L'Editoriale

Italia: troppo grande per fallire, troppo grande per scamparla

Italia: troppo grande per fallire, troppo grande per scamparla

Fino a poco tempo fa gli investitori si aspettavano che dopo due settimane – in occasione della riunione che ci sarebbe stata – la Banca Centrale Europea avrebbe annunciato di porre fina al QE entro la fine dell’anno.

Ora aumentano le domande su quanto sia fattibile sospendere questa attività di acquisto [di titoli di Stato] da parte della BCE in un momento in cui gli investitori stanno già facendo aumentare il costo del debito italiano.

Quasi mezzo decennio fa, la crisi del debito greco è diventata un momento decisivo per l’intero sistema.

La portata dell’economia italiana e quella del suo mercato obbligazionario rendono questa decisione una sfida sistemica molto più articolata rispetto a quanto lo sia stata per la Grecia.

Alcuni commentatori hanno definito l’Italia “troppo grande per fallire e troppo grande per scamparla”.

“A vari livelli – attraverso la sfida alla coesione politica, l’innalzamento del costo del finanziamento pubblico e di quello privato e, in ultima analisi, attraverso la crescita degli squilibri del sistema euro – gli eventi in Italia potrebbero destabilizzare l’Eurozona”, ha dichiarato Marchel Alexandrovich, economista senior del gruppo finanziario europeo di Jefferies.

Financial Times

L’euro ha tolto la possibilità ai Governi nazionali di gestire in modo significativo le loro economie e in Italia, proprio come in Grecia un paio di anni fa, le persone hanno dovuto pagare i veri costi delle erronee e concomitanti politiche di austerità.

Durante l’ultimo decennio, il dispiegarsi delle ripetute crisi economiche in Eurolandia ha mostrato al di là di ogni dubbio che l’euro non è solo un progetto economico, ma è soprattutto un progetto politico. Oggi l’euro ci forza a ciò che la rivoluzione neoliberista degli anni ’80 e ’90 non è riuscita a realizzare.

Gli Europei vogliono veramente privarsi della propria autonomia economica, imporre salari più bassi e tagliare il benessere sociale al minimo manifestarsi di un problema economico? La crescente disuguaglianza di reddito e uno Stato federale sono cose che fanno davvero parte dei nostri sogni? Ne dubito.

La storia dovrebbe agire come deterrente. Durante gli anni ’30 le nostre economie non uscirono dalla depressione finché la follia di quel tempo il gold standard fu gettata via nella spazzatura della storia. Si spera che l’euro faccia presto la stessa fine.

Gli economisti hanno la tendenza a rimanere affascinati dalle loro teorie e dai loro modelli e dimenticano che dietro ai loro grafici e alle loro astrazioni c’è un mondo reale, con persone reali. Persone reali che devono pagare un caro prezzo a causa di dottrine e raccomandazioni fondamentalmente sbagliate.

L'”idea europea” – o meglio, l’ideologia – nonostante l’euro abbia spaccato l’Europa in due. La moneta unica, intesa come elemento propulsivo di coesione per un’unione sempre più stretta, presenta oggi un bilancio disastroso. Norvegia e Svizzera non aderiranno presto all’Unione europea; la Gran Bretagna sta prendendo attivamente in considerazione l’idea di abbandonarla del tutto. Svezia e Danimarca a un certo punto avrebbero dovuto adottare l’euro; ma ora questo tema è fuori da ogni discussione. L’Eurozona stessa è divisa tra Paesi in surplus e Paesi in deficit, tra Nord e Sud, tra Germania e il resto. Dalla fine della seconda Guerra mondiale non era mai accaduto di avere i suoi Stati-Nazione a confrontarsi l’un l’altro con tanta ostilità; le conquiste storiche dell’unità europea non sono mai state così in pericolo…

Chiunque desideri capire come l’istituzione della moneta unica abbia potuto provocare un tale disastro ha bisogno di un concetto di moneta che vada oltre quello voluto dalla tradizione economica liberista e dalla teoria sociologica che lo descrive. I conflitti in Eurozona possono essere compresi solo con l’aiuto di una teoria economica che concepisce la moneta non come un mero sistema di simboli che rappresentano diritti e obblighi contrattuali, ma anche – in sintonia con il punto di vista di Weber – come il prodotto di un sistema decisionale organizzato e, quindi, come un’istituzione controversa e contestata con conseguenze distributive piene di potenziali conflitti…

Ora più che mai c’è un divario grottesco tra i problemi del replicarsi del capitalismo che si accentuano e l’energia collettiva necessaria per risolverli… Ciò potrebbe significare che non c’è alcuna garanzia che le persone che sono state così gentili da introdurci al sistema euro saranno in grado di proteggerci dalle sue conseguenze o addirittura di tentare di farlo. Gli apprendisti dello stregone non saranno in grado di lasciar perdere la scopa con cui volevano ripulire l’Europa dalle sue fisime sociali e anti-capitalistiche pre-moderne, per amore di una trasformazione neoliberista del suo capitalismo. Lo scenario più plausibile per l’Europa nell’immediato futuro, ma anche non così immediato, è la crescita delle disparità economiche e delle ostilità politiche e culturali tra i suoi popoli, quando si ritroveranno accompagnati dai tentativi tecnocrati, da una parte, di indebolire la democrazia e, dall’altra, di contrastare l’ascesa di nuovi partiti nazionalisti. Questi ultimi coglieranno l’occasione per dichiararsi i veri campioni del crescente numero delle cosiddette vittime della modernizzazione, che si sentono abbandonati da una socialdemocrazia che ha abbracciato il mercato e la globalizzazione.

Wolfgang Streeck

 

Originale di Lars Syll pubblicato il 30 maggio 2018

Traduzione a cura di Stefano Sanna, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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