L'Editoriale

La spesa dello Stato e le tasse

Tutta la stampa nelle settimane scorse ci informava del rischio default degli Stati Uniti, ovvero della possibilità che gli USA si sarebbero trovati nella condizione di “finire i soldi” e non poter pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, dichiarando fallimento per insolvenza proprio come un’impresa che non paga i creditori. Poi il sospiro di sollievo: Obama e i Repubblicani hanno trovato l’accordo. Ma cosa è cambiato in pochi giorni perché il presunto rischio si dissolvesse?

Hanno trovato qualche giacimento di diamanti, oro o dollari per “ripagare il debito”? Assolutamente no. Hanno semplicemente deciso che il massimo quantitativo di debito pubblico accettabile anziché essere ad esempio 1000 fosse 1100. Hanno deciso di “cambiare i numeri sui computer di ministero del tesoro e banca centrale”.

Quello che è successo in realtà è stata solo una discussione politica su un numero che non aveva nessun reale limite che ne impedisse l’incremento.

Spesso le scelte politiche ed economiche partono da un falso presupposto di cui i governanti sono convinti: il governo per poter spendere deve prima aumentare i propri fondi con le entrate delle tasse o con la richiesta di un prestito. Detto in altre parole, la spesa dello Stato è limitata dalla capacità di tassare o contrarre prestiti. Ma se il presupposto fosse sbagliato? Un presupposto che si rivela nella realtà errato ha conseguenze sulle politiche economiche di uno Stato?

Gli Stati con moneta sovrana non finanziano la spesa pubblica con le tasse o con i prestiti. Si tratta di Stati monopolisti della valuta, cioè sono gli unici autorizzati ad emetterla per primi tramite la spesa del Ministero del Tesoro che opera in coordinamento con la Banca centrale. Nell’emissione non sono vincolati ad altre valute o agganciati a metalli preziosi (ricordate l’abolizione del gold standard nel 1971). Il valore della loro valuta rispetto a quelle degli altri Stati è deciso dall’equilibrio di domanda e offerta (cambio fluttuante). Parliamo di Paesi come gli Stati Uniti, Turchia, Giappone e tanti altri.

Uno Stato con Moneta Sovrana non ha bisogno delle tasse per finanziarsi.

Quando un cittadino paga una tassa il suo conto corrente si riduce dell’importo corrispondente al valore della tassa. C’è qualcosa che fisicamente determina questa riduzione? Assolutamente NO. I numeri sul computer della sua banca passano ad esempio da 500 a 300 soldi senza che il governo riceva nulla da quel cittadino. Il cittadino ha pagato ed al governo non è arrivato nulla.

Quando il governo tramite la spesa previdenziale paga una pensione, i numeri sul computer della banca relativi al conto corrente intestato al pensionato aumentano ad esempio da 500 a 1000 senza che operativamente succeda nulla. Non c’è stato nessun omino che a martellate ha infilato una moneta d’oro dentro il computer.

Succede solo che i bit del computer da 500 segnano ora 1000. Il cittadino ha ricevuto la pensione senza che dallo Stato arrivi fisicamente nulla, se non numeri.

Ed allora se fisicamente non c’è nessun legame tra spesa e tasse, questo significa che lo Stato NON HA LIMITI DI SPESA, ovvero può variare i numeri sul computer quanto vuole. Lo Stato può spendere, fino a che esiste chi accetta la moneta che lo Stato intende creare e spendere.

Ma se le tasse non sono vincolanti per la spesa, perché uno Stato tassa?

Per capirlo usiamo l’esempio di una famiglia in cui i genitori decidono di pagare i figli per l’espletamento di piccoli lavori domestici (riordinare la camera, sparecchiare, svuotare la lavastoviglie etc.) con dei buoni di carta. I figli non si convinceranno a lavorare in cambio di buoni di carta sino a quando i genitori non creano nei figli il bisogno dei buoni. Per farlo i genitori possono obbligare i figli a restituire, ad esempio, almeno 10 buoni ogni settimana per non essere puniti (le possibili punizioni le lascio alla vostra conoscenza dei ragazzi).

I genitori per dare valore ai buoni e costringere i loro ragazzi a lavorare per procurarseli hanno imposto una tassa.

Il primo compito che assolvono le tasse è quello di dare valore ad un pezzo di carta (il buono). Le tasse servono allo Stato per imporre una moneta ai cittadini: i cittadini sono obbligati a pagare le tasse con quella moneta e sono dunque costretti a procurarsela (con il lavoro, con il commercio etc.).

Una volta che i genitori hanno deciso come tassare i loro ragazzi, gli stessi potranno pagare i 10 buoni ai genitori solo dopo che i genitori li avranno spesi.

I genitori PRIMA devono “creare e spendere” i buoni di carta per permettere ai ragazzi di guadagnarli e solo DOPO esserseli procurati i ragazzi possono pagare i 10 buoni alla settimana.

I genitori hanno dei limiti fisici nella capacità di emettere i buoni? Assolutamente no. L’unico limite è dovuto alla quantità di lavoro che i ragazzi possono compiere in cambio dei buoni.

Inoltre c’è da osservare che i genitori possono anche non emettere fisicamente i buoni ma tenere semplicemente il conto di quello che spendono e quello che ricevono su un foglio di carta oppure su un foglio di calcolo cioè su un computer.

È a tutti evidente che i genitori in questo esempio rappresentano lo Stato che tassa per imporre la propria moneta e fare in modo che i cittadini debbano lavorare per lui. Lo Stato prima spende e poi incassa le tasse. Tiene contabilità di quello che entra e di quello che esce in un computer senza che ci siano vincoli operativi alla propria spesa. I ragazzi rappresentano i cittadini che devono guadagnare prima di pagare le tasse.

Lo Stato ha la funzione di tenere il conto delle spese e delle entrate e di regolare questi flussi: non ha il problema di “finire i soldi” ma si potrebbe verificare il problema che ci siano pochi soldi in giro oppure che ce ne siano troppi.

Se i cittadini hanno pochi soldi da spendere o da risparmiare, lo Stato interviene riducendo le tasse. Se invece ci sono troppi soldi in giro, che possono causare fenomeni di inflazione, allora può intervenire aumentando le tasse così da ridurre la quantità di soldi in giro e di conseguenza ridurre il potere di spesa.

Le tasse in uno Stato a moneta sovrana NON finanziano la spesa MA regolano l’economia.

Uno Stato SENZA sovranità monetaria non può spendere se prima non tassa.

Da noi, in Eurozona e Italia, il meccanismo della spesa e delle tasse è ben diverso dal fatidico 1 gennaio 2002, data in cui l’Italia ha ceduto la sovranità monetaria rinunciando alla lira emessa dalla Banca d’Italia ed ha introdotto l’euro che ci viene prestato dalle grandi banche d’affari con gli interessi.

Mentre con la moneta sovrana denominata lira le tasse servivano a regolare l’economia, nel regime euro le tasse diventano necessarie per finanziare la spesa pubblica. Se non si tassano i cittadini, lo Stato non ha soldi da poter spendere. A rendere ancora più difficile la situazione, si aggiunge il pareggio di bilancio e i vincoli per il rispetto del rapporto deficit/PIL. Lo Stato deve spendere solo quello che ha, riducendo progressivamente il debito accumulato. Cosa resta dello Stato moderno?

La risposta all’efficace sintesi del Prof. Alain Parguez scritta nel 1998 nel tentativo, purtroppo vano, di spiegare il sistema euro:

La teoria economica dell’Euro rigetta tutte le caratteristiche di una vera moneta moderna.

Privando gli Stati membri di qualsiasi potere monetario, essa va sostituendo i mercati finanziari allo Stato come fonte suprema di legittimità per la nuova valuta.

Tale assoluta privatizzazione della moneta condurrebbe ad una privatizzazione dello Stato medesimo. Per finanziare la loro spesa desiderata, gli Stati membri dovranno ottenere credito dalle banche private e la loro capacità di prendere a prestito dipenderà dalla capacità e dalla volontà delle banche private di finanziare le spese del governo.

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