Approfondimento

Piena occupazione attraverso l’impresa sociale (Parte 2)

Piena occupazione attraverso l'impresa sociale (Parte 2)

Nuove regole fiscali, stessi vecchi problemi

Per contestualizzare la necessità di un approccio diretto al pieno impiego, bisogna spendere alcune parole sulle misure fiscali convenzionali. Mentre il JG ripensa il ruolo e la funzione della politica fiscale, il supporto convenzionale all’intervento fiscale sostiene politiche pro-investimenti, pro-crescita, pro-produttività, da accompagnare supporto economico a poveri e disoccupati. Tutto questo è tanto meglio, perché, diversamente dalle misure pro-austerità, queste arrestano un grave declino economico, migliorando i flussi di cassa delle aziende e la domanda aggregata. Ma non sono politiche che portano al pieno impiego o alla stabilità nel lungo periodo. Sono politiche dello status quo, perché – ad oggi – sono la rappresentazione dell’unica idea che abbiamo sull’efficacia della politica fiscale. Sono stati fatti tentativi con fondi generosi in alcuni momenti nell’era post-bellica e hanno fallito nel contribuire a risolvere alcuni dei più importanti problemi economici della società moderna, come la povertà, la disuguaglianza dei redditi, la disoccupazione di breve e di lungo periodo, l’instabilità e il deterioramento dei redditi.

Oggi la sfida per gli economisti è doppiamente impegnativa. Non dobbiamo solo spiegare i benefici degli interventi di politica fiscale rispetto alle misure di austerità radicale in tutto il mondo, ma dobbiamo anche scegliere il tipo di politiche [fiscali] che vogliamo sostenere. Come dovrebbe essere la politica fiscale? Le politiche fiscali dello status-quo sono politiche che stimolano la domanda; insistono per un’agenda pro-investimenti, pro-crescita, senza porsi come obiettivo diretto la disoccupazione. In realtà, stimolare la domanda raramente è [una strategia] sufficientemente aggressiva da portarci vicino al pieno impiego. E quando lo è, tende ad essere inflazionistica, ragion per cui la politica – generalmente – ambisce a mantenere l’economia al di sotto della sua piena capacità [produttiva], in una condizione che Keynes chiamò di “quasi- recessione”. E sebbene queste politiche siano spesso chiamate Keynesiane, hanno poco a che vedere con quello che Keynes auspicava. “Il giusto rimedio per il ciclo commerciale”, sosteneva, “non deve essere trovato nell’abolizione dei periodi di crescita e quindi nella condizione permanente di quasi-recessione; ma nell’abolizione dei periodi di recessioni, e quindi nella condizione permanente di crescita” (Keynes 1964 [1936], 322).

Questo status quo di quasi-recessione significa anche che la persistenza di una certa percentuale di disoccupazione è considerata accettabile dalla conoscenza economica convenzionale. Rinominare una condizione di, diciamo, 5% di disoccupazione come “pieno impiego” (si vedano, ad esempio, le stime dell’Ufficio Bilancio del Congresso per il tasso di disoccupazione non-inflazionistico – NAIRU [1]) è essenzialmente uno strumento retorico adottato dagli economisti per evitare un problema che ha fallito di risolvere. Una definizione più sensata di pieno impiego è una condizione in cui chiunque abbia voglia di lavorare abbia un lavoro, non una condizione in cui il 5% della forza lavoro vuole lavorare ma non può trovare un impiego. Ancora, oggi il problema della disoccupazione è così spaventoso che opinionisti e politici sembrano soddisfatti di un tasso di disoccupazione del 6.7% (Weidner and Williams 2011), e chiamano questa condizione “la nuova norma”.

Il nostro pensiero sul problema della disoccupazione, vecchio almeno 80 anni – è figlio del vecchio approccio Idraulico Keynesiano (anche conosciuto come approccio ISLM [2]), che auspica una riserva di disoccupati come elemento stabilizzante del ciclo economico. Per ottenere la riserva ottimale di disoccupati (conosciuta eufemisticamente come tasso “naturale”), così afferma la teoria, il politico deve regolare l’economia usando diverse regole fiscali e le “nuove” regole fiscali sembrano essere il tema caldo del giorno. Ma sembra che gli economisti stiano reinventando la ruota quando si trovano ad affrontare il tema delle risposte politiche al problema della disoccupazione. Stimolare la domanda, fino al livello desiderato di riserva di disoccupazione attraverso una qualche regola fiscale, basandosi su qualche versione della legge di Okun [3] è l’elemento tipico dell’approccio ISLM e di tutti gli approcci neoclassici moderni successivi a favore di interventi di politica fiscale.

Sebbene gli appelli moderni favorevoli alle politiche fiscali aggressive sembrano essere stati annegati nel mare della retorica dell’austerità, bisogna comunque chiedersi se il “nuovo” approccio alle regole fiscali sia in grado di offrire qualcosa di genuinamente nuovo. Alcuni sostenitori delle nuove regole fiscali sostengono che i deficit sono sostenibili e gli Stati possono spendere senza affrontare severi vincoli di bilancio. Ma quell’idea non è nuova. Gli economisti ISLM dell’era post-bellica che presero sul serio Abba Lerner lo sapevano bene. Persino i moderni economisti del New Consensus, come Michael Woodford e Ben S. Bernanke sembrano capirlo (si veda Tcherneva 2010, 2011). La spiegazione contemporanea più chiara del perché gli Stati con sovranità sulla loro valuta non vanno in bancarotta può essere trovata nell’approccio noto come Teoria Monetaria Moderna. Ma riconoscere che gli Stati possono spendere senza essere soggetti vincoli di bilancio è una condizione necessaria ma non sufficiente per capire la natura dell’efficacia della politica fiscale.

Abbiamo bisogno anche di un nuovo modo di pensare alla pianificazione di una politica fiscale. La proposta di regolare l’economia attraverso la spesa secondo qualche “nuova” regola fiscale offre tale nuova pianificazione di politica fiscale? Difficilmente. Si tratta di vino vecchio in una nuova bottiglia. Politiche fiscali idrauliche automatiche [4] che aggiustano spesa e tassazione nel corso dei cicli economici sono tipiche dell’intervento fiscale post-bellico. E hanno comunque fallito nel portare a una stabilità sostenibile o al pieno impiego, anche in tempi migliori. Stimolare la domanda, in qualsiasi modo si ponga la cosa, non funziona. Si tratta di Keynesianismo trickle-down [5] che erode la distribuzione del reddito e fallisce nell’affrontare la disoccupazione e la povertà, a prescindere dalle buone intenzioni. Dobbiamo ri-orientare la politica fiscale dall’approccio convenzionale che parte “dall’alto” ad un nuovo approccio che parta “dal basso”.

Invece che avere come obiettivo una riserva di disoccupazione (come il tasso naturale), perché non perseguire una riserva di occupazione? Questo succede quando, per esempio, al posto di tenere persone forzatamente inattive, il settore pubblico pianifica un programma che assegna direttamente ai disoccupati lavori di pubblico interesse. L’esperienza mostra che programmi di questo tipo tendono a portare il beneficio maggiore a chi è situato alla base della [funzione di] distribuzione del reddito e che vive le condizioni più precarie del mercato del lavoro. Questo programma di riserva di occupazione opererebbe ad ogni stadio del ciclo economico. La riserva di lavoro si ridurrebbe durante le fasi di espansione, quando il settore privato assume persone sottraendole al programma di JG, e si espanderebbe durante le recessioni, quando il personale impiegato nel settore privato si riduce (Mitchell 1998). Questa riserva opererebbe come una misura preventiva che stabilizza la domanda rapidamente, senza permettere la crescita della disoccupazione di massa. Stabilizzando l’occupazione e i redditi delle fasce alla base [della distribuzione del reddito], la politica fiscale stabilizza efficacemente [anche] la domanda delle fasce alla base, [domanda] che poi si ripercuoterebbe verso l’alto, stimolando consumi, investimenti e crescita in generale.

Questo modello di riserva di impiego, comunque, non richiede che lo stato pianifichi, gestisca ed esegua i progetti. Sebbene lo stato finanzierebbe i programmi, le iniziative effettive sarebbero ideate, progettate ed eseguite dai settori no-profit e di impresa sociale, con un forte contributo degli stessi disoccupati. L’obiettivo principale di queste imprese sociali sarebbe quello di inserire le persone che il settore privato non impiegato in progetti di utilità sociale, per rispondere a bisogni pubblici insoddisfatti.

Questi progetti imprenditoriali, che impiegano e rilasciano lavoratori in modo anti-ciclico, sono fondamentalmente diversi dalle politiche fiscali anti-cicliche tradizionali. Provare a regolare la spesa pubblica e la tassazione attraverso nuove regole fiscali, per spingere il settore privato ad impiegare fino all’ultimo disoccupato, è inefficiente e non permette mai di dare un impiego a tutti coloro che desiderano lavorare. Quella di regolare [la spesa pubblica e la tassazione] è una politica fiscale inferiore, che somiglia a lanciare frecce bendati: alcune colpiranno l’obiettivo, alcune non lo faranno, ma nel frattempo andranno sprecate grandi quantità di tempo, energie e risorse. Questo fu ben compreso da Minsky (1986) e da Michael Kalecki (1971), che affrontarono le difficoltà con politiche di regolazione, specialmente quelle che sono pro-investimenti e pro-crescita.

 

Note del Traduttore

1.^ Il NAIRU è definito come il più basso tasso di disoccupazione realizzabile senza che il tasso d’inflazione subisca pressioni al rialzo ed è sinonimo di tasso naturale di disoccupazione (natural rate of unemployment).

2.^ Il modello IS-LM unisce la rappresentazione del settore reale (funzione IS) con quella del settore monetario (funzione LM). L’equilibrio macroeconomico generale si ha quando i due mercati sono simultaneamente in equilibrio, vale a dire quando nel settore reale la domanda aggregata è uguale all’offerta aggregata e quando nel settore monetario la domanda di moneta è uguale all’offerta di moneta.

3.^ Teoria che prende il nome dall’economista Arthur Melvin Okun che la propose nel 1962. Si tratta di una legge empirica che pone in relazione il tasso di crescita dell’economia con le variazioni del tasso di disoccupazione. Secondo questa legge, se il tasso di crescita dell’economia cresce al di sopra del tasso di crescita potenziale, il tasso di disoccupazione diminuirà in misura meno che proporzionale. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Okun.

4.^ cfr modello ISLM.

5.^ Per approfondimenti: Wikipedia.org.

 

Originale pubblicato nel febbraio 2012

Traduzione a cura di Luca Giancristofaro, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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