La Teoria

MMP Blog #49: È la crescita che dovrebbe generare posti di lavoro o sono i posti di lavoro che dovrebbero portare alla crescita?

Scusate per l’interruzione, ma un’emergenza familiare sta impegnando tutto il mio tempo. Spero di avere la possibilità di pubblicare qualcosa la prossima settimana – per andare a concludere il blog MMP. Nel frattempo, vi offro quanto segue.

In un articolo di ieri su Reuters, Edward Hadas ha trattato un eccellente articolo di Pavlina Tcherneva. E l’ha capito, per Giove! È molto meglio creare i posti di lavoro e lasciare quindi che ne derivi la crescita, piuttosto che pompare la crescita con la speranza che ne possa discendere qualche posto di lavoro. Il che è ancor più vero quando hai 25 milioni di persone che hanno bisogno di un lavoro a tempo pieno. Lasciatemi  citare la prima parte del suo articolo; andate qui per il resto.

“Politici e altri leader hanno guardato la distruzione dei posti di lavoro con orrore. Non se ne sarebbero dovuti sorprendere. L’eterna lotta contro l’inefficienza porta ad una naturale asimmetria occupazionale. Con l’avanzare della tecnologia, le imprese e gli Stati di solito trovano più facile tagliare posti di lavoro che crearli. Alcune imprese possono aumentare il numero di dipendenti nel tempo, ma in tempi difficili i datori di lavoro in cerca di metodi per usare meno forza lavoro sono la maggioranza.

La maggior parte dei politici e degli economisti crede che la cura sia la crescita del Pil. Viene considerata non solo come il bene economico supremo, ma anche come il modo migliore per creare posti di lavoro. Per aumentare la produzione, gli Stati realizzano deficit enormi, mentre le Banche Centrali distribuiscono Moneta gratis. Spesso i policymaker invocano il nome di John Maynard Keynes. Ma travisano le idee del grande economista. Come sottolinea Pavlina Tcherneva in un recente articolo su Review of Social Economy, Keynes pensava che “il vero problema” che i Governi avrebbero dovuto risolvere nel corso della Grande Depressione fosse quello di “garantire un’occupazione a tutti”. Nell’ottica di Keynes, la produzione deriva dai posti di lavoro, non il contrario.

La soluzione preferita di Keynes era che gli Stati programmassero progetti ad elevata “elasticità occupazionale”. “Ci sono cose da fare; ci sono uomini per farle”, disse. “Perché non unire le due cose? Perché non mettere gli uomini al lavoro?”. Il modo migliore attraverso cui gli Stati possono creare rapidamente posti di lavoro consiste nell’assumere le persone direttamente. Uno sguardo alle fatiscenti infrastrutture degli Stati Uniti suggerisce che la prescrizione di Keynes è ancora rilevante.

I cultori del non-interventismo pubblico potrebbero voler privatizzare questi programmi, ma dovrebbero comunque essere d’accordo con il vero principio di Keynes: è meglio pagare le persone per lavorare che pagarle per il fatto di non farlo. I programmi che proteggono i disoccupati e le persone con disabilità sono al servizio di uno scopo sociale nobile ed i sussidi per i pensionamenti anticipati potrebbero essere difendibili, ma i programmi che creano posti di lavoro sono preferibili ad entrambi.

Questo messaggio keynesiano è andato sostanzialmente perduto nell’attuale mix di politiche ufficiali, che mira alla crescita e spera nella creazione di posti di lavoro. Politiche che supportano il sistema finanziario, mettono Moneta nelle mani dei consumatori e tagliano le gonfie burocrazie pubbliche potrebbero, alla fine, incoraggiare la creazione di posti di lavoro. A quattro anni dall’inizio della Depressione Minore [1], però, questi metodi fortemente indiretti stanno, nella migliore delle ipotesi, funzionando a rilento.”

Ha ragione. E Pavlina ha scritto una serie di ottimi paper su questo argomento. Leggete questo pezzo e poi andate su www.levy.org. E il suo più recente paper sull’approccio di Keynes alla piena occupazione (appena pubblicato su Review of Social Economics) dev’essere letto assolutamente.

 

Note del Traduttore

1.^ “Minore” rispetto alla Depressione degli anni ’30 del 1900; per l’esattezza il termine usato è “Lesser Depression”, in opposizione appunto alla “Great Depression”

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Originale pubblicato il 24 maggio 2012

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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