Teoria
La Storia ci dice che ogniqualvolta un’autorità abbia imposto l’uso di una determinata unità di conto, questa è sempre stata utilizzata per quantificare, per “misurare”, l’entità dei rapporti di debito/credito (approfondisci qui, in inglese). Nelle economie monetarie in cui uno Stato impone, con la tassazione, l’utilizzo di una valuta di cui è monopolista, la natura del rapporto di debito/credito che essa rappresenta è di tipo puramente fiscale.
La valuta di Stato è un contratto tra monopolista e utilizzatori. Quando lo Stato la spende per comprare beni e servizi dalla popolazione, è come se vi scrivesse sopra:
Questo certificato può essere utilizzato per pagare le tasse
La valuta rappresenta quindi un credito fiscale dell’utilizzatore nei confronti del monopolista, e ovviamente un debito fiscale del monopolista nei confronti dell’utilizzatore.
Tale rapporto di debito/credito esiste fintanto che gli utilizzatori non pagano le tasse. Quando ciò avviene, il rapporto viene estinto e la valuta distrutta: lo Stato, accettando la valuta in pagamento, tiene fede alla propria promessa e salda il proprio debito fiscale con l’utilizzatore. Appare a questo punto ancora più chiaro come la valuta non sia altro che uno strumento utilizzato dal monopolista per approvvigionarsi di beni e servizi reali.
È quindi impossibile che le tasse possano finanziare la spesa pubblica. Le tasse distruggono rapporti di debito/credito: come potrebbe questo servire a crearne di nuovi? Se proprio dovessimo fare un ragionamento in questi termini, dovremmo dire che la spesa pubblica finanzia il pagamento delle tasse.
In parole più semplici: dato che il monopolista della valuta è l’unico soggetto abilitato a crearla, esso non può che immetterla nel sistema prima di poterla estrarre da esso.
Esempio
L’imposizione della tassazione in sterline inglesi da parte dell’autorità coloniale portò il popolo ghanese ad esprimere una domanda di sterline verso l’autorità stessa, monopolista della valuta.
Al fine di approvvigionarsi della forza-lavoro della popolazione, gli Inglesi spendevano le sterline, che venivano poi utilizzate dai Ghanesi per pagare la tassa sulle capanne.
Nel momento in cui un contadino aveva lavorato per l’autorità, questa gli conferiva una certa somma in sterline, la cui unica peculiarità era quella di consentire al suo detentore di pagare una somma equivalente di tasse. Non vi erano altri usi garantiti dal monopolista. Egli non offriva oro o altri beni o servizi in cambio delle sterline: si limitava ad accettarle come pagamento delle imposte.
In questo modo, i Ghanesi erano costretti a lavorare per gli Inglesi sostanzialmente in cambio di nulla. Tutto ciò che ricevevano era un credito fiscale nei confronti dell’autorità coloniale.
Ciò che i Ghanesi certamente sapevano era che il monopolista della valuta doveva prima spendere le sterline, e solo in un secondo momento le ritirava con le tasse, così da permettere al ciclo di ricominciare. Le sterline venivano così create e poi distrutte, come strumento di continuo sfruttamento della popolazione.


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