L'Editoriale

L’avvitamento, la sindrome dei governi del Sud Europa

L'avvitamento, la sindrome dei governi del Sud Europa

Sarebbe una situazione difficile anche per un prestigiatore. Un tasso di disoccupazione che non si muove dal 12% e quello giovanile al 40%, i consumi al palo, un’altra manovra da 3,4 miliardi entro aprile imposta da Bruxelles e il disperato tentativo di far apparire agli Italiani che tutto sommato sta andando bene. In questa situazione neanche un prestigiatore riuscirebbe a far credere che mettendo dentro il cilindro un sasso ne possa uscire un mazzo di rose. Figuriamoci Padoan e Gentiloni. Nel cilindro è stata messa austerità e da quel cilindro potrà uscire solo deflazione.

Temono però una cosa. Trovarsi a decidere come tagliare altra spesa pubblica o aumentare le tasse in piena campagna elettorale. Non è facile chiedere consenso ai cittadini quando questi hanno la netta sensazione di avvitamento. Non sarà l’amore per l’interesse pubblico a fermarli, ma forse sarà la paura dell’impopolarità a trattenerli dal continuare a fare austerità. Una speranza senza alcun fondamento. Supereranno quel sentimento di disagio, riusciranno a fare altra austerità e, contemporaneamente, a promettere di intervenire con prontezza nelle zone terremotate. Un cilindro, una bacchetta, un sasso e la speranza che il pubblico veda un mazzo di fiori.

Vasco Errani, commissario per la ricostruzione, sa bene che non si può fare la ricostruzione senza soldi e manifesta il timore di essere stato chiamato a gestire il nulla.

Casette, stalle, macerie… è tutto fermo. Questa non è ricostruzione, non lo è, questa è gestione dell’emergenza

Non si può progettare il futuro quando si riduce il deficit.

Il sadico doverismo di Monti, che colpiva con la sacra accetta dell’austerità qualsiasi forma di civiltà, lascia oggi il posto ad una strana sindrome che colpisce l’attuale classe politica: pur sapendo che questa strada va dritta al burrone, continuano a percorrerla. Tutta. Un cilindro, una bacchetta, un sasso e la certezza che non riusciranno a trasformare quel sasso in un mazzo di fiori e che il pubblico non applaudirà. Eppure non cambiano il gioco.

E così Gentiloni, ieri, in conferenza stampa ammette il carattere recessivo dei diktat europei:

Il Governo è impegnato a sorreggere, incoraggiare e sostenere i segnali di crescita, non certo a deprimere e dissipare

Ma poi obbedisce e ad aprile avremo una nuova manovra recessiva.

Per tutta la durata della telenovela “scissione sì, scissione no” nessuna delle parti ha mai affrontato il vero nodo del problema: non si esce dalla crisi economica (e di consenso) continuando a fare ciò che la produce. Per far fermare i disastri dell’austerità bisogna mettere fine all’austerità. Ma nessuno ha parlato di questo.

La strada verso la consapevolezza e il coraggio di dire stop è ancora lunga da percorrere. L’austerità va più veloce. L’avvitamento senza via d’uscita, come dimostra la Grecia, è lì davanti a noi e noi gli stiamo correndo incontro a braccia aperte.

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