L'Editoriale

È più di una valigia rubata, è una guerra tra poveri in Lombardia

Mi hanno rubato dalla macchina, parcheggiata vicino all’Università di Bergamo, una valigia di 40 kg. La valigia non era mia, ma di un mio amico che sa tre lingue e che ha fatto un master a Parigi. È finito per strada e, non sapendo dove mettere le cose, mi ha chiesto di tenergli le poche cose che ha nella valigia.

Periodicamente gli porto una delle sue valige in modo che riesca a presentarsi ai colloqui di lavoro con vestiti puliti e scarpe diverse.

Il mio amico, che ora ha trovato temporaneamente un letto presso un ente caritatevole a Pavia, mi ha chiesto di portargli a Bergamo una giacca perché sembra che lunedì prossimo inizierà a lavorare in una banca. L’altro giorno ho deciso di portargli un paio di completi, in modo che possa scegliere quello più adatto. Porto con me anche una giacca, che in realtà non può essere molto utile perché rovinata da un incidente che avevo avuto tempo prima. All’uscita della biblioteca Caversazzi, tornando alla macchina, mi sono accorto che non c’era più la chiavetta nella radio con la playlist di epistemologia della complessità. Cercandola, mi sono accorto che mancava anche la valigia.

In una città di provincia in Lombardia, con un ancora basso livello di disoccupazione, c’è chi si adopera per aprire la porta di un’utilitaria del 2008, più stretta di una Smart e con i finestrini a manovella, e portarsi via una valigia consumata e una giacca rovinata dalle bruciature di un vecchio incidente.

Rubare una valigia sgangherata in una macchina sgangherata è un po’ come rubare dal cassonetto della Caritas. Ma è successo.

Francamente non penso che una cosa del genere sarebbe mai successa in un Paese che garantisce i diritti fondamentali come l’accesso ai beni di prima necessità e un salario dignitoso. Queste cose di sicuro non succedono in Paesi senza disoccupazione e con benessere diffuso come la Norvegia. Ma non sarebbe successo probabilmente in un Paese socialista con piena occupazione e senza indigenza tipo l’ex DDR.

Non sarebbe successo probabilmente neanche a Bergamo negli anni ’80. Ma nel 2017 succede.

Il panorama politico ed istituzionale continua a dibattere su fenomeni effimeri e poco impattanti sull’economia, lasciando i giovani in balia delle conseguenze della disoccupazione e i disperati a rubare valigie sgangherate. Nessuno ha il coraggio di chiedere politiche a favore della piena occupazione.

Ma il progresso non è un fenomeno spontaneo. O lo si crea o si sta a guardare il percorso che va al contrario, verso una progressiva involuzione, come testimonia la fotografia Istat sull’Italia di qualche giorno fa.

Che risposte danno sindacati e partiti alla madre di tutti i problemi, ovvero ai vincoli alla spesa in deficit imposti dai Trattati UE? Sino a quando rispetteremo quei vincoli, necessariamente saremo obbligati a ridurre lo Stato sociale e a generare disoccupazione su disoccupazione.
È necessario dotarsi di un piano B per affrontare quello che ormai è sempre più evidente: le politiche della UE impediscono di dare attuazione ad un progetto di società pacifica in cui ci sia lavoro e dignità per tutti, prevista dalla nostra bellissima Costituzione, che prevede una parte economica radicalmente diversa da quella dei Trattati.

Non c’è ragione per accettare la disoccupazione. E se volere la piena occupazione, che è tecnicamente possibile, significa radicalizzare la propria posizione, allora bene venga la radicalizzazione delle posizioni.

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