L'Editoriale

L’uomo nero della svalutazione e altre fantasiose paure

I singoli articoli sui temi trattati sono stati già pubblicati su Cagliaripad.it.

(la Redazione)


L’uomo nero e la svalutazione (10/04/2017)

Nell’immaginario collettivo, il termine svalutazione rientra negli eventi catastrofici che possono colpire l’economia di uno Stato.

Così come si cerca di tenere a bada i bambini più discoli paventando la presenza del fantomatico uomo nero, così in economia viene paventata la minaccia della svalutazione ogni volta che si parla di uscita dal sistema monetario dell’euro.

Ma oggi in economia è il momento dell’età adulta. È ora di capire se l’uomo nero della svalutazione esiste veramente oppure è un’invenzione usata ad arte da chi vuole tenerci dentro ad un sistema profondamente iniquo. Ripercorriamo i luoghi comuni più utilizzati.

La svalutazione causa l’iperinflazione

Per dare un carattere catastrofico all’evento svalutativo viene proposta l’associazione svalutazione-fiammata iperinflazionistica che ci costringerà ad andare in giro con la carriola per comprare una tazzina di caffè.

Alcuni economisti ci tengono a ricordare che l’uscita dall’euro potrebbe comportare una svalutazione di oltre il 20%! Ma cosa significa realmente questa minaccia?

L’uscita del Regno Unito dall’UE era annunciata come un vero dramma, anche a causa della terribile svalutazione e della conseguente inflazione che avrebbe colpito la sterlina. Ad oggi, alla svalutazione post-Brexit del 14% subita dalla sterlina verso il dollaro ha fatto seguito un’inflazione passata dall’1% al 2,3%, valore pari all’obiettivo che da anni Draghi insegue con le inutili politiche monetarie.

Ma in termini svalutativi la sorpresa ci arriva proprio dall’euro, che dal 2014 al 2015 si è svalutato rispetto al dollaro fino al 25%! E l’inflazione? Piatta, sotto lo 0,2%!!!

Abbiamo già vissuto la minaccia svalutativa e non ce ne siamo mai accorti.

L’economia non può vivere di paure e superstizioni, tantomeno di minacce.

L’economia è fatta di beni reali, di lavoro e servizi che non possono essere mai vittime di fantasmi finanziari. Al prossimo economista, politico o giornalista che vi parlerà dell’“uomo nero della svalutazione”, abbiate la certezza che ciò di cui è necessario diffidare è proprio lui, disposto a svendere la sua dignità all’élite finanziaria per poche briciole di notorietà.

 

Con la svalutazione le materie prime ci costeranno di più. Sfatiamo anche questo mito (29/04/2017)

Ho già spiegato come svalutazione ed inflazione siano due fenomeni macroeconomici ben distinti. Non vi è alcuna associazione causa-effetto tra la possibile svalutazione che un Paese dell’eurozona subirebbe uscendo dal sistema euro e l’inflazione (e a maggior ragione con l’iperinflazione tanto propagandata dal terrorismo economico mainstream).

Proviamo oggi a misurare gli effetti reali della svalutazione che l’Italia potrebbe subire in caso di uscita dall’euro.

La principale osservazione mossa da alcuni economisti riguarda l’effetto della svalutazione della nuova lira (supponiamo di chiamare così la nuova valuta) sul costo delle materie prime, come il petrolio.

Con il 30% di svalutazione, quanto ci costerebbe in più un litro di benzina?

Oggi un litro di benzina costa 1,5 euro. Le tasse incidono sul prezzo del carburante alla pompa per circa il 69%; il costo di un litro, al netto delle tasse, è pari a 46,5 centesimi. La quota della materia prima incide circa l’80% sul costo netto; questo significa che spendiamo 0,375 centesimi di materia prima per ogni litro di benzina.

La svalutazione della nuova lira comporterebbe dunque un aumento del 30% della materia prima, che pertanto verrebbe a costare 49 centesimi. Se a questa ora sommiamo i 9 centesimi dei costi di raffinazione e 1,035 euro di tassazione, avremo un costo finale pari a 1,62 euro, pari quindi ad un aumento del prezzo alla pompa dell’8%.

Ma uno Stato fuori dal sistema euro può riacquisire la prerogativa di essere monopolista della valuta. Uno Stato monopolista della propria valuta non finanzia mai la spesa pubblica tramite le tasse e può dunque ridurre le accise sulla benzina, recuperando così quell’aumento dell’8%.

Quanto detto sul prezzo della benzina può essere esteso a qualunque bene in cui una parte del costo è rappresentato da beni importati, il cui maggior costo può essere assorbito da una riduzione della tassazione, che permetterebbe di lasciare inalterato il potere d’acquisto dei nostri salari.

Troppo semplice? No. Questa è l’economia. Il resto sono scelte politiche di politica economica che guardano ad altri interessi, ma non di sicuro all’interesse pubblico.

 

In caso di svalutazione le case degli Italiani avrebbero meno valore? NO (10/05/2017)

L’ultima parte di questo articolo è dedicata agli effetti della svalutazione sugli immobili e, in particolare, sulla casa, che da sempre costituisce la forma di risparmio più importante per gli Italiani. Come tale è più facile fare terrorismo su un tema caro ai tanti risparmiatori. Non è un caso che abbia scelto questo argomento; infatti un certo Pierluigi Ciocca, sul Corriere della Sera dello scorso 30 aprile, afferma:

[…] Crollerebbero i valori dei cespiti patrimoniali, a cominciare dai titoli obbligazionari e azionari in portafoglio. La carenza di mezzi finanziari e l’aumento del costo dei mutui deprimerebbero le quotazioni degli immobili, pari a oltre il 60% della ricchezza […]

È proprio così? Come fatto in precedenza, chiamiamo “nuova lira” la moneta italiana post-euro, con cambio 1 a 1 rispetto all’euro al momento dell’uscita dal sistema monetario dell’euro.

In caso di svalutazione della nuova lira del 30% rispetto all’euro, che conseguenze ci sarebbero per chi possiede una casa in Italia?

Se una casa oggi vale 300˙000 euro e, vendendola, puoi comprare due case da 150˙000 euro, dopo l’uscita dall’euro quella casa avrebbe un valore di 300˙000 nuove lire e tu potresti comprare sempre due case da 150˙000 nuove lire. Cioè se hai 300˙000 euro e puoi comprare un bene reale come la casa di quel valore, anche nella fase post-euro potrai comprare lo stesso bene reale con 300˙000 nuove lire. La svalutazione non ha nessuno effetto reale sul mercato italiano della casa, cambia l’unità di misura del bene reale.

Inoltre, se oggi paghi 1˙000 euro di affitto con uno stipendio da 2˙000 euro, domani pagherai 1˙000 nuove lire con uno stipendio da 2˙000 nuove lire. Anche in questo caso, cambia solo l’unità di misura.

In sintesi, la svalutazione modifica il rapporto tra monete, ma non il rapporto di valore tra beni reali all’interno dello stesso Stato; la svalutazione modifica solo il rapporto tra la nuova lira e le altre monete, con rapporti che differiranno per ogni singola moneta scambiata con la nuova lira.

Chi oggi possiede una casa all’estero nell’area euro, si troverebbe un patrimonio in nuove lire maggiore del 30%, cioè sarebbe finanziariamente più ricco (pur possedendo sempre lo stesso bene reale). Invece, chi non ha una casa all’estero non potrebbe mai essere del 30% più povero.

Insomma, avrebbe una minor capacità di acquisto nell’area euro, ma non una riduzione della propria ricchezza reale.

Se ribaltiamo la questione (ed è il caso che sfugge al giornalista del Corriere, ma che riguarda la stragrande maggioranza degli Italiani), chi ha una casa in Italia, per esempio una casa al mare da vendere o affittare, avrebbe di fronte a sé potenziali acquirenti/affittuari esteri provenienti dall’area euro con una capacità di spesa maggiorata del 30%.

Altra correzione da fare è questa: leggendo l’articolo sul Corriere, si potrebbe pensare che il mercato immobiliare abbia goduto, fino ad oggi, della forza dell’euro, ma i dati della Banca d’Italia sotto riportati sembrano dirci tutt’altro. Crollo delle vendite e del prezzo a metro quadrato dal 2007 ad oggi, e tutto nel magnifico mondo dell’euro!

Infine, per non lasciare altri punti in sospeso nella frase virgolettata di Ciocca, faccio osservare che se uno possiede titoli in euro continuerà ad avere titoli in euro, salvo che non desideri venderli di sua iniziativa, mentre per quanto riguarda le azioni, che misurano il valore delle aziende, se le aziende non spariscono il giorno stesso in cui si passa dall’euro alla nuova lira, continuerebbero a produrre come il giorno prima, mantenendo lo stesso identico valore sul mercato azionario, ieri in euro e oggi in nuova lira, salvo le consuete variazioni del mercato azionario.

Infine, teniamo sempre ben presente che lo Stato Italiano, con la nuova lira e come monopolista della propria valuta, decidendo di stare fuori dalle regole imposte dai trattati europei, potrebbe politicamente perseguire la piena occupazione, garantendo ad esempio un lavoro alle centinaia di migliaia di giovani che potrebbero finalmente decidere di acquistarsi una loro casa, ridando vita al mercato delle case e dei mutui.

E gli interessi dei mutui? Ricordiamo che quando il sistema monetario dell’euro è stato attivato, nel 2002, i tassi era già bassi, e ben prima del 2000. Nessuna sorpresa quindi. I tassi, con la nuova lira, tornerebbero ad essere solo il frutto delle politiche monetarie di uno Stato monopolista della propria valuta e non più soggetti al ricatto dei cosiddetti “mercati”.

 

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