella terra degli esperimenti sociali: la Grecia.

Se si sommano le vittime della povertà assoluta a quelli della povertà relativa, emerge il quadro di un dopoguerra in cui però la popolazione non ha nemmeno il conforto che la guerra sia finita. Il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste e aumentano quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione.

La seconda parte della ricerca punta il dito sul welfare, che risulta inefficace a contrastare la crescente povertà. È vero, le risorse sono poche, frammentate, e non c’è un disegno organico di intervento. Il nodo è però un altro: indebolire il welfare è stata una scelta, creare nuovi poveri è stata una scelta, creare lavoratori sottopagati è una scelta. I Governi hanno scelto di rispettare e implementare i vincoli di bilancio, i tagli alla spesa pubblica, le riforme del lavoro e quelle previdenziali. In Europa non è finita l’energia con la quale riscaldarsi, gli scaffali sono pieni di proteine da mangiare, ci sono ancora insegnanti per far studiare i figli, e medici ed infermieri per garantire la sanità a tutti. Soprattutto, ci sono tanti lavori da fare ed in cui impiegare i disoccupati e chi è a rischio di esclusione sociale. Manca la moneta per attivare tutto quello che nelle potenzialità è già disponibile. È stata una scelta politica rendere la moneta scarsa.

Si può scorgere all’orizzonte un segnale di speranza? Purtroppo nessuno.

Martedì scorso, alla domanda di un giornalista della Repubblica

Non trova però che nell’eurozona ci sia un problema di domanda più che di offerta?

il vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, risponde:

I Paesi che possono stimolare la loro economia sono Germania e Olanda. La maggior parte dei Paesi dell’eurozona, invece, non può perché deve difendere la sua credibilità.

È sempre una questione di scelte. La scelta di difendere la credibilità di un Paese agli occhi dei mercati finanziari piuttosto che di ridurre la povertà.

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