La Teoria

L’impossibilità della “monetizzazione” dei deficit pubblici

Gli investimenti pianificati, essendo parte delle spese dello Stato, sono inizialmente “finanziati” dal sistema bancario nazionale. Generano dal lato degli attivi bancari un equivalente incremento nelle riserve che appaiono presso la Banca centrale dello Stato, le passività della Banca centrale. In questo stadio, i mercati finanziari non possono giocare alcun ruolo.

Successivamente, il Ministero del Tesoro statale potrebbe decidere di emettere titoli a un tasso di interesse fisso da lui stesso determinato, per assorbire tutte (o una parte di) queste riserve.

I titoli vengono venduti alle banche che incrementano la loro ricchezza netta o ad agenti non bancari i cui risparmi netti sono aumentati di un importo equivalente al deficit (residenti e non residenti).

Laddove la domanda per nuovi titoli dovesse essere troppo bassa o se lo Stato volesse limitare i pagamenti di reddito da interesse, esso è libero di chiedere alla Banca centrale di acquisire una parte di questi titoli. Tale operazione non può essere definita “monetizzazione” dal momento che il deficit ex-post ha già generato una aumento nello stock di moneta.

In questa seconda fase i mercati finanziari sono ancora privi di ogni potere di imporre dei vincoli. Grazie, di certo, al ruolo della Banca centrale ma anche perché i titoli dello Stato devono essere visti come il porto più sicuro per gli investitori finanziari, l’àncora della stabilità finanziaria.

 

Originale: “Modern Austerity Policies (MAP) An analysis of the Economics of Decadence and Self destruction” (2012)

Traduzione a cura di Daniele Basciu

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