Il Commento

Legge di Bilancio: l’impossibile equilibrio tra crescita e rigore

Legge di Bilancio: l'impossibile equilibrio tra crescita e rigore

Il 16 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e al bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020. Con l’approvazione del ddl di bilancio, il Governo ha completato la definizione del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) 2018, che ne ha recepito gli effetti finanziari. Il Documento è stato quindi trasmesso alla Commissione europea rispettando il termine del 15 ottobre.

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan hanno sottolineato, in conferenza stampa, la capacità della legge di sostenere il percorso della crescita e contemporaneamente di perseguire il percorso di stabilizzazione finanziaria del Paese.

Una prima lettura del documento programmatico fa sperare in un cambio di passo, dato che si afferma che

l’obiettivo del deficit per il 2018 è aumentato dall’1,0 all’1,6 per cento del PIL

traguardo reso possibile dal fatto che il

Governo ha ottenuto l’autorizzazione del Parlamento per questa modifica [aumento del deficit, NdA] sulla base del fatto che, nonostante le condizioni cicliche siano migliorate notevolmente, l’economia italiana è ancora molto lontana dalla piena occupazione e sarebbe vulnerabile ad un’eccessiva restrizione fiscale.

Sempre in conferenza stampa hanno sottolineato la crescita del PIL, a conferma della fine della crisi e di una ripresa che l’Italia è riuscita a cogliere grazie anche al sacrificio dei lavoratori e delle famiglie italiane.

Ma la retorica governativa sa usare bene i numeri all’interno dei messaggi, e usa solo quelli che possono sembrare positivi. Ma se guardiamo lo stesso dato del Pil in valore assoluto, e non in percentuale, leggiamo una realtà completamente diversa.

Vediamo un Paese avvitato nella peggiore delle crisi e che negli ultimi anni registra un aumento del PIL da attribuire principalmente all’aumento dell’export. Legare la ripresa all’export significa peggiorare le già difficili condizioni dei lavoratori, in prima battuta in termini di riduzione dei salari, ovvero del loro potere d’acquisto.

Anche i dati sul reddito pro-capite evidenziano una situazione lontana dai valori pre-crisi.

Inoltre, alla crescita del reddito pro-capite non ha corrisposto un’analoga crescita del costo del lavoro, ovvero dei salari, che continuano a rimanere schiacciati al valore che avevano prima della crisi.

Possiamo sperare nel margine di ampliamento del deficit concesso da Bruxelles e che Padoan ammette come necessario per la ripresa?

Purtroppo no. È lo stesso Padoan che presenta il rinnovato traguardo dei conti in ordine sotto il dogma dello Stato buon padre di famiglia che risparmia. La proiezione riportata lo dimostra: ci sono ancora anni di austerità davanti a noi. Dopo anni di sacrifici, come loro stessi hanno dichiarato, e di avanzi primari di bilancio, ci aspettano altri anni di sacrifici e di avanzi primari.

Il Governo dice nel documento:

…l’economia italiana è ancora molto lontana dalla piena occupazione e sarebbe vulnerabile ad un’eccessiva restrizione fiscale

e pertanto prevede anni di eccessiva restrizione fiscale.

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