Approfondimento

Abbasso la Libertà

Abbasso La Libertà

In uno splendido film di Luis Bunuel intitolato “Il fantasma della libertà“, un rivoluzionario veniva fucilato mentre gridava « Abbasso la libertà! ». L’ho sempre considerata solo una delle tante trovate provocatorie e surrealiste del grande regista spagnolo. Sinché l’altro giorno non mi sono imbattuto in un agghiacciante articolo dell’editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, in cui si propone “a titolo di esempio” di fondare la nostra Costituzione, anziché sul lavoro, sulla libertà.

Già. Sono svariati lustri che, in nome della libertà, stanno scomparendo tutte le conquiste sociali ottenute nel corso del Novecento: dal diritto al lavoro (appunto) a quello della casa, dal diritto alla salute a quello ad una pensione dignitosa. Diritti essenziali devastati in nome della libertà: libertà di circolazione di capitali, merci, persone e servizi. Le quattro libertà fondamentali care al liberismo in generale, e all’Unione europea in particolare. E ho dato finalmente un senso al grido « Abbasso la libertà! » urlato dal rivoluzionario di Bunuel.

L’editoriale comparso sul principale quotidiano italiano costituisce un vero e proprio attentato alla Costituzione, ancora più grave della riforma tentata lo scorso anno. Lì si provava a cambiare una cinquantina di articoli della seconda parte della Carta. Ora si propone di mettere mano alla prima parte della Costituzione, quella che descrive i principi fondamentali, dichiarati più volte immodificabili dalla Corte Costituzionale stessa.

Ma perché il Panebianco ce l’ha tanto con i principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale? Beh, la questione è ormai risaputa. Il trattato istitutivo dell’Unione europea, all’art. 3 recita: L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva.

La nostra Costituzione, all’art. 4 recita: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Detta in altri termini, i trattati europei e la nostra Costituzione sono incompatibili. I primi hanno come obiettivo la stabilità dei prezzi, come continuamente e recentemente ribadito da Mario Draghi, che aggiunge anche che la BCE non si occupa né di crescita né di occupazione. La seconda, invece, mira alla piena occupazione e non cita neanche una volta la parola “prezzo”.

I trattati europei sono tesi alla costruzione di un mercato fortemente competitivo. La nostra Carta impone (art. 2) i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. La nostra Costituzione parla di lavoro e di diritti, che sono ciò che dà dignità agli uomini e a una comunità. Non parla di prezzi, né di mercato, né tantomeno di soldi. Parla di lavoro come diritto e non come merce.

Dunque trattati europei e Costituzione sono incompatibili. E incompatibili sono anche le riforme pretese dall’Unione europea. Tant’è che il ferocemente europeista Panebianco le elenca scrupolosamente: è incompatibile non solo la flat tax proposta da un think-tank liberista quale l’Istituto Bruno Leoni, ma lo sono le leggi elettorali maggioritarie succedutesi negli ultimi 20 anni, lo è il numero chiuso per l’accesso all’Università, lo è la riforma Madia della Pubblica Amministrazione, lo è ovviamente il Jobs Act, che ha di fatto abolito lo Statuto dei Lavoratori.

E come risolve questa incompatibilità il Panebianco? Semplice: abolendo i principi fondamentali della nostra Carta, anziché evitare di devastarli con l’implementazione di riforme richieste da organismi sovranazionali di dubbia democraticità se non di dubbia legittimità.

Naturalmente il Panebianco non è un cane sciolto mandato allo sbaraglio avventatamente. Temiamo invece che il Panebianco sia l’avanguardia di un esercito potente, dotato di armi di propaganda e manipolazione molto efficaci, che vedremo all’opera nei prossimi mesi. E che questo di Panebianco sia il primo manifestarsi di una finestra di Overton sul tema “estirpazione principi fondamentali della Costituzione”.

Chi era questo Overton? È stato un sociologo americano che ha messo a punto una moderna tecnica di persuasione di massa basata su sei fasi, ognuna delle quali apre una “finestra” di accettazione di una determinata opinione. Percorrendo queste sei fasi, un’idea totalmente respinta al suo apparire può essere poi accettata pienamente dalla società, per diventare infine legge.

Le fasi si susseguono secondo queste modalità:

  1. impensabile (inaccettabile, vietato)
  2. radicale (vietato, ma con delle eccezioni)
  3. accettabile (l’opinione pubblica sta cambiando)
  4. sensata (ragionevole, razionale)
  5. diffusa (socialmente accettabile)
  6. legalizzata (nella politica dello Stato)

Fase 1, “impensabile“: l’idea viene ritenuta inaccettabile. È la fase di partenza, in cui una norma si ritiene giusta secondo la tradizione e secondo il diritto divino, naturale o storico. È la fase odierna in cui i principi fondamentali della Costituzione sono ritenuti immodificabili.

Fase 2, “radicale“: l’idea, pur restando sostanzialmente vietata, può essere ammessa in casi o realtà limitate e circoscritte. In questa fase si cominciano a sentire i pareri di esperti che spiegano perché tali eccezioni vadano ammesse e mostrano come il pregiudizio abbia spesso condizionato la nostra opinione al riguardo. È la fase aperta dall’articolo del Panebianco, che vuole iniziare a mettere in discussione la bontà dei principi costituzionali. Per ora l’obiettivo è discuterne, a favore o contro non ha importanza: l’importante è discuterne.

Fase 3, “accettabile“: gli esperti continuano a spiegare che sono idee emarginate a causa della nostra arretratezza. Contemporaneamente vengono coniati neologismi eleganti, che riducono l’accezione negativa che accompagna il vecchio termine. Questa tecnica può essere ricondotta a quella che Orwell definiva l’invenzione di una “neolingua” (es. “flessibilità del mercato del lavoro” in sostituzione di “licenziamento senza giusta causa”).

Fase 4, “sensata“: l’idea, come hanno spiegato a lungo gli esperti in materia, gli intellettuali e gli opinion maker, appare ormai un fatto naturale, dalle ricadute positive prima neanche immaginate. Naturalmente il tutto viene sostenuto in nome di una qualche libertà (es. libertà di licenziamento).

Fase 5, “diffusa“: si scopre che l’idea in questione è in realtà già diffusa nella società. Nello spiegare la sua ragionevolezza, intervengono insieme agli esperti i testimonial del mondo dello spettacolo, libri, film, canzoni. Presto, per emulazione, saranno seguiti dai fan. Compaiono interviste a persone comuni e sondaggi che dimostrano quanto l’idea sia diffusa e da considerarsi “normale”.

Fase 6, “legalizzata“: riconosciuta come normale adeguamento alla natura umana ed espressione del desiderio di una parte consistente della popolazione, l’idea passa adesso al riconoscimento legale come “diritto”. Questa fase prevede un primo momento in cui qualche magistrato emette una sentenza contraria alla legge vigente, facendo appello a un “diritto” superiore alla legge stessa. Le sentenze tendono a stabilire precedenti e a fare giurisprudenza. Nascono a questo punto movimenti trasversali alle aree politiche e vengono presentate proposte di legge. Con la loro approvazione, l’idea inizialmente impensabile diventa parte della natura umana e quindi un diritto garantito e tutelato dallo Stato.

Molte idee contemporanee sembravano assolutamente inconcepibili solo qualche decina di anni fa e sono diventati norma: libertà di licenziamento, tagli alla pensione, lavoro domenicale e H24, sistemi di videosorveglianza.

Ovviamente tali riforme non sono state ispirate dal bene comune, ma dallo specifico interesse di qualcuno. E lo stesso qualcuno potrebbe avere interesse a devastare i principi fondamentali della nostra Costituzione. Non stiamo alla finestra, più o meno di Overton, a guardare.

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