Approfondimento

Le radici della MMT non stanno in Keynes (prima parte)

Le radici della MMT non stanno in Keynes (prima parte)

Attualmente sto lavorando al capitolo di introduzione di una raccolta che ho preparato per il mio editore (Edward Elgar) che descrive l’evoluzione della Teoria della Moneta Moderna (MMT). Il compito può sembrare chiaro, ma è in realtà piuttosto controverso. C’è un dibattito notevole su dove risiedano le sue radici. Un argomento specifico di dibattito è sull’importanza del lavoro di John Maynard Keynes. Molti post-keynesiani, quasi per definizione, credono che Keynes sia stato una figura centrale nello sviluppo di quella che oggi chiamiamo economia post-keynesiana, sebbene quella “scuola di pensiero” eluda una identificazione precisa ed è certamente tutt’altro che omogenea. Ci sono promotori della MMT che, sebbene simpatizzino con gran parte della teoria post-keynesiana, sono in disaccordo su concetti chiave, in particolare su quelli relativi a debito e deficit (ad esempio). Ma poi denotano il lavoro di Keynes come fondamentale per lo sviluppo della MMT. Il mio punto di vista è che molte delle osservazioni importanti di Keynes erano già state abbozzate in qualche modo da Marx. Inoltre il lavoro dell’economista polacco Michał Kalecki fu molto più profondo del lavoro del suo contemporaneo Keynes. Ma per me il vero punto di scontro con Keynes è la sua visione che il deficit fiscale dovesse essere in equilibrio nell’arco di un ciclo economico e che questo consentirebbe allo Stato di ripagare il debito contratto negli anni di deficit. Quella visione – da allora – ha vanificato il pensiero progressista da allora ed è antitetica rispetto alla MMT. Il dibattito ha una risonanza anche nell’attuale battaglia per la leadership nel partito laburista britannico circa il deficit fiscale e le dichiarazioni del candidato “socialista” Jeremy Corbyn, che “equilibrerà il bilancio” quando la disoccupazione sarà bassa, per evitare l’inflazione. Questa visione deriva dall’adozione da parte dei progressisti dei punti di vista keynesiani, ne siano essi consapevoli o no. È una visione errata e rallenta lo sviluppo di politiche progressiste.

Nel suo libro del 1961 (pagina 139) The Burden of Debt (Il Peso del Debito), il fondatore della finanza funzionale, Abba Lerner, esordì con la parabola che segue:

“Ma guarda”, la moglie del rabbino protestò, “Quando una delle due parti della disputa ti ha esposto il proprio caso, gli hai detto ‘ha proprio ragione’ e poi quando l’altra parte ti ha presentato il suo caso gli hai detto ancora ‘hai proprio ragione’, sicuramente non possono avere ragione entrambi”. Al che il rabbino rispose: “Mia cara, hai proprio ragione!”.

Si riferiva agli economisti che erano critici nei confronti del Governo degli Stati Uniti, che usava il debito per sostenere la spesa in progetti pubblici. Lerner diceva che gli economisti convenzionali che alimentavano questo criticismo avevano “ragione”, ma solo se “avessero ridefinito” i concetti chiave in maniera appropriata (ma perversa).

Riferimento: L’articolo di Phelps sulla negazione dell’austerità, che ho discusso nel blog di ieri: Greece – now the conservatives are denying there was austerity [Grecia: adesso i conservatori negano che ci sia stata austerità, NdT].

Keynes non ha discusso della politica fiscale in modo esteso nel suo lavoro più famoso: La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936).

Ma in due articoli apparsi sul Times (il 14 e il 15 novembre 1939) dal titolo “Pagare per la Guerra”, Keynes fornì una dettagliata analisi della conduzione della politica fiscale. Questi articoli furono pubblicati nel suo breve libro del 1940 “Come Pagare per la Guerra”.

Il contesto era la paura che se gli Stati avessero utilizzato il debito per “finanziare” deficit fiscali per portare avanti lo sforzo bellico, probabilmente sarebbe stata generata inflazione a seguito della scarsità di risorse produttive.

L’inflazione sarebbe derivata probabilmente da una disponibilità limitata di beni di consumo e da un aumento dei consumi, generato [a sua volta] da un aumento dei redditi.

Non amava gli effetti distributivi dell’inflazione e considerava quest’ultima come una tassa [che grava] sui lavoratori, [mentre] il debito emesso dagli Stati una fonte di ricchezza per la classe capitalistica.

Quindi pensava che il deficit fiscale spostasse risorse verso la fascia ricca [della popolazione] e, come risultato della bassa propensione al consumo (alto tasso di risparmio) [di quest’ultima], avrebbe messo in pericolo la realizzabilità del sistema capitalistico, orientandolo verso la depressione.

Inoltre non voleva che i lavoratori fossero tassati di più per “pagare” per il deficit.

La sua soluzione, delineata in quegli articoli, era di introdurre uno “schema di risparmio obbligatorio” con tassazione progressiva sul reddito, che avrebbe ridotto il consumo (dirottando il reddito all’accumulazione di ricchezza finanziaria) assicurando però che i lavoratori a basso reddito beneficiassero dei deficit.

Scrisse che questo sistema sarebbe stato benefico perché:

… sarebbero stati i lavoratori, e non coloro che fanno profitto, a uscire dalla guerra come i principali possessori del Debito Nazionale di nuova creazione (in forma di crediti per retribuzioni differite).

È sufficiente dire che i sindacati e gli attivisti laburisti furono terrorizzati dalla proposta. Essi volevano che la tassazione elevata fosse imposta ai ricchi capitalisti per pagare per la guerra.

Il timore di Keynes per l’inflazione significava anche che non era entusiasta del deficit fiscale. Lo riteneva necessario in tempi di recessione, ma pensava non potesse essere una propensione generale degli Stati.

Il deficit era un mezzo per risolvere un problema di “carenza di domanda effettiva”, che Keynes dimostrò essere la causa principale della disoccupazione di massa.

Keynes in realtà si distanziò alquanto da questa posizione dal 1943, quando sostenne le proposte del Tesoro Britannico (attraverso James Meade) di introdurre un sistema di sicurezza sociale per attenuare i periodi in cui la domanda era scarsa.

In altre parole, attribuire l’onere di aggiustamento agli stabilizzatori automatici del bilancio fiscale piuttosto che alle componenti discrezionali.

In tal modo, quando la spesa privata fosse diminuita e la disoccupazione fosse aumentata, i lavoratori – attraverso il sistema di sicurezza sociale – avrebbero visto attenuata la perdita di reddito grazie ai sussidi, che avrebbero fornito una qualche livello minimo [di salario] durante la recessione.

Inoltre differenziò il bilancio fiscale in quello che chiamò “bilancio della spesa corrente” (adesso usiamo il termine ricorrente per descrivere il gettito fiscale e i flussi di spesa in un anno) e “bilancio degli investimenti capitali”, che si riferisce alla spesa per infrastrutture pubbliche.

In una corrispondenza con Sir Richard Hopkins (20 luglio 1942), raccolta nei suoi Collected Works, volume 27, Keynes scrisse:

… il bilancio delle spese ordinarie dovrebbe essere costantemente in equilibrio. È il bilancio degli investimenti capitali che dovrebbe fluttuare in base alla domanda di occupazione.

Questa concetto è precursore rispetto a quello della “regola aurea” che limita il livello dei deficit fiscali al tasso di investimenti pubblici in beni capitali produttivi.

[Seguire] La “regola aurea” significa essenzialmente che, nel corso di un determinato ciclo economico (dal picco di attività al picco successivo), il [livello del] deficit dello Stato dovrebbe corrispondere alla sua spesa capitale in infrastrutture.

Tutta la spesa “ricorrente” (ovvero la spesa che esaurisce i suoi benefici entro l’anno in corso) deve essere finanziata attraverso entrate correnti (tasse e multe, etc.).

La “regola aurea” è considerata equa tra le generazioni, perché i contribuenti correnti “pagano” per i benefici pubblici che ricevono adesso, mentre le generazioni future devono pagare per i benefici che le infrastrutture portano loro negli anni futuri.

In questo modo, la spesa corrente a beneficio dei contribuenti attuali deve essere coperta da introiti fiscali, e la spesa in infrastrutture dovrebbe essere finanziata attraverso il debito.

Il saldo fiscale in questo modo sarebbe sempre pari a zero, al netto della spesa per investimenti pubblici.

La “regola aurea” riflette l’approccio economico convenzionale per cui lo Stato deve “finanziare” la sua spesa proprio come una famiglia.

Ma Keynes andò più a fondo e, spinto dalla sua paura per l’inflazione, concluse nella Teoria Generale (Capitolo 13, Sezione III) che:

Se, comunque, siamo tentati di affermare che la moneta è la bevanda che stimola il sistema all’attività, dobbiamo ricordarci che è possibile sbrodolarsi diverse volte nel passaggio della bevanda tra tazza e labbro.

La politica monetaria (aggiustamenti dei tassi di interesse) era incerta e Keynes non ebbe la fiducia che potesse limitare un boom inflazionistico.

Così la politica fiscale fu il principale strumento politico per contenere episodi inflazionistici, così come fu il mezzo più efficace per superare la recessione.

Così, in epoca vittoriana, la “regola aurea” fu che in tempi buoni il bilancio della spesa corrente dovesse apportare un surplus, che avrebbe permesso allo Stato di ripagare il debito contratto in tempi non propizi, quando sarebbe stato in deficit.

Questo ragionamento quindi portò alla conclusione che bilanci in pareggio fossero – in linea di principio – pericolosi e che piuttosto dovessero essere in equilibrio nell’arco di un ciclo economico.

Realizzare deficit in tempi non buoni e surplus in tempi buoni per evitare inflazione e accumulare risorse per diminuire il debito accumulato durante gli anni di deficit.

 

Originale pubblicato il 25 agosto 2015

Traduzione a cura di Luca Giancristofaro, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

1 Commento

  • L’astrusità fatta regola e ci vuole proprio uno sforzo considerevole per tradurre in linguaggio comune una cosa semplice: se la moneta misura un bene o un servizio, il debito pubblico di uno Stato sovrano, misura due parti: la spesa per investimenti che pareggia sempre nel tempo e la spesa per mentenere la spesa corrente (senza entrare nel merito di cosa significhi) che pareggia con la fiscalità ordinaria, rendendo il deficit un falso problema. E funziona sempre, purchè la burocrazia funzioni e sia di qualità e semplificata al meglio e le imprese non paghino tasse, considerando che le tasse sono solo pagate dalla ricchezza che residua dai redditi personali in forma progressiva. Provate a fare delle prove aritmetiche e vedrete che funziona, tra l’altro, mantiene l’inflazione nei pressi dello zero se il debito è interno, non è speculativo e non paga interessi.

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