La Teoria

Le tasse: bisturi per l’economia o coltello in mano all’austerità

Le tasse: bisturi per l'economia o coltello in mano all'austerità

Le tasse, in uno Stato con piena sovranità monetaria, non hanno la funzione di finanziare la spesa pubblica. Infatti lo Stato prima effettua la spesa pubblica, e solo in un momento successivo raccoglie le tasse. Non ha assolutamente bisogno dei soldi dei cittadini per poter spendere: la spesa è effettuata dallo Stato con istruzioni di ordini d’accredito denominati nella propria valuta in favore dei conti corrente dei destinatari.

La tassazione ha la funzione di imporre l’uso della valuta dello Stato, che altrimenti risulterebbe priva di valore intrinseco, generandone la domanda da parte del settore privato. Inoltre la tassazione è lo strumento con cui lo Stato può incentivare o disincentivare determinate attività, produzioni, oppure comportamenti. La tassazione è anche lo strumento con cui lo Stato può intervenire sull’inflazione, riducendo la capacità aggregata di spesa del settore privato.

Quando il volume della spesa dello Stato è maggiore del volume della tassazione successivamente riscossa, il risultato costituisce il deficit dello Stato ed il risparmio finanziario dei privati.

I deficit di uno Stato, sommati nel tempo, costituiscono il debito pubblico, che nella società ha due corrispettivi: la ricchezza reale rappresentata dai beni e servizi che lo Stato ha acquistato, e la ricchezza finanziaria netta che resta registrata nei conti dei beneficiari della spesa. Questa ricchezza, per lo Stato, è una registrazione contabile nel sistema Stato-BC. Il debito pubblico, pertanto, rappresenta la denominazione nella valuta dello Stato delle spese e degli investimenti che lo Stato ha fatto per sé stesso nel corso del tempo, ovvero la contabilità del valore nominale del proprio slancio verso il futuro espresso nella valuta di cui è monopolista.

Tratto dal capitolo terzo, “Il 1971 e la nuova era”, di Uccidere il dio dell’Austerità (Edizioni Sì)

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