Approfondimento

Perché l’Europa sta celebrando il 60° anniversario del Trattato di Roma? (2)

Perché l'Europa sta celebrando il 60° anniversario del Trattato di Roma? (2)

Ma è interessante che l’Unione europea consideri il Trattato di Roma come l’inizio della discendenza dei trattati che definiscono l’Europa di oggi.

Il fatto è che tale discendenza proprio non esiste. Durante il percorso, tra gli inizi e la formulazione e la firma del Trattato di Maastricht, avvenne un altro sviluppo significativo che interruppe la discendenza.

Quello sviluppo non fu una diminuzione della rivalità nazionale e culturale tra Francia e Germania ma, piuttosto, una crescente omogeneizzazione del dibattito economico.

Il Trattato di Roma era dominato da una visione “keynesiana” del ruolo dello Stato e dalla necessità di controllare il “mercato” attraverso una politica fiscale e una regolamentazione (tra cui il controllo sui capitali) solide.

L’Ufficio per la Pianificazione francese era dominato dai Keynesiani, che davano priorità a obiettivi interni (come la piena occupazione e un’economia caratterizzata da salari elevati), il che significava che avrebbero permesso che il tasso di cambio si aggiustasse (attraverso la svalutazione) nel caso in cui la competitività internazionale si fosse rivelata difficile.

Il conflitto interno alla Francia tra l’Ufficio per la Pianificazione e il Ministero delle Finanze (che desiderava una spesa pubblica disciplinata, un franco francese forte e una moderazione dei salari) si svolse a partire dagli anni ’50 del Novecento, e il ruolo dominante all’interno della strategia del Governo francese fu ricoperto dal primo.

Nei periodi in cui “la tradition républicaine” dominava la politica francese, c’era ostilità nei confronti della rinuncia al potere a favore di un livello sovranazionale e della disponibilità a fondare istituzioni intergovernative per far avanzare un senso di Europa.

Il Ministero francese tenne tuttavia un atteggiamento favorevole all’Europa e alla creazione di istituzioni sovranazionali.

Ma il Trattato di Roma aveva un sapore fermamente keynesiano. I processi successivi che esplorarono l’ulteriore integrazione economica (il Rapporto Werner del 1970 e il Rapporto MacDougall del 1977) erano coerenti con quell’approccio economico.

In quanto parte essenziale di un percorso in direzione di un’ulteriore integrazione monetaria ed economica, entrambi i Rapporti raccomandavano la creazione di una competenza fiscale federale molto vicina alle istituzioni democratiche europee (Parlamento), così come si ritrova in tutte le federazioni funzionanti.

Si trattava di un riflesso della visione keynesiana secondo cui la politica fiscale era un potente strumento per assicurare che la crescita economica fosse compatibile con la piena occupazione.

Ma nel corso di queste discussioni la rivalità franco-tedesca (e le rispettive visioni, completamente differenti, riguardo alla creazione di potenti istituzioni sovranazionali) impedì che alcuno di questi piani d’integrazione si trasformasse in realtà.

Se non fosse cambiato nient’altro, la valuta comune non sarebbe mai stata introdotta.

Le cose non cambiarono realmente finché il Monetarismo di Milton Friedman non uscì dal mondo accademico ed entrò nelle banche centrali, nelle istituzioni di politica economica e nei media.

La rapida ascesa del pensiero monetarista nella macroeconomia negli anni ’70 del Novecento, prima all’interno dell’accademia, poi nei domini della politica e delle banche centrali, divenne rapidamente un pensiero di gruppo dalle vedute ristrette, che intrappolò i politici nella schiavitù del mito del libero mercato che si autoregola.

Il “bias di conferma”[1] che l’accompagnava travolse il dibattito sull’integrazione monetaria.

Il governo britannico era già stato infestato dalle assurdità monetariste, eppure abbandonò gli obiettivi monetari poco dopo averli introdotti nel 1971.

Sull’altra sponda della Manica, però, l’introduzione nel 1976 del Piano Barre, di ispirazione monetarista, da parte del Primo Ministro francese Raymond Barre sotto la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing, mostrò quanto la Francia si fosse trasformata rispetto ai suoi giorni “keynesiani” del periodo De Gaulle.

In tutta Europa la disoccupazione si trasformò dall’essere un obiettivo politico, com’era stata dall’epoca di Keynes fino alla metà degli anni ‘70, all’essere uno strumento della politica attraverso cui garantire la stabilità dei prezzi.

La disoccupazione crebbe rapidamente man mano che gli Stati nazionali, infestati dal pensiero monetarista, iniziarono il loro duraturo rapporto amoroso con l’austerità.

Il Rapporto Delors del 1989, che ispirò la conferenza di Maastricht, ignorava le conclusioni dei Rapporti Werner e MacDougall riguardo alla necessità di una forte funzione fiscale federale perché rappresentavano il “vecchio” pensiero keynesiano, che non era più tollerabile all’interno del pensiero di gruppo monetarista che aveva preso possesso del dibattito europeo.

La nuova stirpe delle élite finanziarie, che si impegnò per ottenere il massimo dalla deregolamentazione che desiderava, promosse la riemersione dell’ideologia del libero mercato che era stata screditata durante la Grande Depressione.

Lo spostamento da una visione collettiva di natura keynesiana – volta alla piena occupazione e alla giustizia – a questa nuova regola individualistica di massa fu guidato da una prepotenza ideologica e da interessi molto settoriali più che da intuizioni derivanti da un interesse superiore a prendere una decisione che fosse basata sull’evidenza dei fatti e sulla preoccupazione per la prosperità sociale.

Il disprezzo monetarista (neoliberista) per l’intervento pubblico comportò che l’Unione Monetaria ed Economica (UME) sopprimesse la capacità della politica fiscale, e nessuna prova né evidenza che indicasse che una simile scelta avrebbe portato ad una crisi fu sufficiente a distrarre Delors e la sua squadra da quell’intento.
Delors sapeva che avrebbe potuto placare la necessità politica francese di evitare di trasferire il giudizio politico a Bruxelles celando quell’intento nel mantenere a livello nazionale la responsabilità della politica economica.

Sapeva anche che le rigide regole fiscali da lui proposte, che riducevano la sfera d’azione degli Stati nazionali, avrebbero soddisfatto i Tedeschi.
Il Monetarismo aveva fatto da ponte tra i due fronti.

Il fatto che la Francia partecipò al “serpente monetario” nel 1972, poi entrò nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979 e finì per supportare il Piano Delors per creare l’UME, è la prova che alla fine i policymaker d’impronta monetarista del Ministero delle Finanze influenzarono la Francia più dell’Ufficio per la Pianificazione, di indirizzo keynesiano.

La Commissione europea, chiaramente, desidera dare l’impressione che il Trattato di Roma sia stato il primo passo del percorso che ha formato l’Europa.

Eppure la realtà è che le successive revisioni del Trattato (quelle di Maastricht e Lisbona) hanno rappresentato importanti cambiamenti, paradigmatici o ideologici, del modo in cui si sarebbe dovuta governare l’Europa.

Uno spostamento da una situazione in cui gli Stati membri hanno la capacità di assicurare la piena occupazione ad una in cui lo Stato membro è condizionato a costringersi all’austerità, a generare livelli di disoccupazione elevati e persistenti e povertà per volere dei signori ideologici che fanno parte della Commissione europea, che non sono eletti né responsabili nei confronti della popolazione europea che affermano di rappresentare.

Dunque… perché [l’Europa] sta celebrando il 60° anniversario?

La risposta è ovvia: fa tutto parte della grande negazione in cui l’Unione europea persevera al fine di favorire le élite corporativiste di destra nel mantenere la loro egemonia.

E i progressisti continuano ad acconsentire. Per esempio, in Inghilterra i cosiddetti progressisti spingono con forza la posizione del Remain. Perché?

Pensate alle più recenti revisioni dei Trattati. Gli sviluppi più recenti, che includono il Fiscal Compact (un rafforzamento del Patto di Stabilità e Crescita), in vigore dal 1° gennaio 2013, di fatto bandiscono la politica economica di stampo keynesiano a livello degli Stati membri.

Il Trattato di Maastricht e la successiva modifica di Lisbona rendono estremamente difficile, per uno Stato membro, usare la politica fiscale in maniera efficace.

Ma il Fiscal Compact lo rende proprio impossibile. Istituzionalizza l’austerità con il pareggio di bilancio all’interno dell’istituzione dell’Unione europea.

Questo è diametralmente all’opposto della visione dei “fondatori” che hanno promosso il Trattato di Roma.

Ora l’Unione europea è completamente dominata dalla visione neoliberista di Stati poco interventisti e con il mito di mercati privati che si auto-regolano.

Lo scenario guidato da [queste] regole ha anche duramente compromesso i processi democratici negli Stati membri. Se i cittadini di un qualunque Paese votano in libere elezioni di rifiutare questa propensione all’austerità chiedendo, al contrario, flessibilità fiscale e una maggiore regolamentazione, sono soggetti ad un attacco coordinato da parte della Commissione europea e della BCE.

Ne è testimone la Grecia, nel giugno 2016.

Il mantra è che l’appartenenza all’Eurozona è irrevocabile e che i tentativi di fuoriuscirne saranno contrastati con un’austerità ancora più punitiva e l’oppressione dei diritti dei cittadini.

Non era questa la visione del Trattato di Roma.

In un’epoca in cui le condizioni economiche dovrebbero favorire fortemente i partiti politici di sinistra, la cosiddetta sinistra europea inciampa su se stessa ed è la prima ad implementare l’austerità più rigorosa e dannosa – per poi dirci che lo può fare in maniera più equa rispetto a quanto sarebbe se lo stesso assalto neoliberista fosse condotto dalla destra.

È davvero stupefacente.

Il Trattato di Roma riconosceva che una limitata cooperazione economica avrebbe potuto portare benefici a tutti i Paesi partecipanti fintanto che fosse stata attenuata o gestita da un sistema di intervento statale ad ampio raggio.

Le successive revisioni del Trattato rendono praticamente impossibile usare la capacità fiscale e regolamentatrice degli Stati membri per favorire risultati sociali che potrebbero compromettere le richieste del “libero mercato”.

Non c’è continuità tra il Trattato di Roma e quanto sta succedendo ora. Il processo di Maastricht ha rappresentato una rottura del paradigma della tradizione che aveva portato in Europa la prosperità e una certa pace.

Alcuni sostengono che la sinistra dovrebbe abbandonare il suo vecchio pensiero centrato sullo Stato-Nazione e abbracciare invece un modello pan-europeo – il cosiddetto “approccio post-nazionale”.

Questo è un ragionamento fallace.

L’unico modo in cui la sinistra può riottenere un po’ di credibilità politica è quello di opporsi all’ideologia neoliberista e convincere la popolazione che vota che i problemi sono l’euro e la Commissione europea… e, ovviamente, l’attuale struttura dell’Unione europea.

Le soluzioni sono uscire dall’Eurozona e forzare un cambiamento dei processi europei oppure uscire dall’Unione europea completamente.

Le istituzioni possono essere corrotte dal pensiero di gruppo e sospetto che l’Unione europea non sia più redimibile. È per questo motivo che ho sostenuto il voto inglese a favore dell’uscita dall’UE.

Conclusione

Il Trattato di Roma era una visione “keynesiana” di piena occupazione e l’anatema di quello che [invece] è il modello europeo attuale.

Quindi… perché [l’Europa] celebra il 60° anniversario di un modo di fare politica economica e di costruire uno Stato che ora ha rigettato completamente?

Per oggi è abbastanza!

 

Note del Traduttore

1.^ Il bias di conferma è un processo mentale che consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità, a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi, e viceversa, ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono. Il fenomeno è più marcato nel contesto di argomenti che suscitano forti emozioni o che vanno a toccare credenze profondamente radicate. Fonte: Wikipedia.org

 

Originale pubblicato il 14 marzo 2017

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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