Approfondimento

Se l’Africa è ricca perché è così povera? (2° Parte)

Innanzitutto è necessaria un’importante riforma della struttura istituzionale internazionale, che include lo scioglimento dell’FMI e della Banca Mondiale, entrambe istituzioni che servono a facilitare lo spostamento di questi surplus dai Paesi poveri a quelli ricchi.

I Paesi in via di sviluppo che cercano finanziamenti dall’FMI e dalla Banca Mondiale sono stati costretti ad adottare politiche neoliberiste che includono dure misure di austerità – simili a quelle oggi imposte ai Paesi dell’Eurozona – come condizione per il sostegno internazionale.

I programmi di aggiustamento strutturale e di austerità imposti dall’FMI ai Paesi in via di sviluppo negli anni ’80 e ’90 del Novecento hanno compromesso molti dei risultati del precedente modello di crescita, abbassando gli standard di vita e aumentando la povertà.

Dalla metà degli anni ’90, non meno di 57 Paesi in via di sviluppo sono diventati più poveri in termini di livello di reddito pro capite rispetto a quindici anni prima – e in alcuni casi a 25 anni prima. In quasi tutti i Paesi in cui sono state imposte politiche di austerità, la povertà e la disoccupazione sono cresciute, i diritti del lavoro si sono deteriorati, le disuguaglianze sono aumentate e l’instabilità finanziaria ed economica è aumentata.

Nel nostro prossimo libro descriveremo l’importante visione della Teoria della Moneta Moderna (MMT), che considera come limite ultimo alla prosperità le risorse reali di cui un Paese può disporre, che comprendono le competenze tecniche e le conoscenze della sua popolazione e il complesso delle sue risorse naturali.

Se la base di risorse reali di un Paese è molto limitata, c’è relativamente poco che possa fare per uscire dalla povertà anche se lo Stato utilizza in maniera produttiva tutte le risorse ad esso disponibili.

Questi Paesi possono trovarsi nella condizione di non avere un mercato per le loro valute e possono essere costretti a commerciare in valuta estera.

In questo senso, andrebbe notato che non tutte le valute sono uguali.

Tuttavia, questo non è un vincolo della bilancia dei pagamenti come solitamente s’intende. È un vero e proprio vincolo di risorse reali che deriva dalla disparità di distribuzione delle risorse attraverso lo spazio geografico e dalle linee un po’ arbitrarie che sono state tracciate in questo spazio per delineare gli Stati sovrani.

Il mondo deve assumersi la responsabilità di assicurare di ridurre qualunque vincolo reale di risorse che opera attraverso la bilancia dei pagamenti.

Imporre l’austerità a questi Paesi non è la soluzione corretta. L’evidenza dimostra che i cosiddetti Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS) [cfr Wikipedia.org, NdT] che l’FMI e la Banca Mondiale tipicamente impongono ai Paesi poveri che si trovino ad affrontare problemi di bilancia dei pagamenti – basati su austerità fiscale, eliminazione delle sovvenzioni alimentari, aumento del prezzo dei servizi pubblici, riduzioni salariali, liberalizzazione del commercio e del mercato, deregolamentazione, privatizzazione di beni statali, ecc. – hanno avuto un impatto sociale, economico e ambientale disastroso ovunque essi siano stati applicati.

Non solo hanno tenuto milioni di persone in condizione di povertà persistente, ma hanno anche imposto a questi Paesi livelli insostenibili di debito estero, che sono stati poi utilizzati per giustificare l’imposizione di strategie di produzione distruttive orientate all’esportazione, strategie che in molti casi hanno devastato i sistemi di sussistenza esistenti e hanno portato a disastri ambientali estesi su larga scala (ad esempio la massiccia deforestazione in Mali).

Nonostante siano stati mascherati come programmi di sviluppo, i PAS hanno effettivamente agito come aspiratori giganti, aspirando ricchezza e risorse da questi Paesi e pompandole nelle tasche delle élite ricche e delle multinazionali negli Stati Uniti, in Europa e altrove.

Per aggiungere il danno alla beffa, in molti casi queste politiche hanno anche distrutto i settori produttivi locali dei Paesi debitori, creando così maggiori importazioni e dipendenze del debito.

Chiaramente, il FMI e la Banca Mondiale hanno superato il loro obiettivo originario [cfr Wikipedia.org e Wikipedia.org, NdT] e hanno cessato di svolgere un ruolo positivo nella gestione degli affari mondiali.

Al contrario, i loro interventi hanno minato la prosperità e impoverito milioni di persone in tutto il mondo, e continuano a farlo – soprattutto, ma non esclusivamente, nel mondo in via di sviluppo (come dimostra la partecipazione del Fondo al programma di salvataggio della Grecia).

In questo contesto abbiamo sostenuto che dovrebbe essere creata una nuova istituzione multilaterale (o una serie di istituzioni) che sostituisca sia la Banca Mondiale sia l’FMI, incaricata della responsabilità di assicurare che questi Paesi fortemente svantaggiati possano accedere alle risorse reali essenziali come il cibo, che non siano tagliati fuori dai mercati internazionali a causa delle fluttuazioni dei tassi di cambio che possono derivare dai disavanzi commerciali.

Ci sono due funzioni essenziali che è necessario mettere in campo a livello multilaterale:

  • aiuti allo sviluppo: messa a disposizione di fondi per sviluppare infrastrutture pubbliche, istruzione, servizi sanitari e sostegno alle istituzioni di governance;
  • stabilizzazione macroeconomica: l’erogazione di liquidità per prevenire eventuali crisi del tasso di cambio dovute a problemi nella bilancia dei pagamenti.

Un modello di sviluppo progressista dovrebbe rifiutare gli attuali modelli di agricoltura industriale orientati all’esportazione, che sono coinvolti nel degrado ambientale nei Paesi meno sviluppati.

Istituzioni multilaterali progressiste dovrebbero avere come obiettivo quello di ridurre (e in ultimo eliminare) la povertà attraverso lo sviluppo economico all’interno di un contesto sostenibile dal punto di vista ambientale.

Consentirebbe anche ai Paesi di ridurre le importazioni da Paesi impegnati in pratiche poco sostenibili dal punto di vista ambientale – un approccio che il WTO ha ripetutamente dichiarato illegale.

Inoltre, i Paesi in via di sviluppo potrebbero difendere e sostenere le loro industrie locali. Contrariamente alla tesi che vede la liberalizzazione del commercio come elemento propulsivo della crescita, l’evidenza mostra una relazione positiva tra le tariffe e la crescita economica nelle economie in via di sviluppo.

Abbiamo mostrato all’inizio nel libro che nessun Paese avanzato ha raggiunto la sua condizione seguendo l’approccio di libero mercato del FMI e della Banca Mondiale; anzi, lo hanno fatto attraverso una diffusa protezione industriale e controllo e sostegno da parte dei governi.

Quest’osservazione è coerente con la tesi di Gunder Frank citata in precedenza.

Una politica commerciale progressista vieterebbe anche le clausole di Risoluzione delle Controversie tra Investitore e Stato [cfr Wikipedia.org, NdT] inserite nella più recente ondata di accordi commerciali e costringerebbe le multinazionali a operare all’interno dei vincoli legali dei Paesi in cui cercano di operare o a cui cercano di vendere.

In un quadro di commercio equo, tutti i Paesi dovrebbero rispettare i seguenti principi:

  • buone condizioni lavorative in termini di salari, sicurezza, ore;
  • diritto di associazione e di sciopero, costituzione di sindacati, ecc.;
  • protezione del consumatore: sicurezza, standard etici, qualità dei prodotti e dei servizi, ecc.;
  • standard ambientali.

A questo fine, il WTO dovrebbe essere rimpiazzato da un corpo multilaterale onnicomprensivo incaricato di stabilire standard lavorativi e ambientali rilevanti per regolare il commercio.

Un quadro politico progressista deve consentire a tutti i lavoratori l’accesso al lavoro, e alle persone più povere di ogni nazione opportunità di mobilità sociale, se i posti di lavoro sono distrutti nel quadro di una strategia globale per rimediare a questioni di interesse globale (per qualificare il lavoro, l’ambiente o per questioni più ampie).

Parte di questi accordi di transizione potrebbero anche includere un aiuto internazionale più generoso per assicurare che i vincoli commerciali non interrompano gli sforzi internazionali per ridurre la povertà nel mondo.

In generale, nessun Paese dovrebbe essere punito per l’irregolare distribuzione geografica delle risorse.

Per quanto concerne la questione della stabilizzazione macroeconomica – che riguarda la messa a disposizione di liquidità ai Paesi che affrontano problemi di bilancia dei pagamenti – un’istituzione multilaterale progressista riconoscerebbe che tutti i Paesi dovrebbero mantenere valute sovrane e lasciarle circolare nei mercati internazionali, ma – allo stesso tempo – tale autorità dovrebbe riconoscere che a volte i flussi di capitale possono creare problemi e che alcuni Paesi richiedono maggiore o minore assistenza in maniera continuativa a causa delle loro limitate capacità di esportazione e della limitatezza di risorse domestiche.

Il punto di partenza dovrebbe essere il riconoscimento del fatto che, finché in un Paese esistono risorse reali disponibili, il suo governo può comprarle usando il potere della sua valuta. Ciò comprende tutto il lavoro inattivo.

Dunque non vi è ragione di avere disoccupazione involontaria in un Paese, non importa quanto povere siano le sue risorse non-lavorative. In ogni Paese il governo potrebbe facilmente acquistare questi servizi con la valuta locale, senza far pressioni sul costo del lavoro nel Paese.

Una nuova istituzione multilaterale dovrebbe lavorare all’interno di quella realtà piuttosto che usare la disoccupazione come arma per disciplinare la struttura locale dei costi.

Ancora di più, sono necessari nuovi accordi internazionali per rendere illegale la speculazione sul cibo e su altre merci essenziali da parte delle banche d’investimento.

Per bandire flussi finanziari speculativi illegali che non hanno necessariamente alcuna relazione con il miglioramento del funzionamento dell’economia reale, un nuovo contesto a livello internazionale è necessario.

Infine, tale istituzione multilaterale non forzerebbe i Paesi a praticare tagli alle tasse a coloro che percepiscono redditi più elevati in cambio di supporto, che è un’altra propensione negli interventi dell’FMI e della Banca Mondiale.

Riconoscerebbe che il ruolo della tassazione è quello di creare lo spazio necessario al governo per muovere le risorse reali al fine di realizzare i suoi programmi socioeconomici senza creare inflazione.

La realtà è che ci sono tante risorse inutilizzate nei Paesi poveri – terra, persone e materiali – che potrebbero essere comprate dallo Stato e mobilitate per ridurre la povertà senza causare inflazione.

Infine dovrebbe essere riconosciuto il fatto che questi Paesi dovrebbero realizzare continui deficit fiscali e disavanzi nel saldo delle partite correnti, per molti anni, per consentire al settore non governativo di accumulare asset finanziari e fornire un sistema di migliore gestione del rischio.

Un’agenzia internazionale orientata al progresso li aiuterebbe a fare proprio questo.

Conclusione

L’agenda sopra delineata percorrerebbe una lunga strada per rompere il modello di dipendenza centro-periferia che mantiene in povertà i Paesi ricchi di risorse come quelli africani. Potrebbe anche forzare un considerevole ripensamento nelle economie del centro, perché dovrebbero generare le proprie ricchezze senza avere facile accesso a quelle dei Paesi ora più poveri (ma ricchi di risorse).

Per oggi è abbastanza!

 

Originale pubblicato il 19 giugno 2017

Traduzione a cura di Veronica Frattini, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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