Piena occupazione attraverso l'impresa sociale

Piena occupazione attraverso l’impresa sociale

Politica fiscale dello status quo

Ogni persona, anche con una comprensione superficiale del panorama politico contemporaneo, si accorgerà che i confini delle manovre possibili delineano uno spazio sempre più angusto. Questo è particolarmente vero riguardo alla politica fiscale, ambito in cui le nostre scelte sembrano essere limitate – al meglio – a due possibilità, una delle quali è disastrosa, l’altra tristemente inadeguata. Per la maggior parte, l’austerità (tentativo di realizzare la crescita attraverso la contrazione fiscale) e la gestione della domanda aggregata convenzionale (ampliamento del deficit dei Paesi in un tentativo di stimolare la crescita economica), segnano i confini all’interno dei quali alle idee di politica fiscale è consentito spaziare. Il risultato di questo spazio limitato di [manovra] politica non è desiderabile. Mentre lo stimolo fiscale, nelle condizioni attuali, è da preferirsi al disastro che è l’austerità, la [politica di] gestione della domanda aggregata soffre di marcate debolezze. Fallisce nel raggiungere un pieno impiego effettivo, alimenta tendenze inflazionistiche e non affronta in modo significativo la disuguaglianza sociale (in realtà può [solo] cercare di indebolirla). Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare la politica fiscale – un modo che rifiuti l’austerità e superi i limiti dello stimolo alla domanda convenzionale.

In questi giorni, quando così tanti Paesi sono concentrati sui tagli di budget e sull’austerità, può sembrare strano considerare le politiche fiscali espansive aggressive alla stregua di coloro che condividono lo “status quo”. Questa è comunque l’unica alternativa di politica fiscale che ottiene un minimo di attenzione seria da parte dei decisori politici. Quando si tratta di stimolo fiscale, l’approccio convenzionale si focalizza sempre sui tagli alle tasse, sui sussidi agli investimenti, sulla pratica dell’ammortamento accelerato [1], sui contratti a società con profitti garantiti e sull’estensione del sussidio di disoccupazione e sui programmi di distribuzione di buoni spesa gratuiti. Sebbene le preferenze specifiche per certe politiche possano differire da un partito politico all’altro, l’obiettivo rimane lo stesso: sostenere gli investimenti privati e la crescita con qualsiasi mezzo possibile, sperando che ne consegua occupazione.

Questo modo di pensare al problema è però al contrario. La crescita rallenta quando investimenti e consumi crollano. Gli investimenti crollano quando le vendite crollano. Vendite e consumi crollano quando l’occupazione crolla. Per invertire il circolo vizioso, la politica deve stabilire un livello occupazionale target, che porterà ad una ripresa di vendite e consumi, che a loro volta miglioreranno le condizioni delle imprese e le aspettative di profitto – tutto questo finalmente rilancerà investimenti e crescita. La crescita, in altre parole, è un effetto dell’occupazione stabile, non il contrario.

Come si innesca il circolo virtuoso? Uno dei modi più efficaci è la creazione diretta di posti di lavoro nel settore pubblico. John Maynard Keynes parlò di occupazione ad hoc, mentre Hyman P. Minsky propose il concetto di datore di lavoro di ultima istanza (ELR [2]). In entrambi i casi, l’obiettivo è offrire un contratto di lavoro ai lavoratori delle aree disagiate e delle regioni con alto livello di disoccupazione ed ottenere una piena occupazione effettiva nel lungo periodo. Una proposta moderna ispirata a Keynes e Minsky è il Job Guarantee (JG: Lavoro Garantito), [un Programma] in cui il settore pubblico offre una opportunità di lavoro nell’ambito di un progetto di Comunità che risponde ad un pubblico interesse e [che può essere accettata su base] volontaria, a chiunque abbia voglia e sia in grado di lavorare ma non riesce a trovare lavoro nel settore privato.

C’è molta letteratura sui benefici dei Programmi JG, ELR, e sulla creazione diretta di lavoro in generale, ma una domanda che affiora frequentemente è se sia possibile progettare e implementare queste politiche senza dipendere da una nuova pesante burocrazia federale. Per affrontare la questione, delineo un modello per il pieno impiego [realizzabile] attraverso l’imprenditoria sociale. È un modello di JG realizzato attraverso il settore no-profit. Gli imprenditori sociali, in questa proposta, lavorano per affrontare il problema della disoccupazione e delle esternalità negative ad essa associate. Le iniziative di impresa sociale si avvalgono delle risorse inutilizzate (lavoratori che sono in una condizione di ozio forzato) con l’obiettivo di ricostruire il capitale sociale e promuovere vari obiettivi sociali e ambientali.

Nuove regole fiscali, stessi vecchi problemi

Per contestualizzare la necessità di un approccio diretto al pieno impiego, bisogna spendere alcune parole sulle misure fiscali convenzionali. Mentre il JG ripensa il ruolo e la funzione della politica fiscale, il supporto convenzionale all’intervento fiscale sostiene politiche pro-investimenti, pro-crescita, pro-produttività, da accompagnare supporto economico a poveri e disoccupati. Tutto questo è tanto meglio, perché, diversamente dalle misure pro-austerità, queste arrestano un grave declino economico, migliorando i flussi di cassa delle aziende e la domanda aggregata. Ma non sono politiche che portano al pieno impiego o alla stabilità nel lungo periodo. Sono politiche dello status quo, perché – ad oggi – sono la rappresentazione dell’unica idea che abbiamo sull’efficacia della politica fiscale. Sono stati fatti tentativi con fondi generosi in alcuni momenti nell’era post-bellica e hanno fallito nel contribuire a risolvere alcuni dei più importanti problemi economici della società moderna, come la povertà, la disuguaglianza dei redditi, la disoccupazione di breve e di lungo periodo, l’instabilità e il deterioramento dei redditi.

Oggi la sfida per gli economisti è doppiamente impegnativa. Non dobbiamo solo spiegare i benefici degli interventi di politica fiscale rispetto alle misure di austerità radicale in tutto il mondo, ma dobbiamo anche scegliere il tipo di politiche [fiscali] che vogliamo sostenere. Come dovrebbe essere la politica fiscale? Le politiche fiscali dello status-quo sono politiche che stimolano la domanda; insistono per un’agenda pro-investimenti, pro-crescita, senza porsi come obiettivo diretto la disoccupazione. In realtà, stimolare la domanda raramente è [una strategia] sufficientemente aggressiva da portarci vicino al pieno impiego. E quando lo è, tende ad essere inflazionistica, ragion per cui la politica – generalmente – ambisce a mantenere l’economia al di sotto della sua piena capacità [produttiva], in una condizione che Keynes chiamò di “quasi- recessione”. E sebbene queste politiche siano spesso chiamate Keynesiane, hanno poco a che vedere con quello che Keynes auspicava. “Il giusto rimedio per il ciclo commerciale”, sosteneva, “non deve essere trovato nell’abolizione dei periodi di crescita e quindi nella condizione permanente di quasi-recessione; ma nell’abolizione dei periodi di recessioni, e quindi nella condizione permanente di crescita” (Keynes 1964 [1936], 322).

Questo status quo di quasi-recessione significa anche che la persistenza di una certa percentuale di disoccupazione è considerata accettabile dalla conoscenza economica convenzionale. Rinominare una condizione di, diciamo, 5% di disoccupazione come “pieno impiego” (si vedano, ad esempio, le stime dell’Ufficio Bilancio del Congresso per il tasso di disoccupazione non-inflazionistico – NAIRU [3]) è essenzialmente uno strumento retorico adottato dagli economisti per evitare un problema che ha fallito di risolvere. Una definizione più sensata di pieno impiego è una condizione in cui chiunque abbia voglia di lavorare abbia un lavoro, non una condizione in cui il 5% della forza lavoro vuole lavorare ma non può trovare un impiego. Ancora, oggi il problema della disoccupazione è così spaventoso che opinionisti e politici sembrano soddisfatti di un tasso di disoccupazione del 6.7% (Weidner and Williams 2011), e chiamano questa condizione “la nuova norma”.

Il nostro pensiero sul problema della disoccupazione, vecchio almeno 80 anni – è figlio del vecchio approccio Idraulico Keynesiano (anche conosciuto come approccio ISLM [4]), che auspica una riserva di disoccupati come elemento stabilizzante del ciclo economico. Per ottenere la riserva ottimale di disoccupati (conosciuta eufemisticamente come tasso “naturale”), così afferma la teoria, il politico deve regolare l’economia usando diverse regole fiscali e le “nuove” regole fiscali sembrano essere il tema caldo del giorno. Ma sembra che gli economisti stiano reinventando la ruota quando si trovano ad affrontare il tema delle risposte politiche al problema della disoccupazione. Stimolare la domanda, fino al livello desiderato di riserva di disoccupazione attraverso una qualche regola fiscale, basandosi su qualche versione della legge di Okun [5] è l’elemento tipico dell’approccio ISLM e di tutti gli approcci neoclassici moderni successivi a favore di interventi di politica fiscale.

Sebbene gli appelli moderni favorevoli alle politiche fiscali aggressive sembrano essere stati annegati nel mare della retorica dell’austerità, bisogna comunque chiedersi se il “nuovo” approccio alle regole fiscali sia in grado di offrire qualcosa di genuinamente nuovo. Alcuni sostenitori delle nuove regole fiscali sostengono che i deficit sono sostenibili e gli Stati possono spendere senza affrontare severi vincoli di bilancio. Ma quell’idea non è nuova. Gli economisti ISLM dell’era post-bellica che presero sul serio Abba Lerner lo sapevano bene. Persino i moderni economisti del New Consensus, come Michael Woodford e Ben S. Bernanke sembrano capirlo (si veda Tcherneva 2010, 2011). La spiegazione contemporanea più chiara del perché gli Stati con sovranità sulla loro valuta non vanno in bancarotta può essere trovata nell’approccio noto come Teoria Monetaria Moderna. Ma riconoscere che gli Stati possono spendere senza essere soggetti vincoli di bilancio è una condizione necessaria ma non sufficiente per capire la natura dell’efficacia della politica fiscale.

Abbiamo bisogno anche di un nuovo modo di pensare alla pianificazione di una politica fiscale. La proposta di regolare l’economia attraverso la spesa secondo qualche “nuova” regola fiscale offre tale nuova pianificazione di politica fiscale? Difficilmente. Si tratta di vino vecchio in una nuova bottiglia. Politiche fiscali idrauliche automatiche [6] che aggiustano spesa e tassazione nel corso dei cicli economici sono tipiche dell’intervento fiscale post-bellico. E hanno comunque fallito nel portare a una stabilità sostenibile o al pieno impiego, anche in tempi migliori. Stimolare la domanda, in qualsiasi modo si ponga la cosa, non funziona. Si tratta di Keynesianismo trickle-down [7] che erode la distribuzione del reddito e fallisce nell’affrontare la disoccupazione e la povertà, a prescindere dalle buone intenzioni. Dobbiamo ri-orientare la politica fiscale dall’approccio convenzionale che parte “dall’alto” ad un nuovo approccio che parta “dal basso”.

Invece che avere come obiettivo una riserva di disoccupazione (come il tasso naturale), perché non perseguire una riserva di occupazione? Questo succede quando, per esempio, al posto di tenere persone forzatamente inattive, il settore pubblico pianifica un programma che assegna direttamente ai disoccupati lavori di pubblico interesse. L’esperienza mostra che programmi di questo tipo tendono a portare il beneficio maggiore a chi è situato alla base della [funzione di] distribuzione del reddito e che vive le condizioni più precarie del mercato del lavoro. Questo programma di riserva di occupazione opererebbe ad ogni stadio del ciclo economico. La riserva di lavoro si ridurrebbe durante le fasi di espansione, quando il settore privato assume persone sottraendole al programma di JG, e si espanderebbe durante le recessioni, quando il personale impiegato nel settore privato si riduce (Mitchell 1998). Questa riserva opererebbe come una misura preventiva che stabilizza la domanda rapidamente, senza permettere la crescita della disoccupazione di massa. Stabilizzando l’occupazione e i redditi delle fasce alla base [della distribuzione del reddito], la politica fiscale stabilizza efficacemente [anche] la domanda delle fasce alla base, [domanda] che poi si ripercuoterebbe verso l’alto, stimolando consumi, investimenti e crescita in generale.

Questo modello di riserva di impiego, comunque, non richiede che lo stato pianifichi, gestisca ed esegua i progetti. Sebbene lo stato finanzierebbe i programmi, le iniziative effettive sarebbero ideate, progettate ed eseguite dai settori no-profit e di impresa sociale, con un forte contributo degli stessi disoccupati. L’obiettivo principale di queste imprese sociali sarebbe quello di inserire le persone che il settore privato non impiegato in progetti di utilità sociale, per rispondere a bisogni pubblici insoddisfatti.

Questi progetti imprenditoriali, che impiegano e rilasciano lavoratori in modo anti-ciclico, sono fondamentalmente diversi dalle politiche fiscali anti-cicliche tradizionali. Provare a regolare la spesa pubblica e la tassazione attraverso nuove regole fiscali, per spingere il settore privato ad impiegare fino all’ultimo disoccupato, è inefficiente e non permette mai di dare un impiego a tutti coloro che desiderano lavorare. Quella di regolare [la spesa pubblica e la tassazione] è una politica fiscale inferiore, che somiglia a lanciare frecce bendati: alcune colpiranno l’obiettivo, alcune non lo faranno, ma nel frattempo andranno sprecate grandi quantità di tempo, energie e risorse. Questo fu ben compreso da Minsky (1986) e da Michael Kalecki (1971), che affrontarono le difficoltà con politiche di regolazione, specialmente quelle che sono pro-investimenti e pro-crescita.

Politiche fiscali alternative: perché il Programma di Job Guarantee è più efficace

Gli studi di Minsky e Kalecki possono essere usati per dimostrare perché le politiche fiscali convenzionali sono meno efficaci per la creazione diretta di posti di lavoro in generale e dei Programmi di JG e di ELR [8] in particolare (Tcherneva 2012a).

I modelli di markup post-Keynesiani [9] possono essere usati per studiare gli effetti di differenti politiche fiscali sui prezzi e sulla distribuzione del reddito. Minsky ha spesso affermato che in età moderna lo Stato è al contempo “una benedizione e una maledizione”. Esso stabilizza i profitti e la produzione dando all’economia una tendenza inflazionistica, senza [però] stabilizzarla al livello di pieno impiego o in prossimità di esso. In Tcherneva 2012a considero diverse funzioni distinte dello Stato:

  1. [lo Stato] come una fonte di reddito,
  2. [lo Stato] come datore di lavoro,
  3. [lo Stato] come acquirente di beni e servizi.

Gli effetti inflazionistici e distributivi delle politiche fiscali associate a ciascuna funzione è considerevolmente differente. L’articolo esamina dapprima gli effetti dei trasferimenti di reddito a persone e ad aziende (rispettivamente, sotto forma di sussidi di disoccupazione e sostegno agli investimenti). In seguito, considera lo Stato come datore di lavoro (creazione diretta di lavoro) e come acquirente di beni e servizi (creazione indiretta di lavoro). Infine, modifica il modello teorico di base per incorporare la politica fiscale à la Keynes e Minsky (JG, ELR, impiego “sul momento”), attraverso la quale lo Stato assicura, attraverso la creazione diretta di lavoro, il pieno impiego di tutti i disoccupati che non riescono a trovare lavoro nel settore privato, a prescindere dalla fase del ciclo economico.

Il modello illustra che le politiche convenzionali di stimolo alla domanda sono più inflazionistiche e inique rispetto alla creazione diretta di lavoro. Politiche pro-investimenti, in particolare, generano una pressione verso l’alto sui prezzi e dirottano la distribuzione del reddito verso la quota imputata a capitale. L’articolo modella anche Programmi di ELR/JG e ricava un’equazione fondamentale dei prezzi per un’economia di pieno impiego con lo Stato. Il modello illustra una “regola dei prezzi” per la spesa dello Stato che assicura che i Programmi ELR/JG non siano fonte di inflazione. Infatti, l’equazione fondamentale mostra come, in presenza di tale regola dei prezzi, al livello di pieno impiego gli effetti inflazionistici derivano da altre fonti, differenti dal piano di spesa pubblica.

Quando si valutano le politiche fiscali convenzionali, nella valutazione devono essere inclusi anche gli effetti inflazionistici e distributivi. Perché le politiche di status quo dovrebbero essere difese? Perché i decisori politici dovrebbero continuare a prediligere politiche fiscali pro-investimenti e pro-crescita, che producono margini [di profitto] più elevati e peggiorano la distribuzione dei redditi, invece che dare lavoro ai disoccupati in un progetto produttivo?

La letteratura sui Programmi JG/ELR ha spiegato le caratteristiche di questi piani, ha simulato i loro effetti anticiclici e studiato i loro macro effetti, modellando reali programmi di impiego pubblico che replicano il Programma di ELR.

Ciononostante, ci sono cose lasciate in sospeso che continuano a ricorrere nei dibattiti, riguardo ai pro e contro dei piani di impiego diretto: ossia, come dovrebbero essere progettati per (1) evitare il problema della creazione di nuova burocrazia di Stato, d’ampia portata e inefficiente, (2) renderli coerenti allo spirito imprenditoriale americano, e (3) favorire i principi della democrazia partecipativa.

Il Programma JG tramite l’impresa sociale: una proposta per gli Stati Uniti

Un’opportunità di impiego pubblico che deve essere accettato su base volontaria non deve essere necessariamente organizzata e offerta dal Governo federale o statale. Propongo invece che il programma di creazione di lavoro sia portato avanti dal settore no-profit. Alcuni vedono erroneamente il Programma ELR/JG come un modello di politica [imposto] dall’alto: pianificato, istituito, gestito e amministrato dal Governo federale, che implica una burocrazia considerevole.

Sebbene ai sostenitori dell’ELR non piace un tale approccio [imposto] dall’alto. La natura esatta del Programma di ELR non è stata articolata, in parte perché ci sono molti modelli differenti coerente all’idea di impiego pubblico per l’interesse comune.

La specifica idea che propongo coinvolge il settori no-profit e quello d’impresa. Si fonda su programmi locali proposti dalla comunità, che possono essere implementati in tutte le fasi del ciclo economico e possono rivolgersi a diverse tipologie di disoccupazione e di bisogni della comunità.

Questo è un approccio [che nasce] dal basso, nel senso più autentico dell’espressione, ed è alimentato dalle comunità, dagli enti locali e dalle persone stesse. I progetti saranno costruiti in un modo che si tenga conto di differenze regionali e dei diversi livelli di educazione e formazione dei partecipanti. In altre parole, è un approccio che adatta la politica fiscale alle persone, alle comunità e ai loro bisogni, piuttosto che una politica che tenta di adattare persone e comunità ad un'”agenda macroeconomica”. Comunità, organizzazioni no-profit e gli stessi disoccupati parteciperanno nella progettazione, nella proposta e nella esecuzione dei progetti. [La partecipazione a] questo tipo di programma JG è quindi non solo volontaria, ma anche una opportunità tangibile per coloro che si trovano in una condizione di inattività forzata per partecipare attivamente e contribuire alla comunità.

Il Governo federale stanzierà finanziamenti per organizzazioni no-profit già attive e che fanno molti lavori che il settore pubblico e quello privato hanno fallito nel fare. Queste sono le stesse organizzazioni no-profit che soddisfano bisogni sociali cruciali ma mancano di risorse adeguate.

Si noti che nuove organizzazioni no-profit sono necessariamente organizzate in modo imprenditoriale, al fine di soddisfare nuovi bisogni, come il risanamento ambientale, l’agricoltura sostenibile e l’agricoltura urbana. Le organizzazioni no-profit sono meglio organizzate, hanno più familiarità con i bisogni e le risorse locali, e sono sempre bisognose di manodopera. Il modello basato sui finanziamenti federali implicherà che i progetti saranno valutati per l’efficacia e i risultati, secondo specifici parametri socio-economici come la creazione di lavoro e l’impatto ambientale, l’offerta di beni pubblici, lo sviluppo della comunità e creazione, il rinnovo e lo sviluppo di risorse fisiche e umane.

I leader delle comunità sanno bene che molti uomini e donne che vivono in condizione di povertà, hanno bassi livelli di istruzione e sono considerati “non adatti al lavoro” dal settore privato, hanno in realtà una buona percezione dei bisogni urgenti delle loro comunità e molte buone idee su come affrontarli. Quello che non hanno è l’opportunità e il supporto istituzionale per farlo. Per mettere in pratica un piano JG di base, non c’è bisogno di una grandi pianificazione e processi decisionali statali. Il settore no-profit, la cui ragion d’essere è quella di affrontare i bisogni sociali, può creare i lavori necessari e implementare i progetti, se ha le risorse necessarie. Quello che è richiesto al Governo federale è sollecitare le proposte, valutare i progetti nel modo in cui farebbe con qualsiasi contratto [da stipulare] con il settore privato, svolgere con diligenza l’attività di presentazione di resoconti e controllo della qualità, e allocando i finanziamenti per stipendi e materiali (e in molti casi i finanziamenti non dovrebbero essere del 100%).

La differenza tra il modello di JG [gestito dalle organizzazioni] no-profit e le politiche fiscali convenzionali è che il primo è un Programma a lungo termine che ha come obiettivo esplicito quello di affrontare il problema della disoccupazione direttamente, invece che trattarlo come un effetto secondario della crescita.

Al posto di estendere i contratti con guadagni garantiti alle aziende private, che possono o meno dare come risultato una crescita dell’occupazione, il modello JG finanzia l’iniziativa delle imprese sociali e di quelle no-profit per creare progetti nell’interesse pubblico e realizzarli con persone al momento disoccupate, ad un salario base. Il lavoro no-profit è altamente anticiclico, ragion per cui è adatto a procurare lo stabilizzatore automatico di cui si è discusso in precedenza. Quando l’economia è in recessione, le agenzie per il lavoro esistenti possono essere usate per dare impiego ai disoccupati in questi progetti no-profit. Quando l’economia recupera, le stesse agenzie possono offrire inserimento a lavori con stipendi più elevati nel settore privato. Esiste già una importante infrastruttura istituzionale negli Stati Uniti che può aiutare nell’esecuzione di un programma di JG.

Certamente, ove si rendessero necessari molti miglioramenti alle infrastrutture, questi dovrebbero essere fatti. Imprese private, pagando i salari di mercato, eseguiranno alcuni di questi progetti; alcuni richiederanno basse qualifiche e impiegheranno lavoratori ad un livello salariale base. Il modello no-profit che ho descritto non preclude investimenti infrastrutturali e miglioramenti. Infatti, c’è una evidenza considerevole che progetti di investimenti pubblici su larga scala siano strettamente necessari negli Stati Uniti, come investimenti massicci in infrastrutture verdi. Ma i lavori pubblici non garantiscono il pieno impiego nel lungo periodo. Invece, assumere direttamente i disoccupati per progetti di Comunità eseguiti dal settore no-profit, durante espansioni o durante recessioni, è un modo efficace per affrontare questo difetto evidente delle moderne economie di mercato.

Pianificare il JG non sarà facile, ma ci sono molti modelli nel mondo da cui imparare. Allo stesso tempo, la rete di conoscenze e le innovazioni del settore no-profit che cambia rapidamente e del settore dell’impresa sociale, possono essere monitorate per raccogliere idee e migliorie nella pianificazione del piano. Ci saranno molte questioni da appianare, e i decisori politici devono essere consapevoli che il JG non è la panacea per tutti i mali sociali che affliggono le economie moderne.

Ciononostante, rappresenta un nuovo approccio alla politica fiscale per il pieno impiego e la stabilizzazione macroeconomica.

 

Note del Traduttore

1.^ L’ammortamento accelerato è una tecnica contabile che consiste nell’ammortizzare il costo di un’immobilizzazione in un lasso di tempo inferiore a quello di norma praticato, con l’obiettivo di ricavarne dei vantaggi di tipo fiscale.

2.^ ELR: Employer of Last Resort

3.^ Il NAIRU è definito come il più basso tasso di disoccupazione realizzabile senza che il tasso d’inflazione subisca pressioni al rialzo ed è sinonimo di tasso naturale di disoccupazione (natural rate of unemployment).

4.^ Il modello IS-LM unisce la rappresentazione del settore reale (funzione IS) con quella del settore monetario (funzione LM). L’equilibrio macroeconomico generale si ha quando i due mercati sono simultaneamente in equilibrio, vale a dire quando nel settore reale la domanda aggregata è uguale all’offerta aggregata e quando nel settore monetario la domanda di moneta è uguale all’offerta di moneta.

5.^ Teoria che prende il nome dall’economista Arthur Melvin Okun che la propose nel 1962. Si tratta di una legge empirica che pone in relazione il tasso di crescita dell’economia con le variazioni del tasso di disoccupazione. Secondo questa legge, se il tasso di crescita dell’economia cresce al di sopra del tasso di crescita potenziale, il tasso di disoccupazione diminuirà in misura meno che proporzionale. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Okun.

6.^ cfr modello ISLM.

7.^ Per approfondimenti: Wikipedia.org.

8.^ Employer of Last Resort: Datore di lavoro di Ultima Istanza

9.^ In macroeconomia, i modelli della nuova economia keynesiana introducono alcuni aspetti della concorrenza imperfetta o oligopolistica all’interno dei modelli di equilibrio economico generale. In essi, le imprese hanno un certo potere di mercato e fissano i prezzi applicando un markup – spesso semplicemente una percentuale costante – sul costo marginale; inoltre, sono presenti frizioni che impediscono alle imprese di variare immediatamente il prezzo in seguito a un qualche shock economico, cosicché i prezzi sono vischiosi, ossia si aggiustano solo parzialmente nel breve periodo contrariamente a quanto avviene in regime di concorrenza perfetta.

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Originale pubblicato nel febbraio 2012

Traduzione a cura di Luca Giancristofaro, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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