Approfondimento

Il Cartalismo e l’approccio alla moneta come entità guidata dalle tasse (2ª parte)

Il Cartalismo e l'approccio alla moneta come entità guidata dalle tasse (2ª parte)

3. La moneta cartale nella storia del pensiero

Molti studiosi, sia ortodossi che eterodossi, hanno trattato la natura cartale della moneta. Wray (1998) e Forstater (2006) hanno documentato questi esempi nella storia del pensiero. Le loro analisi sembrano indicare due separate linee di ricerca:

  1. La prima usa la natura cartale della moneta per identificare il ruolo di questa nell’evoluzione dei mercati (Ingham, Henry), nell’introduzione di nuove valute, nella diffusione di governi centralizzati (Polanyi, Lovejoy) e nella nascita del capitalismo e del lavoro salariato (Marx, Ake).
  2. La seconda rileva la natura della moneta come entità guidata dalle tasse nel tentativo di scoprire perché della carta, apparentemente priva di valore, circoli come mezzo di scambio (Smith, Say, Mill, Wicksteed).

Dal primo gruppo di studiosi, ad esempio, Polanyi rifiuta nettamente il trattamento tradizionale delle conchiglie delle cipree [a] come “moneta primitiva” (Forstater, 2006). Studiando l’introduzione di moneta non-metallica in Africa, Polanyi osserva che la ciprea esisteva insieme a valute metalliche, che erano già ampiamente diffuse nel continente. La ciprea era infatti un esempio del “lancio di una valuta come strumento di tassazione” (1966: p. 189, citato in Forstater, 2006). Polanyi inoltre sostiene che la nascita di valute non-metalliche dovrebbe essere correttamente considerato “come una peculiarità della diffusione del governo centralizzato e dei mercati alimentari nei primi imperi [Africani] che lasciarono la loro impronta nella storia locale della moneta” (ibid.).

Allo stesso modo, Lovejoy (come i già citati Ake e Rodney) racconta che la tassazione nella Nigeria pre-coloniale fu usata per generare domanda di nuove valute:

gli emirati [della Nigeria] pagavano le imposte in cipree, così che il sistema di tassazione assicurava efficacemente che le persone partecipassero nell’economia di mercato e usassero la valuta, una politica notevolmente simile a quelle che i successivi regimi coloniali seguirono nello sforzo di veder accettate le loro valute. (Lovejoy, 1974: p. 581, citato in Forstater, 2006)

Anche Marx scrisse sull’obbligatorietà delle tasse [che sta] dietro la moneta moderna, ma la sua analisi si focalizzava sul ruolo della stessa nella nascita del capitalismo e del lavoro salariato. È ben noto che Marx aveva una teoria della moneta come merce, ma ciononostante evidenziò che le relazioni basate sulla moneta nascondevano le relazioni sociali di produzione sottostanti (Ingham, 2004: p. 61). Questo, afferma Forstater, giocò un ruolo chiave nell’enfasi di Marx sul ruolo della tassazione e dello Stato nel monetizzare le economie primitive e nell’accelerare l’accumulazione del capitale (vedi l’analisi dettagliata in Forstater, 2006). La trasformazione di tutte le tasse in tasse monetarie portò alla trasformazione di tutto il lavoro in lavoro salariato, in modo molto simile all’esperienza coloniale africana prima citata (Marx, 1857).

Il secondo gruppo di studiosi che contemplò l’idea di moneta guidata dalle tasse fu quello interessato al valore della moneta e quello che tentò di risolvere l’enigma (neo)classico del perché certe unità di materiale apparentemente inutile circolavano come mezzo di scambio mentre altre, di evidente valore, no.

Non occorre guardare oltre la Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith per trovare un riconoscimento della natura cartale della moneta e del ruolo della tassazione [1].

Un principe che dovesse sancire che una certa quota delle sue tasse debba essere pagata in un certo tipo di moneta cartacea, darebbe in tal modo un certo valore a quella moneta cartacea; anche se il termine fissato per il pagamento finale e per il suo rimborso dovesse dipendere completamente dalla sua volontà. (Smith, 1776: p. 312)

Forstater riporta che anche Say e Mill riconoscevano che quella carta avesse valore perché era stata “resa valida a soddisfare le rivendicazioni della tassazione pubblica che ricorrevano a periodicità costante” (Say, 1964 [1880]: p. 280. citato in Forstater, 2006) e perché lo Stato aveva acconsentito “a riceverla come pagamento delle tasse” (Mill, 1848: pp. 542-3, citato in Forstater, 2006). Mill aggiunge inoltre che, se l’emittente è lo Stato sovrano, questo può fissare arbitrariamente la quantità e il valore della valuta cartacea (ibid.). Qui Mill sembra riconoscere la rivendicazione cartalista che è lo Stato sovrano, in realtà, che “scrive il vocabolario” scegliendo l’unità di conto e fissando arbitrariamente il suo valore. Per concludere, Wicksteed riconosce esplicitamente il ruolo della tassazione come metodo per creare un desiderio costante di moneta così che il governo possa acquisire tutti i beni e i servizi necessari ai suoi obiettivi, ufficiali e non (Wicksteed, citato in Forstater, 2006).

Mentre l’approccio alla moneta come entità guidata dalle tasse trova un certo supporto nella storia del pensiero economico, il semplice riconoscimento dell’obbligatorietà dell’esistenza delle tasse dietro la moneta non fu sufficiente a trarre le piene implicazioni ed estensioni logiche dietro al concetto di cartalità della moneta. Chiaramente gli economisti neoclassici si sforzarono di capire l’uso della moneta cartacea, ma la natura di entità guidata dalle tasse della moneta semplicemente non quadrava con la visione tradizionale della moneta come “velo”. Così, la prossima sezione ricapitola la posizione cartalista attraverso un confronto con la versione ortodossa o – come la chiamano Knapp (1973 [1924]) e Goodhart (1998) – la posizione metallista.

4. Metallismo contro Cartalismo

Alcune delle differenze tra Metallismo e Cartalismo (rispettivamente teoria-M e teoria-C [Goodhart, 1998]) sono già emerse nelle sezioni precedenti. La versione tradizionale delle origini, della natura e del ruolo della moneta è fin troppo familiare. Secondo la teoria-M, in origine i mercati emersero grazie all’innata propensione delle persone allo scambio. Nel tempo, la moneta si è naturalmente sviluppata per lubrificare questi mercati attraverso la drastica riduzione dei costi di transazione.

La teoria-M si focalizza sulla moneta come mezzo di scambio. Il suo valore deriva dalle proprietà intrinseche della merce che la garantisce – di solito un qualche tipo di metallo prezioso (da cui il termine metallismo). La moneta deve la sua esistenza ad agenti razionali che scelgono spontaneamente una merce per scambiarla, spinti dai requisiti della doppia coincidenza dei bisogni (Goodhart, 1993: p. 410). La moneta, perciò, ha origine nel settore privato ed esiste solo per facilitare le transazioni dei mercati. Dato che la moneta non ha proprietà speciali che possano dotarla di un ruolo principale, l’analisi monetaria passa in secondo piano rispetto all’analisi “reale”.

Poiché l’analisi ortodossa fa leva sul funzionamento privo di interferenze dei mercati privati, essa di solito non considera il ruolo (o intervento) del governo. L’assenza di qualsiasi collegamento tra lo Stato e la moneta spiega anche perché la teoria-M non può spiegare la relazione importante e quasi universale “un Paese-una valuta” (Goodhart, 1998). Il metallismo si sforza di trovare valore nella moderna moneta fiat, non sostenuta da nessuna merce dal valore intrinseco. Per la teoria-M, la valuta cartacea circola perché gli Stati hanno usurpato il controllo sulla moneta e perché essa continua a ridurre i costi di transazione del baratto (Goodhart, 1998: p. 417, n. 21).

I Cartalisti individuano diversi problemi nella versione metallista. In particolare, identificano due argomenti circolari, relativi all’uso della moneta come mezzo di scambio, di pagamento e deposito di valore astratto. Il primo riguarda l’esistenza della moneta. Per la teoria-M, la moneta è una conseguenza del fatto che agenti razionali “detengono la merce più commerciabile in un’economia di baratto” (Ingham, 2000: p. 20). In altre parole: (a) la moneta è universale perché gli agenti razionali la usano; e (b) gli agenti razionali la usano perché è universale. I tentativi di risolvere questa circolarità concentrandosi sul ruolo della moneta nella riduzione dei costi di transazione sono stati insoddisfacenti.

Le difficoltà logiche emergono dal “problema dell’identificazione” – i benefici dell’uso di una merce particolare come mezzo di scambio possono essere riconosciuti solo dopo che la merce è già stata utilizzata. Le monete, ad esempio, devono essere coniate e messe in circolazione prima che i benefici della riduzione dei costi di transazione siano appurati. E, come nota Goodhart, gli stessi costi dell’uso di un metallo prezioso non lavorato possono essere decisamente elevati (1998: p. 411). Così l’argomentazione che agenti privati scelgono insieme, spontaneamente, una certa merce per gli scambi perché riduce i costi è, come minimo, inconsistente.

Il secondo argomento circolare si riferisce alle altre funzioni della moneta. Il ragionamento ortodosso è che: (a) la moneta è un deposito di valore astratto perché è un mezzo di pagamento; e (b) la moneta è un mezzo di pagamento perché è una riserva di valore astratto (Ingham, 2000: p. 21). Essenzialmente non c’è nessuna proprietà definitiva che dà alla moneta il suo status speciale. In assenza di una condizione non ambigua che spieghi l’uso di oro, di bastoncini di legno o di sale come moneta, la scelta spontanea diviene essenziale per la versione ortodossa e deve essere assunta a priori. Il risultato è una teoria della moneta “lanciata dall’elicottero” (Cottrell, 1994: p. 590, n. 2).

La teoria-C non soffre del “problema dell’identificazione” o del paradosso della “scelta spontanea”. Non ha nessuna difficoltà a spiegare l’introduzione e la circolazione della valuta fiat o la regolarità della relazione “un Paese-una valuta”. Questo perché l’origine della moneta è posta al di fuori dei mercati privati e si basa su una rete complessa di relazioni sociali (di debito) dove lo Stato gioca un ruolo principale. [2]

I poteri legittimi e sovrani dell’organo di governo rendono la moneta una “entità creata dallo Stato” (Lerner, 1947). Il valore della moneta deriva dai poteri dell’autorità che emette. Non c’è niente di spontaneo nella sua esistenza; invece, è contingente a quello che lo Stato ha dichiarato di accettare per il pagamento di tasse, imposte e tributi agli uffici pubblici. Vari “oggetti-moneta” hanno dominato i mercati privati perché sono stati scelti dalle esattorie di Stato per il regolamento del debito. I Cartalisti evitano ragionamenti circolari evidenziando che il ruolo della moneta come unità di conto ha preceduto il suo ruolo come mezzo di pagamento e mezzo di scambio. Questo ruolo è stato istituito dalla capacità dello Stato di denominare liste di prezzi e contratti di debito nelle unità di conto prescelte.

5. Accettazione: legge sul corso legale o gerarchia del debito?

Prima di approfondire la teoria Cartalista e le sue applicazioni alla politica, è opportuno un ulteriore chiarimento. Si ritiene comunemente che la natura cartale della moneta sia basato sul potere dello Stato di promulgare leggi che definiscono la moneta a corso legale (Schumpeter, 1954: p. 1090). Ma quando Knapp ha proclamato che “la moneta è un’entità della legge” (1973 [1924]: p. 1), non ha proposto che “la moneta è un’entità creata dalla legge sul corso legale” e, infatti, ha esplicitamente rigettato questa interpretazione. I Cartalisti affermano che l’accettazione dipende non dallo status di corso legale della moneta ma dall’ordine piramidale delle relazioni sociali di debito. Il potere di delegare alla tassazione e di determinare come saranno pagate le tasse spiega perché la moneta di Stato è la forma di debito più accettabile.

Se la moneta è debito, chiaramente chiunque può emettere moneta (Minsky, 1986: p. 228). Minsky evidenzia che, come voce di bilancio, la moneta è un asset per chi la possiede e una passività per chi la emette. Quello che importa, tuttavia, non è la capacità di creare debito ma l’abilità di indurre qualcun altro ad accettarlo (ibid.). In un certo senso, il debito diventa moneta solo dopo che l’accettazione si è verificata (Bell, 2001: p. 151). Monete diverse hanno vari gradi di accettabilità, il che suggerisce un ordinamento gerarchico del debito (Minsky. I986; Wray, 1990; Bell, 2001).

Se le relazioni sociali di debito sono organizzate secondo una struttura piramidale, allora le forme di moneta meno accettabili sono alla base della piramide, mentre quelle più accettabili sono in cima (vedi Bell, 2001). Inoltre, ogni passività è convertibile in una forma più alta e accettabile di debito. Quale passività, allora, sta al vertice della piramide?

A tutti gli agenti economici tranne uno, lo Stato, è richiesto di pagare un IOU (io-ti-devo) di una terza parte, o qualcosa che sta al di fuori della relazione di credito–debito, per regolare i debiti. Dato che solo il sovrano può distribuire il suo IOU per regolare i debiti, la sua promessa sta in cima alla piramide. La sola cosa per cui lo Stato è responsabile è di accettare il suo IOU nelle esattorie pubbliche (Wray, 2003a: p. 146, n. 9). [3]

Questa visione piramidale delle relazioni sociali di debito dà una indicazione preliminare della prevalenza della moneta di Stato. Ma gli agenti non possono semplicemente rifiutarsi di accettare la moneta del sovrano e, perciò, minare la sua posizione nella piramide? La risposta è “no”, perché finché nell’economia c’è qualcuno che deve pagare tasse denominate nella valuta di Stato, quella moneta sarà sempre accettata.

Questo indica che l’emissione di valuta non è un potere essenziale dello Stato. Infatti essa ha un carattere contingente. Lo Stato può benissimo dichiarare che accetterà il pagamento di tasse in – diciamo – sale, conchiglie o bastoncini di legno. In effetti, esistono esempi storici simili, anche se generalmente i sovrani hanno preferito usare i propri timbri o carta o qualcosa su cui possedevano un controllo pieno e incondizionato. L’essenza della moneta di Stato non sta né nella capacità di creare leggi né nella capacità di stampare moneta, ma nella capacità dello Stato di creare “la promessa di ultima istanza” (Ingham, 2000: p. 29, corsivo aggiunto), cioè di imporre tasse e dichiarare cosa sarà accettato dalle esattorie per estinguere il debito verso lo Stato. L’unità di conto che permette di regolare gli obblighi fiscali è definita dalla speciale autorità che “fa i conteggi” (ibid.: p. 22).

Lo stesso Knapp enfatizzò questo punto: “Né può il corso legale essere preso come prova, dato che nei sistemi monetari ci sono frequentemente tipi di moneta che non sono a corso legale … ma l’accettazione … è decisiva. L’accettazione da parte dello Stato definisce i sistemi monetari” (Knapp, 1973 [1924]: p. 95, corsivo nell’originale); e Keynes approvò: “Knapp accetta come ‘Moneta’ – correttamente, penso – qualsiasi cosa lo Stato si impegni ad accettare nelle sue esattorie, che sia dichiarato a corso legale tra cittadini o meno” (Keynes, 1930: p. 6, n. 1). Il codice delle leggi è solo una manifestazione dei poteri dello Stato. La mancanza di leggi sul corso legale non significa che la moneta di Stato non sia accettabile – questo è il caso dell’Unione europea, ad esempio, dove non esistono leggi formali sul corso legale, e tuttavia l’euro circola ampiamente. [4]

Qual è, allora, lo scopo delle leggi sul corso legale? Davidson fornisce la risposta: le leggi sul corso legale determinano quello che sarà “universalmente accettabile – agli occhi del tribunale – nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali” (2002: p. 75, corsivo aggiunto). Perciò, le leggi sul corso legale assicurano solo che, quando una controversia è regolata in tribunale relativamente ai dollari (ad esempio), i dollari devono essere accettati [dalla controparte].

La moneta è davvero una creatura della legge – non la legge sul corso legale, ma la legge che impone e fa rispettare obbligazioni non reciproche alla popolazione. L'”oggetto-moneta” è solo la manifestazione empirica della scelta da parte dello Stato della “moneta di conto” che estingue queste obbligazioni. Questa è la natura del meccanismo della moneta guidata dalle tasse.

Questo capitolo è cominciato sottolineando diverse proposizioni generali e specifiche del Cartalismo. Fin qui, l’attenzione si è focalizzata principalmente sulle prime. Il ruolo dell’autorità pubblica e della tassazione è stato usato per decifrare la natura della moneta come creatura dello Stato e per localizzare la sua posizione negli strati più alti della piramide delle relazioni sociali di debito. Il contrasto con la versione metallista ha rivelato l’importanza di distinguere tra l'”oggetto-moneta” e la “moneta di conto”. Per finire, è stato mostrato che la cartalità della moneta non deriva dalle leggi sul corso legale ma dalla capacità dello Stato di creare la promessa di ultima istanza.

Alla luce del Cartalismo, come si possono interpretare la moneta nel mondo moderno e, in particolare, le operazioni fiscali e monetarie dello Stato? Il resto di questo capitolo si concentra sulle proposizioni specifiche del neo-Cartalismo e sulle loro applicazioni alla politica.

 

Note dell’Autore

1.^ Per una discussione dettagliata della posizione di Smith, vedi Witty (1998): pp. 19-23 e Wray (2000): pp. 47-9.

2.^ Questo non significa che il settore privato non possa creare moneta o non l’abbia mai creata (Goodhart. 1998: p. 418). Il punto è che le spiegazioni sulle origini della moneta che si basano sul ruolo dello Stato sono empiricamente più convincenti.

3.^ Ad esempio, per essere accettati, gli IOU di una famiglia o di una ditta devono almeno essere convertibili in depositi (moneta bancaria) o contante (moneta di Stato). Allo stesso modo, i depositi bancari devono essere necessariamente convertibili in riserve o contate (moneta di Stato ad alta potenza) per essere accettati. La moneta di Stato è sempre alla fine della catena di convertibilità.

4.^ Si noti che anche una violazione della regolarità “un Paese-una valuta” non significa che lo Stato abbia perso il potere di imporre una tassazione e di dichiarare cosa estinguerà gli oneri fiscali. Nel caso dei currency board, per esempio, lo Stato ha abbandonato volontariamente il controllo sovrano sulla sua valuta a favore di un’unità monetaria straniera ma, finché la valuta nazionale viene richiesta nel pagamento delle tasse, circolerà. Nei Paesi completamente dollarizzati, lo Stato ha scelto di dichiarare che tutti i debiti sono pagabili in dollari (anche se non ha il controllo sovrano sull’emissione di dollari). In tutti i casi precedenti, lo Stato ha comunque esercitato la sua prerogativa di determinare cosa sarà usato come moneta “definitiva”.

 

Note del Traduttore

a. ^ Le cipree sono una famiglia di molluschi marini i cui gusci (in particolare quelli dell’esemplare Monetaria moneta), provenienti dalle Maldive, sono stati adoperati come moneta in Africa, India, Cina e Nord America. In merito, si veda ad esempio Wikipedia.org qui e qui e Conchsoc.org.

 

Originale pubblicato nel 2006

Traduzione a cura di Carlo Vittoli, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

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