Approfondimento

Le Istituzioni vogliono le riforme. Tu non dovresti volerle

Le Istituzioni vogliono le riforme. Tu non dovresti volerle

Maurice Obstfeld, chief economist del Fondo Monetario Internazionale:

All’Italia servono riforme strutturali

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea:

Servono riforme strutturali

Angela Merkel, cancelliera federale della Germania:

Impegnarci nelle riforme strutturali per spingere la crescita

Le istituzioni governative internazionali, europee ed italiane da tempo insistono sulle cosiddette “politiche di riforma strutturale” come sentiero per far ripartire l’economia. Per riforme strutturali si intende quel complesso di manovre atto ad agire sul mercato del lavoro per sostenere obiettivi di crescita occupazionale. La direzione intrapresa dalle riforme attuate in questi ultimi anni è andata verso un aumento della flessibilità del lavoro intesa in realtà come un’estensione della precarietà a diverse categorie di lavoratori e verso una compressione dei diritti, dei salari e delle condizioni lavorative.

Il mantra delle riforme che pervade il dibattito economico e politico va rigettato.

1) Cosa sono le riforme strutturali

Le riforme del lavoro si fondano su un presupposto teorico da rintracciare nel quadro offerto dalla scuola economica neoclassica, secondo cui bisogna intervenire sulla rigidità dei salari attraverso una loro diminuzione per ripristinare l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro all’interno dell’economia. In questa logica, spetta sempre ai salari l’onere del sacrificio affinché raggiungano un livello tale da permettere a tutta la forza-lavoro di essere assorbita. In altre parole, se i salari dei lavoratori fossero troppo alti rispetto ad un presunto “salario naturale” fissato dal libero agire delle forze di mercato, allora si pagherebbe un costo in termini di maggiore disoccupazione. Ecco allora levarsi il coro delle “riforme strutturali”, aventi l’obiettivo esplicito di abbattere il costo del lavoro e aggredire i salari dei lavoratori. Se ne può avere prova già nella lettera a firma di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet datata agosto 2011 e indirizzata al Primo Ministro italiano, nella quale si invitavano le autorità nazionali “ad un’azione pressante affinché si rafforzi l’impegno del paese alle riforme strutturali”. In particolare si legge:

“C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”

ed anche

“Dovrebbe essere adottata un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”

Queste parole hanno in seguito trovato applicazione nella realtà tramite la recente riforma del mercato del lavoro chiamata Jobs Act. Alla luce delle raccomandazioni europee è infatti possibile leggere la modifica dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori che ha sancito l’abolizione del reintegro nel posto di lavoro per coloro i quali sono stati licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, così come, sempre per ordine di Bruxelles, sono state eseguite una serie di manovre atte a minare il livello salariale dei lavoratori italiani che, a febbraio di quest’anno, ha toccato la crescita più bassa degli ultimi 35 anni. Le riforme strutturali adottate dal Governo hanno portato ad un livello di occupazione e di prodotto interno lordo ben lontano da quello registrato nel periodo precedente la crisi, e il grado di disuguaglianze economiche e sociali continua ancora ad aumentare.

Nonostante la realtà dei fatti dimostri con sempre più evidenza i limiti dell’approccio neoclassico all’economia, le istituzioni, sia europee sia nazionali, risultano tutt’ora ancorate a questo paradigma, senza mostrare alcuna opposizione critica ad esso e finendo per accettarlo come legge inemendabile.

2) Le riforme non risolvono la disoccupazione. È un’adeguata politica economica a farlo

Le istituzioni governative sembrano aver dimenticato la lezione proveniente dalla teoria keynesiana, che, fin dagli anni trenta del XX secolo, ha contestato e respinto le fondamenta proprie della scuola neoclassica. Keynes ha infatti mostrato come la disoccupazione non sia causata da una rigidità verso il basso dei salari, ma è determinata da un livello di spesa complessiva nell’economia, chiamata domanda aggregata, che risulta essere insufficiente per assorbire tutti i prodotti e i servizi che l’economia produce. Se la domanda aggregata risulta inferiore rispetto al livello necessario per acquistare tutta la produzione realizzata, allora si assisterà ad un invenduto di beni e servizi che porterà ad una restrizione dell’attività economica con una maggior disoccupazione come diretta conseguenza. L’occupazione è quindi determinata dal livello di domanda aggregata presente nel sistema economico, e il problema riguarda le politiche che possono essere adottate per sostenere la spesa complessiva finché l’intera produzione venga assorbita ad un livello di piena occupazione. In un contesto in cui la domanda aggregata è insufficiente, non esiste alcun magico aggiustamento automatico da parte del mercato in grado di riportare la situazione al livello di piena occupazione.

3) La vera risposta alla disoccupazione? Aumentare il deficit pubblico

La MMT, procedendo oltre Keynes, illustra come la valuta sia un caso di monopolio pubblico e, pertanto, viene escluso l’assunto degli economisti neoclassici secondo cui il sistema economico tende spontaneamente all’equilibrio di piena occupazione. Il monopolio non presenta infatti meccanismi automatici di aggiustamento, e soltanto una variazione dell’offerta da parte del monopolista della valuta può garantire il soddisfacimento delle necessità della collettività.

Per raggiungere l’obiettivo del pieno impiego è quindi necessario agire tramite una politica fiscale espansiva da parte dello Stato, che ampli a sufficienza il deficit pubblico[1] così da far crescere la spesa complessiva nell’economia. A differenza di quanto la vulgata mainstream si ostina a ripetere, la crisi economica che stiamo vivendo non è dovuta alla scarsa capacità produttiva delle aziende italiane o a problemi sul lato dell’offerta, ma è dovuta ad un basso livello di domanda aggregata che impedisce alle imprese di investire in produzione e di assumere lavoratori per realizzare beni e servizi. Inoltre, la drammatica riduzione dei salari a cui i lavoratori sono sottoposti per condanna dal Governo sta avvitando l’economia in una spirale ancora più recessiva. In un quadro di crisi da domanda, a maggior ragione, da una riduzione dei salari è lecito aspettarsi un’ulteriore diminuzione delle spese dei soggetti, quindi dei consumi, per riflesso delle vendite e dei fatturati delle aziende. Queste ultime, pertanto, troveranno sempre meno conveniente investire ed assumere per realizzare una produzione che nessuno comprerà proprio a causa di una bassa domanda. Solamente un maggior deficit pubblico potrà permettere l’adozione di politiche volte al sostegno dei redditi e della domanda aggregata così da poter invertire la rotta ed avviare un aumento di consumi e investimenti che rilancino l’occupazione.

La via d’uscita dalle sofferenze della crisi passa quindi per l’abbandono dell’austerità e per l’attuazione di politiche di bilancio espansive da parte dello Stato. Ecco la vera riforma strutturale di cui l’Italia ha bisogno: l’abbandono del 3% sul rapporto deficit/Pil fissato dal trattato di Maastricht.

 

Note dell’Autore

1.^ Il deficit dello Stato è la differenza negativa tra le tasse e la spesa pubblica. Contabilmente, corrisponde al surplus finanziario del settore privato residente e non residente. La somma dei deficit pregressi dello Stato è chiamata debito pubblico, e trova il suo corrispondente nella somma dei risparmi finanziari del settore privato residente e non residente, che è chiamata ricchezza finanziaria privata.

1 Commento

  • Esatto Gianluca. E’ veramente assurdo come in meno di 1 ora un Francese abbia determinato la sorte di milioni di cittadini europei, ideando la regola del 3% del deficit. Anche lo stato italiano per attenersi a questa percentuale penalizza gli investimenti riducendo gli italiani alla povertà.

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