La Teoria

MMP Blog #36: Cosa dovrebbe fare lo Stato: un’introduzione

Nella prossima serie di blog ci dedicheremo a cosa dovrebbe fare lo Stato. Questa serie tratterà nello specifico solo lo Stato sovrano, uno [Stato] che emette valuta propria. A differenza dei blog precedenti, questo chiarirà che stiamo considerando solo uno Stato che non è soggetto ad un vincolo di bilancio.

Nei prossimi blog esamineremo punti di vista alternativi al[la questione di quale sia il] ruolo appropriato per lo Stato – supposto che esso possa “permettersi” [di acquistare] qualunque cosa sia in vendita nella sua valuta. In primis, vedremo i quattro motivi per cui la spesa pubblica dovrebbe essere vincolata. Metteremo quindi a confronto e mostreremo le differenze tra la tipica ottica “conservatrice” e quella “liberale” circa il campo d’azione dello Stato (usiamo questi termini, in qualche modo idiosincratici, nell’accezione americana. In America, conservative è più affine a ciò che all’estero viene definito “liberista” o “neoliberista”; il termine Liberal è più simile a ciò che all’estero si dice “socialdemocratico” o “laburista”).

Svilupperemo un esempio di programma di Governo che sia coerente con l’approccio MMT della Moneta sovrana – [un programma] che usa i principi che abbiamo mostrato nei capitoli precedenti per risolvere il problema della disoccupazione, in modo coerente sia con l’ottica liberale sia con quella conservatrice. Ossia l’approccio del datore di lavoro di ultima istanza [ELR] o del lavoro garantito [JG]. Concluderò questa serie con la mia opinione personale sulla questione se la MMT debba o meno includere la proposta ELR/JG.

Avvertimento: quando affronteremo gli approcci su cosa lo Stato dovrebbe fare, ci saremo spinti oltre la descrizione. Non è necessario che le mie idee su cosa dovrebbe fare lo Stato siano accettate da altri, neanche da coloro che comprendono appieno la MMT. Farò raccomandazioni politiche che sono coerenti con la MMT. Non vi devono piacere [per forza]; potete tirarne fuori di vostre. Dedicherò un blog all’approccio austriaco al “fare politica”, ed i suoi obiettivi saranno differenti dai miei.

Solo perché uno Stato può permettersi di spendere, questo non significa che lo Stato debba spendere. Capire come spende lo Stato porta alla conclusione che la sostenibilità davvero non è un problema – lo Stato può sempre permettersi [tutti] i “clic sulla tastiera” necessari a sostenere le spese desiderate. Ma ciò non significa che debba [spendere]. Possiamo elencare diverse ragioni, legittime, per cui limitare la spesa pubblica:

  • una spesa eccessiva potrebbe causare inflazione,
  • una spesa eccessiva potrebbe causare pressioni sul tasso di cambio,
  • una spesa pubblica eccessiva potrebbe lasciare risorse disponibili [che sono] insufficienti agli interessi privati,
  • lo Stato non dovrebbe fare tutto – gli effetti sugli incentivi potrebbero essere perversi,
  • definire un bilancio [preventivo] offre una leva per gestire e valutare i progetti pubblici.

Supponiamo per esempio che lo Stato decida di assumere 1000 nuovi scienziati missilistici per una spedizione su Plutone. La nostra prima considerazione riguarda l’esistenza stessa di 1000 scienziati missilistici, disponibili all’assunzione, che abbiano le abilità necessarie. Anche se lo Stato può permettersi il piano di spesa desiderato, ciò non significa che possa adempiere la sua missione se le risorse non sono disponibili. In altre parole, lo Stato affronta sempre un vincolo di “risorse reali”: le risorse esistono, sono in vendita o disponibili ad essere impiegate? Collegata a questa considerazione: le infrastrutture, la tecnologia e le conoscenze esistenti sono adeguate al raggiungimento dell’obiettivo del programma? Questa, ovviamente, è una questione importante.

Supponiamo che queste condizioni siano verificate.

La seconda considerazione riguarda, quindi, la concorrenza tra usi alternativi delle risorse, ciò che viene chiamato “costo opportunità”. Se quei 1000 scienziati missilistici fossero altrimenti disoccupati, il costo opportunità di assumerli per la missione su Plutone sarebbe basso o nullo (ad esempio, potremmo scoprire che, se non impiegati, potrebbero prendersi cura dei propri figli a casa, quindi il costo opportunità di dar loro un impiego non è pari a zero, [ma pari] al valore dei servizi di assistenza all’infanzia che si possono prevedere. Nel complesso, è inverosimile che i costi opportunità siano pari a zero, ma – per la forza lavoro non impiegata – tali costi sono probabilmente bassi rispetto ai benefici di impiegarla in lavori adeguati).

E, cosa più importante, è probabile che buona parte o la maggior parte di essi stia già lavorando nel settore privato o su altri progetti pubblici. Poiché lo Stato sovrano non è soggetto ad un vincolo di bilancio, se decide di farlo [di impiegarli, NdT] può vincere una guerra al rialzo contro il settore privato. In tal caso, esso produrrà un aumento dei salari degli scienziati missilistici tanto elevato che il settore privato sarà costretto a desistere e assumere lavoratori con credenziali differenti. Gli effetti sul settore privato potrebbero essere complessi – provocherebbe probabilmente un aumento dei salari, un aumento dei costi di produzione e perfino un calo della produzione in quei settori che usano scienziati missilistici ed altri lavoratori qualificati che potrebbero, entro un certo limite, sostituire gli scienziati missilistici (forse, per alcuni scopi, altre categorie di ingegneri vanno altrettanto bene, quindi le imprese rilanciano i loro salari). Ultimo punto, la missione su Plutone potrebbe portare a “colli di bottiglia” – scarsità relative delle risorse chiave – e all’aumento (forse limitato) di qualche prezzo. In tal caso, la politica pubblica deve considerare il ben più elevato costo-opportunità di assumere scienziati missilistici rimuovendoli da altri incarichi.

Inoltre, altri salari ed altri prezzi potrebbero aumentare per via degli effetti di spillover nel caso in cui un nuovo programma pubblico fosse tanto rilevante da provocare una guerra al rialzo per forza lavoro e altre risorse [parlando di inflazione, con il termine spillover si intende l’impennata puntuale dei prezzi di alcuni prodotti, NdT]. Per esempio, durante una guerra importante come la seconda Guerra Mondiale, lo Stato non solo reclutava lavoratori nell’esercito, ma dirottava anche risorse alla produzione destinata allo sforzo bellico. Senza razionamento né controllo su salari e prezzi, è relativamente facile che ciò porti ad un’inflazione generalizzata di prezzi e salari. Si noti che, perché ciò avvenga, non è necessaria una guerra importante. Se la spesa pubblica conduce l’economia verso ed oltre la piena occupazione, è probabile che ne consegua inflazione anche in assenza di una guerra importante. Allo stesso tempo, un’occupazione nazionale elevata e redditi [altrettanto] elevati possono, sotto certe condizioni, portare a un deficit commerciale (dato che la domanda nazionale di importazioni aumenta rispetto alla domanda estera per esportazioni – come discusso nella sezione precedente). Questo potrebbe quindi generare una pressione sui tassi di cambio (anche se la correlazione tra deficit commerciale e deprezzamento del tasso di cambio è tutto fuorché certa).

Pertanto, anche se lo Stato può permettersi di spendere di più, deve valutare le conseguenze della sottrazione di risorse ad usi alternativi (forse più desiderabili), e così pure i possibili effetti su prezzi e tassi di cambio.

Esistono molte altre ragioni per cui limitare la spesa pubblica. Per esempio, spesso i conservatori sostengono che spendere in “welfare” abbia un impatto sugli incentivi. Una robusta rete di protezione sociale potrebbe lanciare il segnale che le persone non abbiano bisogno di lavorare perché possono sempre vivere abbastanza bene con i soli sussidi pubblici. Oppure, i salvataggi pubblici di imprese potrebbero incoraggiare la dirigenza ad assumere rischi eccessivi nella convinzione che non è importante cosa succederà, lo Stato [comunque] interverrà per coprire le perdite dell’impresa.

Inoltre, un Governo corrotto potrebbe spendere in programmi che favoriscano gli amici, ma rifiutarsi di fare qualcosa per assistere gruppi più meritevoli – ciò che viene spesso chiamato “capitalismo clientelare”. I programmi pubblici potrebbero quindi comportare conseguenze complesse e non intenzionali.

Quando si intraprendono programmi di spesa pubblica è necessario prendere in considerazione tutto questo – e le conseguenze negative sollevano preoccupazioni legittime riguardo all’ammontare della spesa pubblica, non dovute all'(im)possibilità di insolvenza, quanto piuttosto agli effetti indesiderati (e sconosciuti) dei programmi dello Stato.

Lo Stato infine dovrebbe, e deve, utilizzare bilanci, che sono una forma di vincolo autoimposto. Tipicamente, i rappresentanti eletti allocheranno una cifra da spendere su un particolare progetto.

Coloro che gestiscono un programma sono quindi considerati responsabili della conclusione del progetto nei limiti della somma prevista a bilancio. Si potrebbe usare lo sforamento del budget come un indice di cattiva gestione. Il processo di [definizione del] bilancio aiuta anche a ridurre l’incentivo a “sconfinare”, ossia ad estendere il progetto per aumentare il potere e il prestigio del responsabile. In altre parole, la programmazione economica da parte di uno Stato sovrano offre un utile meccanismo per il controllo e la valutazione dei progetti.

Terminiamo questa sezione osservando che l’assenza di un vincolo di “bilancio” non implica che lo Stato debba spendere senza limiti. Come discuteremo nel prossimo blog, la sua spesa dovrebbe essere indirizzata al raggiungimento dell'”interesse pubblico”.

 

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Originale pubblicato il 12 febbraio 2012

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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