Approfondimento

Come ti sdogano il deficit, ma non la piena occupazione

Il 1° luglio Mario Draghi ha tenuto un discorso all’Accademia dei Lincei, di cui riportiamo un passaggio significativo, ricordandociche il cambiamento del paradigma economico si sviluppa all’interno di un percorso in cui si intrecciano la ricerca macroeconomica, il clima politico che cambia (spesso anche velocemente) e un attento lavoro di narrazione. Si tratta di un percorso che si muove con qualche scossone e molti passi felini. Ciò che prima era narrata come una giusta cura, ora è una strada sbagliata, da rimuovere anche nella memoria storica collettiva. La differenza tra oggi e il 2008 è questo intreccio diverso di componenti. Ma ritorniamo al discorso di Draghi

l’improvvisa frenata di consumi e investimenti avrebbe causato un’ondata di fallimenti e una depressione profonda.

[…] Il costo della scelta di avere una recessione invece di una depressione è stato il debito.
L’aumento del debito di questi mesi è stato quindi deliberato e soprattutto auspicabile.

Alla fine di quest’anno, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo in Europa sarà cresciuto di circa 15 punti percentuali rispetto alla fine del 2019. In Italia, secondo le stime della Commissione Europea, il debito pubblico aumenterà dal 135% del Pil, al 160%.
Si tratta di un incremento maggiore rispetto a quello della Grande Crisi Finanziaria.
E a questo si è anche aggiunto un aumento consistente del debito privato.
È molto probabile che, per diverse ragioni, questa fase di crescita del debito, pubblico e privato, non sia ancora terminata.

La Banca Centrale Europea ha stimato che in assenza del sostegno pubblico, le famiglie nei Paesi della zona euro avrebbero perso, in media, quasi un quarto del loro reddito da lavoro.
Grazie all’intervento statale, questa perdita è stata limitata al 7%.

È dunque inevitabile che una parte di questo debito implicito nelle garanzie si cristallizzi, e vada poi ad aumentare il debito pubblico.
L’altro motivo per mantenere una politica di bilancio espansiva è aiutare la crescita.
L’economia italiana ha operato al di sotto del suo potenziale per gran parte degli ultimi dieci, forse anche vent’anni.
C’è dunque spazio per utilizzare politiche di bilancio espansive prima di creare pressioni inflazionistiche.

 Stupisce! Ma è lo stesso Draghi di trent’anni fa, quando nel 1992 il debito pubblico italiano superò la fatidica soglia del 100% del PIL. In quel periodo, come direttore generale del Tesoro, propose la “cura” del pesante piano di privatizzazioni. Sono gli anni in cui Rudi Dornbusch (premio Nobel nel 1999) intravedeva per l’Italia il rischio di un possibile default e in cui si spinse su una politica deflazionistica per contrastare la paura del debito pubblico. Si decise che, al netto degli interessi del debito pubblico, la distruzione di denaro attraverso l’aumento delle tasse e la riduzione della spesa pubblica, doveva prevalere sul denaro immesso nell’economia reale.

Cosa è cambiato?

L’Italia del 1992 era monopolista della propria valuta, non avrebbe potuto fallire e disponeva delle risorse finanziare necessarie per superare ogni crisi, se solo la politica l’avesse deciso. Ma i piani erano diversi. L’Italia di oggi non ha più sovranità monetaria necessaria per poter ampliare il deficit pubblico nella misura ideonea a contrastare la crisi. Dipende dalla volontà delle istituzioni europee, che Draghi non vede come un ostacolo insormontabile perché forte del riconoscimento politico strumentale a riorientare le intenzioni europee. Era un tema politico prima, è un tema politico oggi. Non sono leggi della natura.

La nuova narrazione economica della ripresa economica in arrivo grazie alle politiche espansive del governo è strumentale a infondere la tranquillità necessaria ai mercati, incoraggiare un clima di fiducia e far capire alle istituzioni europee che l’Italia non accetterà il ripristino del patto di stabilità. Bene. Ma serve anche altro.

Il ribaltamento ideologico rispetto all’austerità è corretto, ma servono i numeri. Serve un deficit necessario a sostenere una crescita a beneficio dell’intera collettività, dare lavoro e restituire dignità al lavoro, ridurre il gap tra nord e sud, eliminare la povertà. Invece è storia di questi giorni lo scontro tra il Ministero dell’Economia e quello del Lavoro per lo stanziamento di almeno 5 miliardi per la riforma degli ammortizzatori sociali. Quando si proclamano le politiche espansive parlano i numeri più che i proclami. Potremo parlare di un nuovo paradigma quando il deficit sarà lo strumento per un’agenda politica a favore dell’interesse pubblico.

E che ci sia aria di riposizionamenti sul deficit lo dimostra anche la dichiarazione di Luigi Marattin

 Per una riforma strutturale del fisco potremmo, seppure in misura minima, ricorrere al deficit.

 Il deficit non ha più le sembianze del diavolo. Ma è solo un primo passo.


Crediamo nella libera circolazione del sapere. Ogni nostro progetto è fruibile gratuitamente e realizzato in forma volontaria dagli attivisti di Rete MMT Italia. Se ti è piaciuto, premiaci con una libera donazione.

Commenta