La Teoria

Piena occupazione e Stabilità dei Prezzi: l’impossibile razionalità dello Stato? (Seconda Parte)

Piena occupazione e Stabilità dei Prezzi - L’impossibile razionalità dello Stato

3 – Alternative ad un sistema organico di piena occupazione e stabilità dei prezzi. Linee generali.

Pareggio di bilancio nei conti pubblici e politiche dal lato dell’offerta di lavoro ovviamente non saranno qui considerati come “alternativa” all’ELR, dal momento che queste politiche sono chiaramente fondate sui principi di un’economia agraria (risparmi che precedono gli investimenti), incompatibili come un’economia monetaria moderna, come l’Eurozona sta rendendo chiaro [1].

Considereremo le politiche poste in essere in Occidente dopo la 2° G.M., specialmente dagli anni 1970 in poi. Possiamo osservare varie fasi storiche in vari Stati che presentano livelli (ufficialmente?) indesiderati di disoccupazione anche in fasi di crescita economica. Nonostante la loro condizione di monopolisti emettitori di valuta fiat, gli Stati occidentali abitualmente non ponevano come obiettivo esplicito la piena occupazione e stabilità dei prezzi, ed erano soliti considerare i propri deficit di bilancio come obiettivo principale “ufficiale” (che di norma non veniva raggiunto).

In assenza di ELR, le politiche di welfare (o di lavori socialmente utili) sono state quelle più frequentemente adottate come risposta alla disoccupazione. Per supportare i livelli occupazionali, gli Stati occidentali hanno spesso posto in essere un moderato intervento di natura fiscale con un mix risultante da moderato incremento e riallocazione dei deficit pubblici orientati verso una spesa diretta in settori ad alta intensità di manodopera come costruzioni e infrastrutture pubbliche. In aggiunta spesso i Governi hanno adottato politiche di sgravio fiscale in aree d’impresa ad alta intensità d’utilizzo di manodopera, spesso dando (non ufficialmente) sostegno agli esportatori.

Anche interventi di politica monetaria (come svalutazioni volontarie) di solito venivano indirizzati al sostegno dell’export netto. Durante gli ultimi vent’anni le cosiddette “politiche monetarie non convenzionali” sono state adottate con l’obiettivo di facilitare e stimolare l’indebitamento da parte di famiglie e imprese, la correlata crescita di domanda e produzione di particolari beni e l’aumento dei livelli occupazionali in queste aree d’impresa (con possibilità di raggiungere la piena occupazione) come “effetto collatarale”, funzione della crescita del volume d’affari in settori produttivi il cui sviluppo è di solito associato all’incremento dei livelli dell’indebitamento del settore privato. Il miglior esempio può essere l’industria automobilistica, le nuove costruzioni edili, l’intero settore immobiliare. L’aumento dei livelli occupazionali è atteso come associato a crescita economica alimentata dall’incremento dei deficit privati che limitano le cadute di domanda, ed ha una sua logica in termini occupazionali.

Su questo punto esiste una chiara consapevolezza ME/MMT che non deve essere intesa come “prescrittiva”:

È stata la costruzione di nuove abitazioni che è stato il canale principale per permettere agli attori del settore privato di spendere più dei propri redditi. Sì, loro possono spendere anche dirigendosi verso altri beni, ma è molto problematico per tale spesa avere come risultato qualcosa di paragonabile al debito da mutui dei cicli precedenti

[W. Mosler [2]]

Dal lato delle politiche monetarie, il Quantitative Easing (QE) posto in essere da Giappone, USA, UK, ben lungi dall’avere come obiettivo la stabilità dei prezzi, nella visione mainstream è stato erroneamente interpretato come “iniettare liquidità”. BoE stessa ha dichiarato [3] che

Questa iniezione di cash riduce i costi dell’indebitamento e spinge verso l’alto i prezzi per sostenere la spesa ed ottenere che l’inflazione torni ai valori obiettivo

influenzando il sentiment dei mercati e innalzando il livello dei prezzi del settore immobiliare per stimolare l’indebitamento collegato a questo tipo di asset. C’è ampia letteratura MMT [4] e di altri autori [5], ed evidenze empiriche che espongono il nonsense e il fallimento del QE riguardo il suo target ufficiale di “aumento dei prestiti”.

Il punto centrale è che il QE non è uno strumento fiscale, essendo un asset swap che non ripristina livelli adeguati di domanda aggregata e non crea NFA (Asset Finanziari Netti). Ad ogni modo mostra un aspetto interessante: l’evidenza che le Banche Centrali (che possono essere considerate Soggetto Pubblico) non possano “finire i numeri e i bit sui loro personal computer”, e possano tecnicamente espandere i propri bilanci senza limiti. Che è logica evidenza del fatto che l’emettitore non possa “terminare i numeri” (anche se in questo caso stiamo parlando di riserve bancarie che non fluiscono all’interno dell’economia reale). Il problema è che dopo la Crisi Finanziaria Globale del 2008 il QE è stato introdotto contemporaneamente all’adozione di ampi deficit pubblici [6] e il risultato di questi deficit è stato confuso nei media mainstream come risultati del QE. Conseguentemente, i media mainstream hanno proclamato a gran voce che l’Eurozona avesse “bisogno del QE” per replicare la ripresa USA, mentre in realtà l’Eurozona aveva necessità di deficit più ampi.

Bank of England consolidated balance sheet

Fonte: Bank of England, 2013

Osserveremo probabilmente in Eurozona i risultati del primo QE condotto in assenza di deficit, e certamente saranno un fallimento per l’economia reale.

Ci sono alcuni punti in comune in tutti questi approcci. Prima di tutto, la piena occupazione non è un obiettivo primario; non è considerata come fondamento della stabilità dei prezzi: spesso si fa affidamento a deficit privati e finalità private. Non c’è da parte del monopolista della valuta una creazione pianificata di NFA come strumento principale d’intervento (ad ogni modo, anche se queste politiche non pongono come obiettivo primario la piena occupazione, si focalizzano sul problema della domanda e comportano in una certa misura dei deficit pubblici, ottenendo qualche successo. Con la cosiddetta “Era Tatcheriana” [7] iniziò la definitiva contro-riforma keynesiana che ha come risultato oggi i Governi che pongono come obiettivo pareggi/surplus di bilancio pubblico).

Riguardo il QE, si noti che in modo esplicito non pone come obiettivo la “stabilità dei prezzi“, ma piuttosto il contrario, come sopra scritto. (Comunque vent’anni di QE dimostrano che creare “inflazione a piacere” sia piuttosto difficile per una banca Centrale [8]).

4 – Il caso italiano

Prestando attenzione al caso italiano durante gli anni 1960-80, possiamo notare che la disoccupazione è stata in vari gradi una costante, anche nelle fasi di crescita economica. Durante i tardi anni 1960 l’evoluzione del sistema produttivo causò in un certo grado l’espulsione del livello inferiore dei lavoratori non qualificati dalla forza lavoro occupata. A dispetto della legge Costituzionale, lo Stato non progettò mai un sistema di Datore di lavoro di ultima istanza.

Con l’eccezione del sistema delle “Partecipazioni Statali” [9], la scelta politica per affrontare la disoccupazione fu un’elevata tolleranza verso aree semi-regolari/irregolari di attività economica capaci di impiegare i lavoratori non qualificati espulsi dalle imprese con un livello di know-how più elevato. Questo processo permise una profonda riorganizzazione delle grandi imprese senza troppi sommovimenti sociali, coinvolgendo decentramento produttivo, industria edilizia privata, licenze edilizie semi-irregolari, varie forme di occupazione retribuita parzialmente o totalmente irregolare. Tolleranza simile fu riservata alle piccole imprese orientate all’export, che è un obiettivo in termini di asset finanziari netti resi disponibili dal settore estero. Va notato che essendo questa scelta una agevolazione fiscale “non dichiarata esplicitamente” in effetti aveva come risultato dei deficit pubblici non programmati, a causa della correlata evasione fiscale [10]. In aggiunta, può essere riconosciuta una elevata tolleranza normativa come facilitazione in favore di varie forme di inefficienti micro unità di business commerciale che spesso erano avviate da lavoratori precedentemente licenziati [11].

Laddove erano disponibili risorse naturali, venivano depredate e vendute (es: attività di bracconaggio) o “trasformate” (aree verdi incendiate per essere poi riclassificate come aree destinate a fabbricazione) al fine di diventare disponibili per le attività che potevano “creare lavoro”.

Un’altra strategia, fino ad oggi, è stata la allocazione di industrie pubbliche e private con elevato impatto ambientale in aree con elevata disoccupazione, imponendo su queste aree costi allora non percepiti, che divennero chiari solo con l’obsolescenza e chiusura di queste industrie al termine del loro ciclo di business. La reazione “NIMBY” (Not in my backyard – “Non nel mio giardino”) si trasformò in “PIMBY” (Please in my backyard – “Per favore, nel mio giardino”, se crea qualche posto di lavoro retribuito!) [12].

In ultimo, non per importanza, nella maggior parte delle aree sottosviluppate, la disoccupazione ha offerto (in certa misura) un bacino di riserva di lavoratori disponibili per attività criminali. Il ruolo delle organizzazioni criminali come Mafia, Camorra e Ndrangheta potrebbe essere oggetto d’analisi da questo punto di vista. A partire dal “monopolio della violenza fisica” [13] della Mafia in alcune aree, è possibile interpretare l’organizzazione criminale come emettitore monopolista di asset finanziari in favore della sua “area di governo”, organizzazione che deve approvvigionarsi di forza lavoro, e fissa il prezzo corrente della valuta per il suo bacino di riserva di lavoratori generici, bacino dalle dimensioni oscillanti.

E potremmo considerare tale sottosistema criminale come forza che tecnicamente opera contro la “mobilità dei lavoratori” che può essere definita come fenomeno di migrazione interna (da sud a nord Italia) causata dalla carenza di asset finanziari netti richiesti dal settore privato nel sud del paese.

Riguardo il “prezzo àncora” in assenza del ruolo di monopolista consapevole giocato dallo Stato, dovremmo cercare di identificare un’alternativa possibile e parziale di “sistema àncora”.

Il Governo “inconsapevole” fissa un “inconsapevole” prezzo àncora? Non esistendo un “salario minimo” chiaramente identificabile dovremmo tentare di individuare un “livello minimo” alternativo. Un’ipotesi è che si possa identificare in una percentuale della pensione minima di anzianità, tale che possa operare come “livello minimo” effettivo di reddito percepito in una sorta di “canale reddituale nascosto” che le persone in pensione trasferiscono ai propri figli quando questi perdono l’occupazione retribuita e perdono le indennità di disoccupazione a causa del decorso dei termini, permettendo loro di sopravvivere utilizzando una quota della pensione disponibile, in una sorta di equilibrio instabile, essendo il livello pensionistico minimo un vero e proprio reddito di sussistenza privo di margini sostanziali. Se il Governo (o il settore privato) riesce ad assumere queste persone pagando loro un importo appena superiore, opera in tal senso, e queste persone sono una sorta di “buffer stock” (in assenza di organizzazioni criminali che fissino un livello più elevato di salario minimo!). Questa ipotesi non combacia con il modello del monopolio, ma potrebbe suggerire che un Governo che non incrementi i livelli di pensione minima stia tristemente utilizzando questo strumento come “prezzo àncora”.

I dati empirici inoltre suggeriscono che in Italia i prezzari di riferimento per i lavori pubblici (pagati dallo Stato per le forniture pubbliche) in molti settori sono stati fondamentalmente stabili durante gli ultimi dieci anni; questo potrebbe aver operato nel senso della stabilità dei prezzi, e i ribassi nelle forniture pubbliche potrebbero essere considerate come “aggiustamenti” della quantità di beni/servizi che il settore privato intende vendere allo Stato in cambio della valuta ad un prezzo prefissato.

[Il paniere di tutti questi prezzi può essere considerato un elemento àncora per il livello generale dei prezzi, ed è intrinsecamente deflazionistico, dal momento che per lo più in sede d’asta il limite inferiore dei ribassi ammessi è calcolato prendendo come riferimento la media dei ribassi stessi offerti e questo porta a un costante scivolamento verso il basso. I prezzi correnti nel settore privato si adegueranno e non supereranno, per le medesime forniture, quelli pagati dal settore pubblico.

Laddove esistesse un settore pubblico pronto ad acquistare tutti i beni/servizi disponibili per il prezzo prefissato, il settore privato non potrebbe di fatto offrire prezzi inferiori per gli stessi beni/servizi.

Questo argomento sarà oggetto di approfondimenti futuri, NDR]

 

Note

1.^ A. Parguez, The expected failure of the european economic and monetary union: a false money against the real economy, 1998

2.^ W. Mosler, Pending home sales and why housing matters, 2014

3.^ Bank of England, Quantitative easing (qe) – injecting money into the economy, 2009

4.^ W. Mosler, QE is bad for banks, 2013

5.^ A. Parguez, The impotence of monetary policies. An Andersen tale, 2010

6.^ D. Basciu, Il segreto è la spesa, non la banca centrale, 2014

7.^ W. Mosler, My story of the Tatcher era, 2013

8.^ W. Mosler, MMT to the ECB: you can’t inflate even if you wanted to, 2011

9.^ G. Sapelli, Storia economica dell’Italia contemporanea, 2008, Ed. Mondadori

10.^ P. Di Lorenzo, L’evasione fiscale in un modello di circuito monetario, Ministero dell’Economia e delle Finanze – Agenzia delle Entrate, 2007

11.^ A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, 2000, Ed. Bollati Boringhieri

12.^ L. Pagni, E-ON, arresti per la centrale in Sardegna. Inquinamento nel paradiso di Stintino, Repubblica.it, 18.4.2015

13.^ D. Gambetta, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, 1994, Ed. Einaudi

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