Approfondimento

Slogan CGIL: “Pensioni: i conti non tornano!” (magari, diremmo noi)

Slogan CGIL: "Pensioni: i conti non tornano!" (magari, diremmo noi)

Oggi è il giorno della manifestazione nazionale della CGIL, che intende mandare un messaggio chiaro al Governo: il sistema previdenziale va cambiato. La CGIL rimarca così la distanza con le posizioni accomodanti della CISL e della UIL non solo sul tema del blocco dell’età pensionabile. Bene, finalmente! Forse è tardi, forse si poteva essere più netti ma è comunque un segnale.

Eppure c’è qualcosa che, purtroppo, fa capire che ancora non siamo sulla strada giusta. È lo slogan della manifestazione: “I conti non tornano!”.

Una frase d’effetto che si fonda sul presupposto che non sia giusto che i conti del Paese vengano sempre risanati sulla pelle dei lavoratori. Purtroppo, seppure in buona fede, quello slogan si regge sullo stesso presupposto dell’abominevole Legge Fornero e, in generale, su cui poggiano le politiche di austerità: i conti dello Stato devono tornare, magari non sulle spalle dei più deboli, ma devono tornare.

I liberisti usano strumentalmente la superstizione economica dello Stato virtuoso con i conti a posto per smantellare diritti e servizi pubblici; purtroppo il fronte opposto riesce al momento a condurre solo una battaglia a difesa dell’equa ripartizione degli sforzi del risanamento.

Ma il monopolista della valuta è sempre in grado di garantire una pensione dignitosa a tutti. Gli Stati potrebbero farlo in qualsiasi momento, basta cambiare le regole del gioco. Non farlo è una scelta politica. Non farlo perché “sono finiti i soldi” è una menzogna. È quella menzogna che va combattuta a Roma come a Bruxelles.

Ma che cos’è la pensione?

Wikipedia la descrive così:

La pensione è una obbligazione che consiste in una rendita vitalizia o temporanea corrisposta ad una persona fisica in base ad un rapporto giuridico con l’ente o la società che è obbligata a corrisponderla per la tutela del rischio di longevità o di altri rischi (invalidità, inabilità, superstiti, indiretta).

Una definizione analoga è data dall’enciclopedia Treccani:

Rendita permanente o temporanea che lo stato o gli istituti di previdenza corrispondono ai lavoratori del settore pubblico o privato, oppure ai loro familiari o ad altri aventi diritto, in relazione a un pregresso periodo di servizio o di attività lavorativa, per lo più in occasione del collocamento a riposo per raggiunti limiti di età, o anche a seguito di eventi che abbiano determinato la morte o uno stato di grave menomazione fisica o psichica.

Eppure la nostra Carta Costituzionale (articolo 38) recita una cosa diversa:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

Le definizioni fornite dalla Treccani e da Wikipedia sono in linea con ciò che sentiamo in TV e fanno riferimento a una rendita, mentre la nostra Costituzione parla di mezzi necessari per vivere. In quest’ottica, le dolorose riforme diventano “necessarie” per rendere il sistema pensionistico sostenibile.

Perché, dunque, i nostri padri costituenti sarebbero stati così sprovveduti da non pensare al fatto che i soldi possono finire? Per quale motivo non hanno previsto e codificato nella Costituzione l’ipotesi di essere nella condizione di non poter garantire a tutti le pensioni e, più in generale, l’assistenza? Perché padri costituenti hanno pensato all’interesse di tutti, mentre il sistema pensionistico fondato sul presupposto che “i conti devono tornare” risponde al solo interesse dei fondi pensioni e delle assicurazioni.

Per capire la distanza e l’incompatibilità tra i due modelli possiamo ragionare su una condizione limite, che solo apparentemente può sembrare irrealistica.

Supponiamo che in un’isola viva una popolazione fatta solo di giovani ventenni in perfetta salute e dediti al lavoro. Supponiamo inoltre che l’isola sia uno Stato completamente autonomo e che, per questo motivo, decida di non avere rapporti con altri Stati. Ogni giovane di questo Stato riceve uno stipendio in cambio del proprio lavoro e ne versa una parte a un fondo pensione in modo da ricevere una rendita negli anni della vecchiaia.

Alcuni di loro fanno il versamento in un conto denominato fondo pensione tramite un bonifico online. La cifra di questo conto, dunque, aumenta ogni mese di più. Ogni mese crescono i bit sul conto corrente fondo pensione senza che, di fatto, esista una controparte tangibile (come potrebbero essere pasta, pelati, carni in scatola, oppure vestiti, scarpe, ecc.).

Tutti gli altri, invece, prelevano i soldi dal bancomat per poi portarli fisicamente in banca, dove verranno conservati in una cassaforte. Ogni mese la cassaforte si riempie sempre più di pezzi di carta.

I giovani diventano negli anni meno giovani, ma nessuno decide di avere figli.

Cosa accade quando, nello stesso giorno, tutti arrivano alla pensione?

In quel momento non ci saranno per nessuno più “mezzi” per vivere. Non sarà più prodotto cibo. Non saranno più prodotti vestiti. Non arriveranno più acqua né elettricità nelle case. Insomma, verranno meno tutti i “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita”.

Ma i soldi accantonati negli anni, sia dentro la cassaforte sia sul conto corrente fondo pensione online, non dovevano servire a garantire a tutti una rendita per una ricca vecchiaia?

I soldi di un conto corrente elettronico non hanno alcun valore in sé se non ci sono cose o servizi da comprare, e a nulla potrà servire una cassaforte piena di banconote se non c’è nulla da acquistare per vivere.

I nostri ex-giovani, pur avendo ricche pensioni, moriranno rapidamente nella privazione.

Risulta ora chiaro cosa prevede la nostra Costituzione e cosa intende per pensione: lo Stato deve creare risorse reali e servizi reali (cure adeguate, medici, ospedali, assistenza, tecnologia, cibo, ecc.) e ogni altro mezzo adeguato necessario a una vecchiaia dignitosa.

Ciò che serve per garantire una serena vecchiaia sono beni e servizi reali, che una comunità deve creare e condividere. Se queste cose non ci sono (per esempio scarseggiano i lavoratori disposti a lavorare nella cura degli anziani), non potranno essere di sicuro i soldi di carta conservati in una cassaforte di una banca a crearli.

Lo Stato monopolista della propria valuta crea i soldi dal nulla e quindi non ha mai problemi di disponibilità finanziaria. Da un punto di vista finanziario, non ha bisogno dei contributi versati dai singoli lavoratori.

Non esiste la scarsità di risorse finanziare per pagare i beni e i servizi, eppure si attuano scelte politiche che impongono austerità. In termini di risorse reali, disponiamo di tutto ciò che occorre per garantire a tutti una serena vecchiaia, eppure viene imposta una vecchiaia di miseria. I lavoratori vengono costretti a stipulare pensioni integrative con l’argomentazione tecnica dello “Stato che ha finito i soldi”, ma il solo vantaggio è per chi guadagna con le pensioni private!

Le riforme del sistema pensionistico hanno il vero obiettivo di costringere i lavoratori a consegnare una grande quantità di soldi alla speculazione finanziaria (questo sono i fondi pensioni).

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