L'Editoriale

Cambiare la Costituzione per tagliare i costi (e tagliano lo Stato)

Cambiare la Costituzione per tagliare i costi (e tagliano lo Stato)

Sabato scorso Matteo Renzi ha aperto a Bergamo la campagna a sostegno del fronte del SI al referendum costituzionale. La comunicazione è quella tipica renziana, che prima era quella tipica berlusconiana e che in generale è quella tipica studiata a tavolino: “Avanti con il sorriso, chi critica è uno sfigato che porta sfiga”.

Ma il Rottamatore sa usare mezzi comunicativi meno sempliciotti del sorriso, e infatti utilizza ciò che nell’immaginario collettivo è la chiave con cui muovere il consenso popolare: il risparmio della spesa pubblica.

La riforma costituzionale ci farà risparmiare, considerato che quello italiano è il Parlamento più costoso con 945 parlamentari e che così si risparmieranno 315 stipendi

dice Renzi, sapendo che anni di dottrina liberista giocheranno a suo favore.

Cosa c’è di più brutto di uno Stato che costa, di tanti stipendi ai parlamentari? Cos’è più antico di tanti politici che prendono decisioni sulla base del consenso degli elettori? Cosa c’è da temere di più del dibattito dei Parlamenti?

C’è da temere il suo esatto opposto.

La democrazia costa perché è rappresentativa di tutti e ha più livelli di controllo, a tutela del confronto reale. Gli Stati moderni costano perché sono complessi: hanno infrastrutture, ricerca, sanità, sistemi di difesa, istruzione, ecc.

I principi della finanza funzionale di Abba Lerner dovrebbero essere il riferimento per chi ha capito la pericolosità di queste riforme: se le riforme ci chiedono meno Stato e meno rappresentanza in nome del principio del contenimento dei costi, allora tanto peggio per le riforme.

La dottrina liberista ha usato il rigore dei conti per diventare popolare e ha demonizzato il consenso come variabile che influenza le decisioni politiche. Ma c’è da temere quando le decisioni politiche ed economiche sono prese senza tenere conto della pressione democratica degli elettori. Ci dicono che le decisioni impopolari sono le più coraggiose, ma in realtà anche quelle sono influenzate dal consenso… di quelli più forti. Come le decisioni dei tecnici sono orientate dal consenso delle lobby.

Una decisione non sostenuta dal consenso dei tanti difficilmente risponderà agli interessi dei tanti. L’ostinatezza con cui il Governo Hollande sta portando avanti la riforma del lavoro richiesta dall’Europa nonostante la forte protesta popolare ne è un esempio.

Non stiamo entrando nel merito delle posizioni dei due fronti referendari, ma è fondamentale che il dibattito venga incentrato sui contenuti e sull’interesse collettivo, e non su quanto risparmio si otterrà. Perché quel principio non fa mai l’interesse del 99%.

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